C’è una frase nell’articolo 1 della Costituzione che ogni italiano conosce a memoria: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La solennità di quella formula nasconde, a distanza di ottant’anni, una contraddizione: la Repubblica è stata fondata – e tenuta in piedi – anche, e forse soprattutto, dal lavoro di chi non ha mai avuto le stesse tutele del lavoro dipendente. Imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, partite IVA. Il lavoro autonomo, nella sua accezione più larga. Quello che non ha ammortizzatori sociali robusti, non ha contratto collettivo, non ha un datore di lavoro a cui imputare i rischi del mercato. Quello che, quando va male, paga di tasca propria. E quando va bene, paga anche di più.
L’ottantesima Festa della Repubblica, che arriva in un periodo storico complesso, merita un bilancio fatto di numeri proprio di chi più di ogni altro contribuisce con le proprie forze al mantenimento dello Stato.
Indice
Cosa ha costruito il lavoro autonomo in ottant’anni
Le dimensioni del tessuto produttivo italiano parlano da sole. Secondo il Censimento permanente delle imprese ISTAT (anno di riferimento 2022), oltre un milione di imprese con almeno 3 addetti impiegano 13,1 milioni di persone e producono l’85,1% del valore aggiunto nazionale. Ma il dato che racconta meglio la natura dell’economia italiana è un altro: oltre 4 milioni di imprese italiane hanno meno di 3 addetti, quindi il tessuto produttivo è composto quasi interamente da realtà micro e piccole. Non è un dato marginale. È la fotografia di un’economia che regge su milioni di soggetti individuali che ogni mattina aprono bottega, studio, laboratorio, cantiere, senza rete di protezione pubblica garantita, con la sola forza del proprio capitale umano e del proprio rischio.
Lo conferma anche l’Osservatorio sulle partite IVA del dipartimento Finanze del MEF. Nel 2025 sono state aperte 500.341 nuove partite IVA, con un incremento dello 0,4% rispetto al 2024. Il settore più dinamico è stato quello delle attività professionali, con il 16,6% del totale delle nuove aperture, seguito dal commercio con il 16%. Quasi la metà dei nuovi titolari – il 48,5%, pari a 242.529 soggetti – ha scelto il regime forfettario. Nel primo trimestre 2026 si registra invece un calo del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, con le persone fisiche sostanzialmente stabili (+0,1%) e le società di persone in contrazione del 9,6%.
Nel confronto europeo, la centralità delle imprese minori è ancora più marcata. L’Italia è leader tra i maggiori Paesi dell’Unione europea per rilevanza dell’occupazione nelle PMI, con il 78,7% degli addetti delle imprese, valore nettamente superiore alla media europea del 69,4%, che sopravanza Germania (62,9%), Francia (61,4%), Spagna (72,8%) e Regno Unito (75,3%).
Pressione fiscale, il conto che sale da ottant’anni
Accanto a questo, c’è un altro numero che la festa del 2 giugno non mette in nessuna parata ma che pesa su ogni impresa e ogni partita IVA d’Italia. Nel 2025 la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il 43,1% del PIL, tornando ai livelli più alti degli ultimi undici anni: un aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4% del 2024, certificato dall’Istat. Per trovare un valore analogo bisogna risalire al 2014. Nel quarto trimestre 2025, il dato grezzo ha toccato il 51,4%: per ogni cento euro di PIL, l’erario ne incassava quasi cinquantadue.
La prospettiva storica rende il quadro ancora più nitido. La pressione fiscale era al 25,7% nel 1960; in sessantacinque anni è quasi raddoppiata. Secondo l’analisi storica dell’Ufficio studi di Confcommercio, dopo il boom economico, la crescita è progressivamente crollata: dal +4,7% del periodo 1966-1980 all’1,8% tra il 1981 e il 2007, fino allo zero dell’ultimo ventennio, mentre la pressione fiscale è salita dal 25,3% al 42,2%, comprimendo investimenti e sviluppo.
La curva racconta una storia precisa: più lo Stato cresceva in spesa, più il prelievo su chi produceva diventava pesante. Non è un giudizio politico, ma una traiettoria documentata da ISTAT, Confcommercio, Banca d’Italia. In ottant’anni di Repubblica, chi ha fatto impresa ha progressivamente pagato una quota crescente di un sistema che ha allargato le proprie funzioni senza altrettanto allargare la propria efficienza.
L’Italia al quarto posto OCSE
Secondo i dati OCSE riferiti al 2024, l’Italia si colloca al quarto posto tra i Paesi avanzati per pressione fiscale complessiva: davanti restano solo Danimarca (45,2%), Francia (43,5%) e Austria (43,4%). Il paradosso è che i tre Paesi che ci precedono in questa classifica offrono in cambio infrastrutture più efficienti, giustizia più rapida, pubblica amministrazione più snella, welfare più strutturato. Il quarto posto italiano convive invece con tempi della giustizia civile tra i più lenti d’Europa, con una burocrazia che il governo stesso ha riconosciuto come problema strutturale – tanto da farne il cuore della proposta ZES nazionale – e con servizi pubblici che nelle aree più periferiche del Paese non raggiungono standard europei.
Pagare come la Danimarca senza ricevere gli stessi servizi della Danimarca non è un’equazione sostenibile nel lungo periodo. Lo sa ogni imprenditore che ha dovuto scegliere se investire in Italia o altrove. Lo sa ogni professionista che ha valutato se aprire partita IVA o cercare un contratto da dipendente.
Ottant’anni dopo, la domanda che resta
Non si tratta di fare retorica anti-Stato. Lo Stato serve, le istituzioni servono, la Repubblica è – come recita il claim delle celebrazioni di quest’anno – “ottant’anni al servizio del Paese“. E in molti ambiti lo è stata davvero: dalla ricostruzione del dopoguerra al sistema sanitario nazionale, dall’istruzione pubblica alla rete infrastrutturale che ha unito un Paese storicamente frammentato.
Ma in questa giornata di celebrazioni, chi fa impresa ha il diritto – e forse il dovere – di formulare una domanda diversa da quella retorica. Non “cosa posso fare per il mio Paese”, a cui professionisti e imprenditori rispondono concretamente ogni giorno, con ogni fattura emessa, ogni dipendente assunto, ogni rischio corso, ogni ora investita senza garanzie. La domanda è un’altra: il patto è ancora equo?
Un Paese che chiede al lavoro autonomo di sostenere quasi la metà del PIL in prelievo fiscale, che apre nuovi tavoli di semplificazione ogni legislatura senza mai chiuderli davvero, che ogni anno produce una nuova sanatoria invece di una nuova certezza, quel Paese ha ancora un debito aperto con chi lo tiene in piedi.
Non è un atto d’accusa. È un bilancio. E i bilanci, si sa, si chiudono.
Buona Festa della Repubblica.










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile