Stipendi bassi in Italia: in controtendenza rispetto all’area OCSE

In Italia gli stipendi non crescono: gli ultimi dati INAPP rilevano un aumento dell'1% contro il +32,5 dei paesi OCSE.

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  • In Italia la questione degli stipendi bassi continua ad essere critica, soprattutto se mettiamo a comparazione il nostro paese con quelli che appartengono all’area OCSE.
  • A fornire un’immagine accurata dei salari in Italia è l’ultimo rapporto INAPP 2023, che delinea uno scenario in negativo per molti cittadini.
  • Nel paese attualmente non è presente un salario minimo, per cui molti percepiscono uno stipendio inferiore rispetto alle soglie necessarie per il proprio sostentamento.

La questione degli stipendi in Italia rimane spinosa, soprattutto se confrontata con gli altri paesi dell’area OCSE. Mentre in altri stati si è registrato un incremento degli stipendi sufficiente a contrastare l’inflazione e le ultime crisi economiche, con una media del +32,5%, non è così per il nostro paese, in cui gli stipendi sono cresciuti solo dell’1% in 30 anni.

Attualmente in Italia per molti è difficile percepire un salario adeguato al caro vita degli ultimi anni e all’inflazione che ha colpito l’economia mondiale ed europea. Una delle criticità riguarda anche l’assenza di un salario minimo, strumento recentemente escluso dal governo, per cui al di là della contrattazione collettiva e dei CCNL, non esiste una soglia minima di paga garantita per legge.

A delineare un quadro critico per il nostro paese è il rapporto INAPP 20231 del 14 dicembre 2023, che prende in considerazione un periodo che va dal 1991 al 2022. Vediamo tutti i dettagli.

Stipendi fermi in Italia: i dati

I dati rilevano come l’Italia continui ad essere indietro in termini di stipendi rispetto agli altri paesi della zona OCSE. Con l’arrivo delle crisi economiche e dell’inflazione, aggravate dalla pandemia, gli stati europei hanno reagito con politiche mirate a sostenere gli stipendi dei cittadini, comportando un aumento degli stessi.

Questo non è avvenuto in Italia: si assiste infatti ad un aumento dei prezzi per beni e servizi in diversi settori, ma questo non corrisponde ad un incremento dei salari dei lavoratori. Sono diversi i fattori che influiscono sull’andamento economico globale ed europeo nel momento attuale: dalla ripresa post pandemia al caro prezzi, dalla scarsità delle materie prime alle situazioni geopolitiche e belliche.

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Un dato positivo in Italia riguarda il numero di occupati: durante la ripresa post pandemia infatti l’occupazione è tornata a salire, segnando picchi record. Tuttavia il problema risiede in altri aspetti, come la condizione salariale e quindi le retribuzioni delle persone attualmente occupate, che spesso non bastano per rispondere a sufficienza al caro prezzi.

Gli stipendi in Italia sono fermi, se confrontati con quelli degli altri paesi OCSE. Come anticipato, nel nostro paese i salari sono cresciuti solo dell’1% tra il 1991 e il 2022, con un picco in discesa nel 2020, mentre la media degli altri paesi segna un +32,5%.

Nonostante la crescita dell’occupazione quindi, rimangono alte le criticità per gli italiani soprattutto per ciò che riguarda gli stipendi, con conseguenze da non sottovalutare. L’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche rileva una caduta della quota dei salari sul PIL a cui si associa invece una crescita dei profitti, con un modello economico che sul lungo periodo difficilmente può reggere.

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La mancanza di un salario minimo in Italia

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Una questione spinosa di cui è ancora aperto il dibattito politico, evidenziata anche dal rapporto INAPP, è quella che riguarda la mancanza di strumenti che impediscono ai lavoratori di percepire stipendi inferiori ad una soglia minima definita per legge.

Il così detto salario minimo, presente nella maggior parte dei paesi europei, in Italia non è stato ancora costituito e le ultime decisioni del governo attuale hanno escluso l’ipotesi di inserire uno stipendio minimo di 9 euro l’ora.

Si punta tutto quindi sui CCNL, ovvero sulla contrattazione collettiva nazionale, che contiene in linea generale anche le tabelle retributive specifiche per diversi livelli di inquadramento in base al settore.

