Guerra alla Terra: come i conflitti armati stanno bruciando il futuro del clima

Il cielo sopra Teheran porta ancora i segni di piogge nere, precipitazioni contaminate da particelle di petrolio, residuo degli attacchi alle raffinerie iraniane delle scorse settimane. Cerchiamo davvero una svolta green? I numeri che mancano al dibattito pubblico.

Adv

inquinamento guerra 2026

Oggi è il 22 aprile 2026 e si celebra la Giornata della Terra. Nell’anno in cui le rinnovabili hanno superato per la prima volta un terzo della produzione elettrica mondiale, i conflitti armati in corso emettono COâ‚‚ quanto nazioni intere. Mentre l’Europa vota 800 miliardi per il riarmo, i target climatici al 2030 diventano ogni giorno più irraggiungibili. Non si può parlare di transizione energetica ignorando l’elefante nella stanza

Le guerre non fanno solo morti, fanno anche COâ‚‚

L’impatto ambientale dei conflitti armati è uno dei temi frequentemente tagliati fuori dal dibattito pubblico. Eppure i numeri, quando si riesce a raccoglierli, sono impietosi.

Partiamo dai conflitti più recenti. Nelle prime due settimane del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran sono stati generati oltre 5 milioni di tonnellate di COâ‚‚ equivalente: più di quanto l’Islanda produca in un intero anno. Per il solo Medio Oriente, i ricercatori britannici stimano che l’inquinamento prodotto nel Golfo Persico abbia già generato oltre 1,3 miliardi di dollari di danni climatici.

Sul fronte Gaza, i dati dello studio pubblicato sulla rivista scientifica One Earth – citato anche dall’ANSA – sono ancora più pesanti. Le emissioni calcolate su 15 mesi di guerra, da ottobre 2023 a gennaio 2025, superano le emissioni annuali di almeno 16 Paesi tra i meno inquinanti al mondo. Se si aggiunge l’impronta di carbonio legata alla costruzione dei tunnel di Hamas e alla barriera difensiva israeliana, il valore supera la quota annuale di 41 Paesi. E non è finita: la distruzione e la futura ricostruzione di Gaza potrebbe causare un totale di oltre 32 milioni di tonnellate di COâ‚‚ equivalente, collocandosi sopra i livelli di emissione annua di 102 Paesi.

In Ucraina, il bilancio è ancora più devastante. A quattro anni dall’invasione su vasta scala della Russia, le emissioni di gas serra attribuibili al conflitto hanno superato 311 milioni di tonnellate di COâ‚‚ equivalente, una cifra paragonabile alle emissioni annuali dell’intera Francia.

Il paradosso della rendicontazione facoltativa

Il problema non sono solo le emissioni, ma anche l’assenza dell’obbligo di rendicontazione. L’accordo di Parigi del 2015 ha reso volontaria la segnalazione delle emissioni militari: nessun governo è tenuto a dichiararle. Il risultato è che stiamo costruendo politiche climatiche su dati strutturalmente incompleti.

Secondo una stima elaborata da Scientists for Global Responsibility e dal Conflict and Environment Observatory, il 5,5% delle emissioni globali di gas a effetto serra generate dalle attività antropiche deriva da azioni militari. Se le guerre fossero una nazione, sarebbero la quarta al mondo per emissioni di CO₂, dopo Stati Uniti, Cina e India.

L’UE non lascia traccia di circa l’82% delle sue emissioni militari e prevede di aumentare la spesa per la difesa di 100 miliardi di euro entro il 2027. Ogni controversia climatica internazionale, ogni accordo COP, ogni target nazionale parte quindi da una fotografia falsata. Non per negligenza, ma per scelta politica.

Ecocidio: quando distruggere un’infrastruttura vale decenni

L’inquinamento delle guerre non è solo atmosferico. Il danno al territorio è spesso permanente o, quantomeno, semipermanente. Gli attacchi a infrastrutture energetiche producono effetti che si collocano al di là della distruzione immediata dell’obiettivo militare: la combustione incontrollata di idrocarburi libera nell’atmosfera particolato fine, ossidi di zolfo e composti organici complessi, con ricadute dirette sulla salute umana e sugli ecosistemi urbani. Il fenomeno della pioggia nera osservato a Teheran – precipitazioni con particelle di petrolio che fungono da nuclei di condensazione – non è una novità della storia: è già accaduto nella prima guerra del Golfo, con effetti a lungo termine sull’agricoltura locale.

In Ucraina, dall’inizio dell’invasione russa sono stati danneggiati circa il 20% delle aree naturali protette del Paese e 3 milioni di ettari di foresta, con altri 450 mila ettari in zone di combattimento. Le polveri sottili aumentano nell’atmosfera, le macerie accumulate contengono sostanze acide che, nel medio termine, passano dalla terra alla falda acquifera, inquinando pure le acque che diventano non potabili.

Il Golfo Persico è un caso particolarmente critico: si tratta di un bacino semichiuso con equilibrio ecologico fragile e dipendenza da infrastrutture fondamentali, come gli impianti di desalinizzazione. Colpire quella zona non è dunque un atto militare circoscritto.

Il conto del riarmo: quando il bilancio climatico paga la corsa alle armi

Non è da meno la questione della corsa al riarmo che, anche in tempo di pace, è un acceleratore di emissioni e un freno alla transizione energetica.

Il Rapporto annuale della NATO del 26 marzo 2026 certifica che, per la prima volta nella storia dell’Alleanza, tutti i 32 Paesi membri hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL in spesa per la difesa. Nel 2025, i Paesi europei e il Canada hanno investito complessivamente 574 miliardi di dollari, con un aumento reale del 20% rispetto all’anno precedente.

Ogni punto percentuale di PIL in più destinato alle spese militari fa crescere le emissioni nazionali tra lo 0,9 e il 2%. E con il piano ReArm Europe – approvato dal Consiglio europeo con una dotazione da 800 miliardi – i numeri rischiano di esplodere. Per ogni 100 miliardi di dollari aggiuntivi di spesa militare, le emissioni annuali globali di gas serra aumentano di 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente.

C’è pure il problema delle risorse sottratte alle altre cause. Il piano ReArm Europe prevede il dirottamento di quote rilevanti dei Fondi di coesione europei verso la difesa. Fondi che in larga parte erano destinati – anche in Italia – a progetti di transizione ecologica e sviluppo sostenibile nelle aree più svantaggiate. Chi paga il conto non sono le industrie della difesa, ma le comunità locali e i programmi climatici già sottofinanziati.

La transizione energetica sotto pressione: il quadro globale e italiano

Nonostante tutto, esiste una notizia positiva. Nel 2025 la produzione di energia pulita ha superato per la prima volta l’aumento globale della domanda di elettricità, facendo arretrare la generazione da combustibili fossili. La quota delle rinnovabili ha superato per la prima volta in epoca moderna un terzo del mix elettrico mondiale, con il solare cresciuto del 30%. È un record storico.

Ma il contesto politico vuole rallentare il progresso. Negli Stati Uniti, il cambio di amministrazione nel 2025 ha praticamente messo fine all’impulso verde dell’Inflation Reduction Act. La nuova linea punta sulla tutela dei combustibili fossili, con revisione degli incentivi e dazi sulle tecnologie pulite. Il rapporto CER la chiama “whiplash climatico”: un cambio di direzione che rischia di rallentare gli investimenti proprio quando la transizione richiederebbe continuità.

Le barriere commerciali introdotte dagli USA su tecnologie green come pannelli fotovoltaici e batterie minacciano la competitività delle rinnovabili, con ricadute dirette anche in Italia, dove i progetti legati all’autoproduzione e allo stoccaggio energetico potrebbero subire pesanti rallentamenti.

