L’apertura della partita IVA in regime forfettario rappresenta il punto di partenza di un’attività professionale e spesso è il risultato di una scelta maturata dopo anni di lavoro da dipendente. Tra gennaio e marzo 2026 sono state aperte 184.895 nuove partite IVA, oltre la metà delle quali (56,3%) ha aderito al regime forfettario (secondo l’Osservatorio del ministero delle Finanze) nonostante il Fondo monetario internazionale continui a insistere per la sua abolizione. Le agevolazioni fiscali e i vantaggi connessi a questo regime sono i motivi principali per cui viene scelto da oltre la metà dei lavoratori autonomi.
Ecco come funziona la partita IVA con il regime forfettario, quali sono i vantaggi, le novità 2026 e come aderirvi.
Indice
- Cos’è il regime forfettario
- Come funziona la partita IVA forfettaria
- Requisiti per accedere al regime forfettario
- Regime forfettario 2026: i nuovi limiti
- Stop alla riduzione contributiva del 50% per le nuove aperture 2026
- Nuovo regime transfrontaliero di franchigia IVA
- Nuovi codici ATECO 2025
- Regime forfettario: calcolo delle tasse
- Regime forfettario e contributi
- Fatturazione elettronica obbligatoria per tutti i forfettari
- Regime forfettario 2026: scadenze tasse
- Apertura partita IVA forfettaria
- Chiusura partita IVA forfettaria
- Serve un conto corrente aziendale per il regime forfettario?
- Quanto costa la partita IVA forfettaria
- Vantaggi del regime forfettario
- Quando conviene il regime forfettario
Cos’è il regime forfettario
Si parla comunemente di partita IVA forfettaria per riferirsi alla partita IVA aperta con le regole del regime forfettario, riservate ai liberi professionisti e alle ditte individuali che non superano l’importo di 85.000 euro annui di ricavi o compensi.
A differenza del regime ordinario o semplificato, il regime forfettario consente di accedere a una serie di agevolazioni fiscali ed è aperto a tutti i codici Ateco, senza distinzione di settore. Un’altra particolarità di questo regime, che lo contraddistingue dal regime dei minimi, è che non prevede né limiti di durata, né limiti di età.
Non potranno, invece, accedere al regime forfettario i soggetti che siano soci di Srl o di società di persone, italiane o estere, che detengano quote di controllo in tali società.
Come funziona la partita IVA forfettaria
La partita IVA a regime forfettario si differenzia da quella ordinaria per l’assenza di IRPEF e addizionali. Al loro posto è prevista una sola aliquota sostitutiva:
- al 15% come regola generale;
- al 5% per i primi 5 anni dell’attività (aliquota start-up).
L’imposta sostitutiva viene applicata sul reddito imponibile, calcolato attraverso il coefficiente di redditività associato al proprio codice Ateco. Questo coefficiente, che varia da attività ad attività, permette di ricavare ogni anno la quota forfettaria del fatturato effettivamente tassabile.
Il coefficiente di redditività rappresenta il principale elemento di forza del regime. Come osserva il commercialista Salvatore Scannapieco a Partitaiva.it, “si tassa una percentuale dei ricavi a prescindere dai costi effettivi”. Un meccanismo che favorisce chi ha poche spese operative, ma che può diventare meno conveniente per attività con costi elevati.
Una seconda differenza rispetto alla partita IVA ordinaria è l’impossibilità di detrarre le spese sostenute: nel regime forfettario non si applica l’IVA, e i costi vengono considerati in misura forfettaria attraverso il coefficiente di redditività. A partire dal 1° gennaio 2025, inoltre, i rimborsi per spese di viaggio, vitto e alloggio addebitati analiticamente al cliente non costituiscono più reddito imponibile per il forfettario.
Requisiti per accedere al regime forfettario
I requisiti di accesso principali sono:
- i ricavi o compensi non devono essere superiori a 85.000 euro l’anno. Nel caso di più attività, si considera la somma dei ricavi di ognuna;
- le spese per lavoratori dipendenti, collaboratori, soci e familiari che prestano attività in azienda non devono superare 20.000 euro lordi annui.
Le condizioni di esclusione sono invece:
- avvalersi di regimi IVA speciali o di altri regimi di determinazione forfettaria del reddito;
- non risiedere in Italia, a meno che il contribuente risieda in un Paese UE o aderente allo spazio economico europeo e produca in Italia almeno il 75% dei ricavi complessivi;
- esercitare attività di scambio di terreni, fabbricati o mezzi di trasporto nuovi;
- partecipare ad associazioni professionali, società di persone o imprese familiari, oppure controllare società a responsabilità limitata con attività riconducibili a quella svolta individualmente;
- svolgere l’attività prevalentemente nei confronti del datore di lavoro attuale o degli ultimi due anni (con eccezione per chi ha svolto praticantato professionale);
- aver percepito nell’anno precedente un reddito da lavoro dipendente o assimilato superiore a 35.000 euro, a meno che il rapporto di lavoro sia cessato entro il 31 dicembre dell’anno in corso.
Ricordiamo che la nuova attività non deve essere la continuazione di una precedente attività autonoma o di lavoro dipendente.
Regimi speciali IVA esclusi
Il regime forfettario non è accessibile a chi partecipa a regimi speciali IVA, come indicato dall’Agenzia delle Entrate nella Circolare 10/E del 4 aprile 2016. Sono quindi escluse attività nell’agricoltura, nella pesca, tabacchi ed editoria, telefonia pubblica e intrattenimenti, ma anche agenzie viaggi, vendita a domicilio, rivendita di oggetti d’arte e vendite all’asta.
Regime forfettario 2026: i nuovi limiti
La legge di Bilancio 2026 ha confermato l’impianto generale del regime forfettario, apportando alcuni aggiornamenti importanti. Il tetto massimo di ricavi o compensi annui rimane fissato a 85.000 euro. Alcune proposte di innalzarlo a 100.000 euro (sostenute anche in sede parlamentare) non hanno trovato applicazione per il 2026, anche a causa dei vincoli della normativa UE sulla franchigia IVA, che consente regimi agevolati fino a questa soglia per le operazioni interne. Restano invariate le regole per il superamento della soglia:
- tra 85.000 e 100.000 euro si resta nel forfettario per l’anno in corso, ma dall’anno successivo è obbligatorio passare al regime ordinario;
- oltre 100.000 euro il passaggio al regime ordinario è immediato, già dal momento in cui viene incassata la fattura che fa superare la soglia.
La legge di Bilancio 2026 ha prorogato per un ulteriore anno l’innalzamento della soglia reddituale che preclude l’accesso al regime forfettario per chi percepisce redditi da lavoro dipendente o assimilati: il limite rimane a 35.000 euro. Questa proroga è però temporanea: salvo ulteriori interventi legislativi, dal 2027 la soglia dovrebbe rientrare a 30.000 euro. Il limite non si applica se il rapporto di lavoro dipendente è stato cessato entro il 31 dicembre dell’anno in corso.
Stop alla riduzione contributiva del 50% per le nuove aperture 2026
La legge di Bilancio 2025 aveva introdotto, per chi si iscriveva per la prima volta nel 2025 alle Gestioni artigiani e commercianti INPS, una riduzione contributiva del 50% per 36 mesi. Questa agevolazione non è stata rinnovata dalla legge di Bilancio 2026: chi apre partita IVA nel 2026 non può accedervi. Chi si era iscritto nel 2025, invece, continua a beneficiarne per la durata residua dei 36 mesi.
Rimane invece attiva, anche nel 2026, la riduzione del 35% sui contributi INPS per artigiani e commercianti in regime forfettario, valida sia sulla quota fissa che su quella percentuale. La domanda va presentata entro il 28 febbraio di ogni anno. Se non si comunica la rinuncia, si rinnova automaticamente.
Nuovo regime transfrontaliero di franchigia IVA
Dal 1° gennaio 2025 è operativo il regime transfrontaliero di franchigia IVA, che consente ai soggetti in regime forfettario di beneficiare dell’esenzione IVA anche per operazioni intra-UE, fino alla soglia di 100.000 euro.
Il nuovo regime richiede però particolare attenzione agli adempimenti. Scannapieco ricorda che “la franchigia transfrontaliera è un’opzione facoltativa che si aggiunge alle regole ordinarie, ma non le sostituisce”. Per molti professionisti che lavorano esclusivamente con aziende europee, le procedure tradizionali basate su reverse charge, iscrizione al VIES e modello INTRA restano spesso la soluzione più semplice.
Nuovi codici ATECO 2025
Dal 2025 è entrata in vigore anche la nuova classificazione ATECO allineata alla nomenclatura europea NACE Rev. 2.1. Scannapieco invita a non creare inutili allarmismi: “Nella fase transitoria il passaggio ai nuovi codici non determina automaticamente un cambiamento dei coefficienti di redditività applicabili ai forfettari”. Tuttavia, sarà importante verificare che la riclassificazione effettuata corrisponda realmente all’attività svolta e monitorare l’introduzione delle future tabelle aggiornate.
Regime forfettario: calcolo delle tasse
Per capire come si calcolano le imposte, ecco un esempio pratico. Supponendo di avere un fatturato annuo di 30.000 euro e un codice Ateco con coefficiente di redditività al 78% (tipico delle attività professionali), così è possibile effettuare il calcolo del reddito imponibile: 30.000 × 78% = 23.400 euro
Il calcolo dell’imposta sostitutiva, invece:
- al 15%: 23.400 × 15% = 3.510 euro.
- al 5% (primi 5 anni): 23.400 × 5% = 1.170 euro.
Requisiti per l’aliquota agevolata al 5%
Per usufruire dell’aliquota start-up al 5%, è necessario:
- non aver svolto, nei tre anni precedenti l’apertura, la stessa attività professionale, neanche in forma familiare o associata;
- non proseguire con un’attività svolta in precedenza, anche come lavoro dipendente (con alcune eccezioni, come per avvocati e medici);
- non superare il limite di 85.000 euro di ricavi annui.
Regime forfettario e contributi
Oltre alle imposte, ogni titolare di partita IVA forfettaria deve versare i contributi previdenziali. L’iscrizione avviene, a seconda della propria attività:
- alla Gestione separata INPS (professionisti senza cassa previdenziale di categoria), con aliquota contributiva al 26,07% sul reddito imponibile, senza minimi obbligatori. Il minimale di reddito per ottenere un anno intero di contribuzione pensionistica è fissato, per il 2026, a 18.808 euro;
- alla Gestione artigiani e commercianti INPS, con quota contributiva fissa annuale e quota variabile sul reddito eccedente il minimale;
- alla Cassa previdenziale di categoria, se iscritti all’albo professionale.
Tornando all’esempio fatto in precedenza, un professionista con un fatturato annuo di 30.000 euro e un reddito imponibile di 23.400 euro dovrà versare 23.400 euro * 26,07% = 6.100,38 euro di contributi previdenziali.
Per chi lavora con regime forfettario e Gestione separata, in fattura va aggiunto il 4% a titolo di rivalsa contributiva.
Scadenze contributi 2026
Per gli iscritti alla Gestione separata INPS, le scadenze coincidono con quelle per il pagamento delle imposte:
- entro il 30 giugno, saldo dell’anno precedente e primo acconto per l’anno in corso;
- entro il 30 novembre, secondo acconto per l’anno in corso.
Per la Gestione artigiani e commercianti, i contributi fissi sul minimale si versano trimestralmente con modello F24.
Fatturazione elettronica obbligatoria per tutti i forfettari
Dal 1° gennaio 2024 l’obbligo di fatturazione elettronica è stato esteso a tutte le partite IVA forfettarie, indipendentemente dall’ammontare dei ricavi. Le uniche esenzioni residue riguardano:
- chi fattura verso soggetti non residenti in Italia (operazioni verso l’estero);
- i professionisti sanitari che emettono fatture verso persone fisiche.
Regime forfettario 2026: scadenze tasse
Riepilogando l’esempio precedente: un forfettario con 30.000 euro di fatturato e aliquota sostitutiva al 15% dovrà versare circa 3.510 euro di imposte e 6.100 euro di contributi, per un totale di circa 9.610 euro. Con l’aliquota al 5%, il totale scende a circa 7.270 euro. I pagamenti vanno effettuati tramite modello F24 e possono essere rateizzati. Le scadenze principali sono:
- 30 giugno, saldo anno precedente + primo acconto anno in corso (salvo proroghe);
- 30 novembre, secondo acconto anno in corso.
Lavoro dipendente e partita IVA forfettaria
Il regime forfettario è compatibile con il lavoro da dipendente, a condizione che il reddito da lavoro dipendente o assimilato percepito nell’anno precedente non superi 35.000 euro (soglia prorogata per il 2026) e che le spese per eventuali collaboratori non superino 20.000 euro annui. Se il rapporto di lavoro dipendente è cessato nell’anno, il limite non si applica.
Apertura partita IVA forfettaria
Aprire una partita IVA forfettaria è possibile solo se si rispettano i requisiti previsti dalla legge. È consigliabile farsi supportare da un commercialista, soprattutto per la scelta del codice Ateco corretto, che determina il coefficiente di redditività e quindi la base imponibile su cui verrà applicata l’imposta sostitutiva. È possibile procedere anche in autonomia, direttamente online sul sito dell’Agenzia delle Entrate tramite il modello AA9/12.
Chiusura partita IVA forfettaria
Chi decide di cessare l’attività può scegliere tra tre opzioni:
- lasciare la partita IVA inattiva per 3 anni, sulla base del D.L. 193/2016, la chiusura avviene in automatico;
- compilare il modello AA9/12, AA7/10 o ANR/3 entro 30 giorni dalla data di cessazione;
- utilizzare il modello ComUnica, solo se iscritti al Registro delle Imprese.