Il rapporto INAPP evidenzia come effettivamente non esistano ragioni per escludere strumenti differenti, rispetto alla contrattazione collettiva, per introdurre una soglia minima di stipendio. Nonostante la presenza dei CCNL quindi, per molti italiani raggiungere uno stipendio in grado di affrontare con serenità gli ultimi andamenti del caro vita è tutt’ora difficile.

I bassi salari vengono quindi collegati anche alla bassa produttività, formando un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Anche la presenza di premi al risultato è piuttosto bassa in Italia: l’INAPP rileva che questi strumenti sono utilizzati solo per il 9% dei lavoratori.

La carenza di personale per le aziende

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Un fattore che potrebbe sembrare contrastante rispetto ai dati visti fino ad ora riguarda la carenza del personale: molte imprese, soprattutto in alcuni settori, faticano a trovare lavoratori. Vengono individuate alcune cause intorno a questo fenomeno:

  • differenze tra le competenze richieste dalle aziende e quelle dei lavoratori;
  • assenza di candidati alle offerte proposte;
  • rifiuto da parte dei candidati alle proposte di lavoro;
  • i lavoratori spesso scelgono di licenziarsi.

A questo si aggiunge il fatto che attualmente gli italiani spesso rinunciano a lavorare in alcuni settori specifici, come il turismo e la ristorazione.

Ci sono quindi dei lavori che gli italiani non vogliono più fare, per cui molte aziende faticano a trovare personale. A questo bisogna anche affiancare le paghe basse, come abbiamo visto rispetto ai dati del rapporto INAPP, che allontanano possibili candidati.

Lavoro autonomo in Italia

Una parentesi interessante è quella del lavoro autonomo: la contrazione è riscontrata anche in questo ambito, per cui in linea generale il punto di vista degli italiani è quello di attività spesso faticose e complesse da gestire, per cui si sceglie di rinunciare all’apertura di una partita Iva.

Avviare un’attività in Italia è ritenuto sempre più complesso. Possiamo evidenziare a questo proposito un altro aspetto da non sottovalutare, che si affianca a quello dei redditi bassi, ovvero la tassazione. Secondo un rapporto Eurostat2 recente, il peso delle tasse in Italia rimane elevato sulle retribuzioni.

Il nostro paese infatti è sesto in Europa per ciò che riguarda il rapporto tra tasse e PIL. Anche questo aspetto non è da sottovalutare quando si decide di aprire un’attività. Molti italiani infatti sono scoraggiati dalla pressione fiscale elevata intorno al lavoro autonomo e al costo dei dipendenti.

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Stipendi bassi e dimissioni volontarie

Un altro fattore che incide sull’andamento del mercato del lavoro in Italia riguarda le dimissioni volontarie. I lavoratori che scelgono di lasciare il proprio posto di lavoro per cercare nuove prospettive sono in aumento in Italia e il rapporto INAPP ha rilevato per il 2021 almeno 560.000 lavoratori dimissionari.

Le cause dietro a questa scelta possono essere le più disparate: stipendi ritenuti troppo bassi, condizioni di lavoro che non soddisfano, mancata crescita professionale all’interno delle aziende, differenze salariali e così via. Le dimissioni volontarie si riscontrano soprattutto in settori come la ristorazione e il turismo, gli stessi che riscontrano una certa difficoltà a trovare nuovi dipendenti.

Il fenomeno delle grandi dimissioni è iniziato con l’arrivo della pandemia e in Italia con i diversi lockdown. Molti infatti hanno scelto di cambiare per cercare prospettive migliori, tra cui quella di poter lavorare da casa da remoto.

Lo smart working e la settimana corta

smart working settimana corta

Alcuni aspetti da considerare sul mercato del lavoro riguardano lo smart working e la settimana corta. Anche se su questi punti l’Italia è ancora fanalino di coda rispetto ad altri paesi, oggi c’è una maggiore consapevolezza presso i lavoratori, sui vantaggi di questi strumenti.

Secondo diverse sperimentazioni, compiute prevalentemente all’estero, la riduzione dell’orario di lavoro potrebbe portare a benefici non solamente per le condizioni generali dei lavoratori, ma anche per la produttività stessa.