Il quadro italiano è particolarmente allarmante. La quota di energie rinnovabili sui consumi finali si è attestata intorno al 20%, ben lontana dal 25% che il PNIEC prevedeva di raggiungere già entro fine 2025. L’indice ISPRED dell’ENEA – che misura sicurezza energetica, prezzi e decarbonizzazione – ha toccato un nuovo minimo storico nel 2025, in calo del 30% rispetto all’anno precedente. I prezzi del gas restano il 70% più alti rispetto al periodo pre-crisi 2022, l’elettricità il 100%.

E le guerre peggiorano direttamente la situazione energetica nazionale. La crisi in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz – attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale –hanno già generato extra costi energetici stimati in oltre 2 miliardi di euro per il solo mese di marzo 2026.

Dalla padella di Putin alla brace di Trump: la dipendenza energetica che non finisce

Per mesi ci hanno detto che l’Europa stava cercando di liberarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia. Il risultato? Si sta sostituendo una dipendenza con un’altra, come ci ricordano le recenti dichiarazioni di Donald Trump.

Dall’inizio del 2026 sono arrivate in Europa più di 60 navi cisterna di gas naturale liquefatto statunitense, di cui nove solo in Italia. Nel frattempo, le rinnovabili – l’unica vera via verso l’autonomia energetica – continuano a essere frenate da burocrazia, opposizioni e ora anche dalla riconversione dei fondi strutturali verso la difesa.

La domanda che dovrebbero porsi i decisori politici – e che professionisti e imprese dovrebbero porre ai propri interlocutori istituzionali – è semplice: se l’obiettivo è la sovranità energetica, perché non investiamo massicciamente in ciò che non dipende da nessun Paese fornitore? Il sole e il vento non vengono influenzati dalla geopolitica e, nel caso dell’Italia, sono presenti in abbondanza.

Cosa significa questo per chi fa impresa

Finché persisteranno le instabilità geopolitiche nel Medio Oriente e nella rotta dal Golfo Persico, i prezzi dell’energia resteranno soggetti a volatilità anomala. Chi ha investito in autoproduzione da rinnovabili e in efficienza energetica negli ultimi tre anni si ritrova oggi in una posizione competitiva migliore.

Le direttive europee CSRD e ESRS obbligano le aziende sopra certe soglie a rendicontare la propria impronta ambientale. Ma anche per le PMI, clienti, banche e investitori stanno iniziando a valutare il profilo ESG come fattore di rischio creditizio e reputazionale. Tuttavia il denaro pubblico sta cambiando direzione. I Fondi di coesione europei vengono parzialmente dirottati verso la difesa; i programmi di incentivo per le rinnovabili rischiano rallentamenti. Chi aspettava incentivi pubblici per investire nella transizione dovrebbe rivalutare i propri orizzonti temporali.

La necessità di chiamare le cose con il loro nome

Ogni anno, in occasione della Giornata della Terra, si prova ad aggiungere più urgency alla causa, ma quel che manca è la volontà di unire i punti. Le pressioni per rallentare la transizione energetica non possono più essere considerate posizioni neutrali: servono interessi specifici e producono costi reali, distribuiti a tappeto su tutta la popolazione mondiale. I dati che abbiamo – e sono dati parziali, perché le emissioni militari restano in larga parte fuori dai trattati internazionali – ci dicono che stiamo bruciando il futuro a velocità crescente su due binari paralleli: quello dei conflitti e quello della politica energetica. Due binari che si alimentano a vicenda, perché le guerre rendono instabili le rotte energetiche e l’instabilità energetica alimenta le tensioni geopolitiche.

Autore
Foto dell'autore

Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e al giornalismo digitale.

Lascia un commento

Continua a leggere

Iscriviti alla Newsletter

Il meglio delle notizie di Partitaiva.it, per ricevere sempre le novità e i consigli su fisco, tasse, lavoro, economia, fintech e molto altro.

Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.