In caso di chiusura e successiva riapertura, anche con un codice Ateco diverso, non si ha accesso all’aliquota agevolata al 5%.
Serve un conto corrente aziendale per il regime forfettario?
Non è obbligatorio: l’obbligo di conto corrente aziendale è stato abrogato dall’art. 32 del D.L. n. 122/2008. Tuttavia, aprire un conto business può semplificare la gestione delle spese, separare le entrate professionali da quelle personali e pagare il modello F24 direttamente dall’home banking.
Quanto costa la partita IVA forfettaria
Calcolare quanto costa la partita IVA forfettaria dalla sua apertura alla gestione seguente non è un’operazione semplice, perché bisogna tenere in considerazione le diverse variabili che entrano in gioco. Per l’apertura è possibile risparmiare rivolgendosi direttamente all’Agenzia delle Entrate, mentre sono previsti costi variabili se ci si rivolge ad un centro CAF o ad un commercialista.
Il costo per il suo mantenimento include le tasse, da calcolare in base al fatturato annuo e al coefficiente di redditività applicato e i contributi, che cambiano in base alla cassa previdenziale di appartenenza.
Ulteriori costi sono quelli previsti per il materiale da utilizzare durante lo svolgimento del lavoro, le eventuali forniture, gli spazi adibiti all’attività (pensiamo al sito web per un e-commerce), le spese per il software di fatturazione elettronica e per il commercialista, per avere un indirizzo PEC o per consulenze specifiche.
Alcune voci di costo sono quindi direttamente collegate al tipo di attività che viene svolta: pensiamo al computer per chi lavora nel settore digitale oppure alle merci di chi apre un piccolo negozio.
Vantaggi del regime forfettario
Il regime forfettario garantisce diversi vantaggi alle partite IVA che decidono di adottarlo. In primis, con questo regime agevolato le tasse applicate a livello di aliquote sono molto inferiori rispetto al regime ordinario e risultano anche molto più vantaggiose di quelle versate periodicamente dai lavoratori dipendenti.
Secondo il commercialista Salvatore Scannapieco, il successo del regime non dipende soltanto dall’aliquota ridotta: “È il costo di compliance tendenzialmente minimo, più ancora dell’aliquota, a spiegare la crescita strutturale delle adesioni”, spiega a Partitaiva.it.

L’assenza di IVA, la tassazione agevolata e la riduzione degli adempimenti contabili rappresentano i principali punti di forza del regime. I contribuenti non sono soggetti agli ISA e, nel caso di artigiani e commercianti, possono beneficiare della riduzione contributiva del 35%.
Quando conviene il regime forfettario
Il regime forfettario è particolarmente vantaggioso per lo sviluppo delle piccole attività, che con tale regime non vengono appesantite da adempimenti come l’IRPEF o L’IRAP, imposte che tempo fa erano particolarmente gravose per i primi anni di attività di un’impresa. Può essere vantaggioso anche per i liberi professionisti con poche spese deducibili (consulenti freelance, lavoratori da remoto).
“Il cuore della convenienza del forfettario è la forfettizzazione del reddito – aggiunge Scannapieco -. Questo regime premia chi ha una struttura di costi leggera”. Per questo motivo il regime risulta particolarmente adatto a consulenti, freelance e professionisti digitali.
Scegliere il regime forfettario è vantaggioso anche per le startup, soprattutto nei primi cinque anni di attività grazie all’aliquota ridotta al 5%.
A chi non conviene
Il regime forfettario è invece meno conveniente per chi sostiene costi elevati, acquista frequentemente beni strumentali, impiega collaboratori o opera con margini ridotti.
Secondo Scannapieco, la verifica più importante riguarda il rapporto tra costi reali e coefficiente di redditività: “Un’attività con margini effettivi bassi può essere tassata su un reddito largamente figurativo, che nel regime ordinario sarebbe abbattuto dai costi deducibili”, fa sapere.
Anche per chi si avvicina alla soglia degli 85.000 euro, il confronto con il regime ordinario diventa sempre più importante. “Quando il carico fiscale effettivo dell’ordinario diventa inferiore a quello implicito del forfettario, il vantaggio del regime agevolato si esaurisce”, osserva l’esperto. La valutazione oggi non riguarda soltanto le imposte, ma anche aspetti come accesso al credito, previdenza, organizzazione dell’attività e pianificazione futura della crescita professionale.












Laura Pellegrini
Giornalista e content editor