I vantaggi dello smart working invece sono già stati evidenziati a partire dalla pandemia, quando questo strumento si è rivelato indispensabile in molti contesti. Anche in Italia diverse imprese sono orientate al risparmio che il lavoro da remoto e la riduzione dell’orario possono garantire, tuttavia sono ancora necessarie specifiche competenze manageriali per vedere un cambiamento più diffuso.

Lavoro e imprese: prospettive e incentivi

La formazione professionale e manageriale è un aspetto da non sottovalutare per risollevare il mercato del lavoro italiano, insieme ad un welfare aziendale che valorizzi le categorie di lavoratori più precarie e le persone con disabilità. Per le imprese italiane oggi le sfide sono tante, come abbiamo visto.

Dal reperimento del personale qualificato alla gestione delle nuove modalità di lavoro che includono lo smart working e la settimana corta, fino all’evoluzione di intere professioni basate su piattaforme online, come quella dell’influencer.

Diverse criticità del lavoro in Italia riguardano anche le differenze di genere, sempre marcate sia in termini di salari che di accesso a posizioni lavorative dirigenziali. Inoltre, una popolazione sempre più anziana è riscontrata anche nella forza lavoro: ogni 1.000 lavoratori con età da 19 a 39 anni corrispondono ad almeno 1.900 lavoratori con età superiore a 39 anni.

Dal punto di vista del welfare ci sono margini di miglioramento. Gli ultimi governi hanno introdotto diverse misure a questo proposito, ad esempio quelle dedicate all’assunzione agevolata di lavoratrici donne o giovani. Tuttavia il margine di utilizzo è ancora ampio, come indicano i dati sull’utilizzo degli incentivi: ecco la tabella fornita dall’INAPP in riferimento al 2021.

Campione totale impreseCampione totale imprese che assumonoCampione totale imprese che assumono con incentivi
Quota imprese che assumono54,71%
Quota imprese che assumono con incentivi14,22%26%
Quota di imprese che ritengono l’incentivo
necessario per le assunzioni
4,5%8,3%31,76%
Decontribuzione Sud4,19%7,65%29,42%
Apprendistato6,25%11,43%43,95%
Giovani under 363,72%6,79%26,12%
Alternanza scuola-lavoro0,18%0,32%1,23%
Bonus donne1,60%2,92%11,23%
Altre misure1,51%2,77%10,64%
Totale29.62721.1506.814

Stipendi bassi in Italia – Domande frequenti

Perché in Italia gli stipendi sono così bassi?

In Italia gli stipendi rimangono bassi rispetto agli altri paesi OCSE per diversi motivi, a partire dalle difficoltà economiche degli ultimi anni. Ecco tutti i dati.

Perché in Italia gli stipendi non crescono?

Nel paese gli stipendi sono cresciuti dal 1991 al 2022 solo dell’1%, contro il +32,5% degli altri paesi OCSE. Non vi è ancora un salario minimo, la tassazione è una delle più alte in Europa e la produttività non aumenta in modo significativo.

La settimana corta è arrivata in Italia?

In alcune aziende si sta sperimentando la settimana corta anche in Italia, tuttavia si tratta di poche eccezioni. All’estero la sperimentazione è stata avviata da diversi anni in alcuni contesti, con risultati positivi.

Perché le aziende non riescono a trovare personale in Italia?

In alcuni settori le aziende faticano a trovare personale perché i lavoratori cercano condizioni di lavoro più vantaggiose, scelgono di dimettersi oppure escludono alcune tipologie di mansioni.

  1. Rapporto INAPP 2023: “Lavoro, formazione, welfare. Un percorso di crescita accidentato”, oa.inapp.org ↩︎
  2. EU tax and social contribution revenue up in 2022, Eurostat ↩︎
Autore
Giornalista pubblicista, laureata in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Torino, da sempre sono appassionata di scrittura. Dopo alcune esperienze all'estero, ho deciso di approfondire tematiche inerenti la fiscalità nazionale relativa alle persone fisiche ed alle Partite Iva. La curiosità mi ha portato a collaborare con agenzie web e testate e a conoscere realtà anche diversissime tra loro, lavorando come copywriter e editor freelancer.

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