Il 16 aprile 2026 i giornalisti italiani scioperano per la terza volta in pochi mesi. Dopo le astensioni del 28 novembre 2025 e del 27 marzo 2026, la categoria torna a fermarsi per chiedere il rinnovo del contratto nazionale di lavoro, scaduto da dieci anni e fermo dopo quasi due anni di trattativa con la Federazione Italiana Editori Giornali. Lo sciopero del 16 aprile รจ il terzo atto di una mobilitazione che pone sul tavolo questioni che attraversano l’intero sistema dell’informazione italiano e che riguardano tutti e tutte.
Contratto giornalisti scaduto da dieci anni: un primato negativo senza paragoni
Il contratto dei giornalisti รจ scaduto da dieci anni, un caso unico tra i lavoratori dipendenti in Italia. Nel corso di questo decennio le redazioni italiane sono state profondamente trasformate: sono diventate multipiattaforma, hanno cominciato a lavorare a ritmi accelerati, con organici ridotti, facendo sempre piรน ricorso a collaboratori esterni e partite IVA. Le retribuzioni, invece, sono rimaste ferme. Secondo la segretaria generale della FNSI, Alessandra Costante, l’inflazione ha eroso del 20% le retribuzioni negli ultimi dieci anni, con il risultato che in alcune aree del Paese non si trovano piรน giornalisti disponibili a essere assunti, perchรฉ i neoassunti guadagnano giร troppo poco.
La FIEG sostiene che gli automatismi retributivi previsti dal contratto abbiano in realtร protetto i giornalisti dall’inflazione, rendendo le richieste della FNSI non giustificate. Ma anche accettando la versione degli editori, la questione non cambia: le copie medie giornaliere vendute hanno subito un dimezzamento dei ricavi nell’ultimo decennio. Un contratto fermo da dieci anni, comunque, in un settore che ha subito trasformazioni cosรฌ radicali, non riflette piรน la realtร che dovrebbe disciplinare.
Le tre rivendicazioni della FNSI: salari, autonomi e intelligenza artificiale
La manifestazione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana ruota attorno a tre ragioni principali. La prima รจ quella salariale: il recupero del potere d’acquisto perso e una struttura retributiva adeguata alle condizioni attuali del mercato del lavoro. In Germania, dopo una lunga vertenza, nel luglio 2025 il sindacato dei giornalisti e l’associazione degli editori di quotidiani hanno raggiunto un accordo triennale con aumenti retroattivi e progressivi, con stipendi medi nei quotidiani compresi tra 3.500 e 5.600 euro lordi mensili. In Italia, invece, la trattativa รจ ancora ferma al punto di partenza.
La seconda motivazione riguarda il lavoro autonomo. La mobilitazione della FNSI include i giornalisti lavoratori autonomi e i collaboratori parasubordinati ancora in attesa dell’equo compenso: la FIEG ha ignorato la sentenza con cui nel 2016 il Consiglio di Stato aveva annullato la precedente delibera sull’equo compenso e, al nuovo tavolo negoziale, ha formulato una proposta ancora inferiore a quella giร bocciata dieci anni fa.
La terza ragione รจ meno visibile nel dibattito pubblico, ma altrettanto rilevante, perchรฉ riguarda l’impiego dell’intelligenza artificiale. Il comunicato FNSI segnala esplicitamente il rifiuto degli editori di introdurre regole condivise per l’uso dell’AI nelle redazioni, con il rischio che la tecnologia venga utilizzata per sostituire i giornalisti anzichรฉ supportarli. Non รจ una preoccupazione astratta: in un settore dove i margini sono compressi e la pressione sui costi รจ costante, la tentazione di automatizzare la produzione di contenuti standard รจ giร documentata in diverse testate internazionali. L’assenza di regole condivise espone dunque la categoria a una trasformazione senza negoziazione nรฉ garanzie.
Collaboratori e partite IVA: la risorsa che nessuno vuole tutelare
Nel dibattito sullo sciopero del 16 aprile, la figura del giornalista collaboratore โ freelance, partita IVA, cococo โ rischia di essere schiacciata tra due narrazioni opposte e ugualmente distorte. Da un lato quella degli editori, che tendono a presentare il lavoro autonomo come una risorsa elastica da attivare e disattivare senza obblighi contrattuali; dall’altro quella di chi, dall’esterno, equipara i collaboratori a lavoratori che cedono alla precarizzazione e indeboliscono la categoria.
La realtร รจ piรน complessa e merita di essere letta in modo diverso. Un giornalista freelance che pretende compensi adeguati al proprio lavoro, che non accetta tariffe al ribasso, che costruisce la propria reputazione sulla qualitร delle inchieste e sull’indipendenza dalle linee editoriali di una singola testata, non nuoce alla categoria e non abbassa il valore del lavoro giornalistico, anzi. E va tutelato di piรน. Secondo i dati del consorzio europeo CASE, l’Italia detiene il record europeo di SLAPP con 26 casi segnalati solo nel 2023, pari a un quarto del totale UE, e tra le vittime principali figurano proprio giornalisti freelance e collaboratori, bersagliati da querele temerarie perchรฉ privi delle coperture legali e assicurative garantite dalle grandi redazioni.
Il nodo dell’equo compenso, dunque, non riguarda solo la dignitร retributiva individuale, ma la tenuta del pluralismo. Un sistema in cui il lavoro giornalistico autonomo รจ remunerato sotto il costo di produzione non produce solo precarietร , produce dipendenza. Il collaboratore che non riesce a vivere del proprio lavoro finisce per accettare condizioni editoriali che un professionista indipendente e ben remunerato rifiuterebbe.
La posizione degli editori: crisi reale, argomenti parziali
La FIEG sostiene che il contratto sia ancorato a modelli di business non piรน esistenti, con clausole anacronistiche, e che il sindacato abbia rifiutato di affrontare il tema della modernizzazione complessiva, limitandosi a richieste esclusivamente economiche. La posizione non รจ priva di fondamento sul piano della logica negoziale: un contratto che non evolve per un decennio รจ ormai distante dalla realtร in cui operano ogni giorno tanto i giornalisti quanto gli editori.
Il problema รจ la direzione in cui gli questi ultimi intendono aggiornarlo. Secondo i dati citati dalla FNSI nel comunicato di marzo 2026, nel biennio 2024-2026 le aziende editoriali avrebbero ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute, 66 milioni per oltre 1.000 prepensionamenti, circa 154 milioni di risparmio sul credito d’imposta per l’acquisto della carta tra il 2022 e il 2025 e altri 17,5 milioni per investimenti tecnologici. Cifre che la FNSI attribuisce agli editori FIEG e che questi non hanno contestato nel merito. A confermare la portata complessiva del sostegno pubblico al settore, i dati del ministero dell’Economia indicano che nella legge di Bilancio 2025 i fondi per il pluralismo e l’innovazione digitale dell’informazione sono stati appostati a 282,7 milioni di euro, la cifra piรน alta mai stanziata negli ultimi anni.
In questo quadro, la richiesta di modernizzazione contrattuale da parte degli editori va letta anche come richiesta di maggiore flessibilitร nell’utilizzo del personale, nel momento in cui la proprietร dei grandi gruppi editoriali sta cambiando rapidamente.
Il caso Gedi: il segnale piรน eloquente
Nessun episodio recente fotografa la crisi dell’editoria italiana meglio della vicenda del gruppo Gedi, che pubblica Repubblica e controlla – tra le altre cose – Radio Deejay, Capital, m2o, HuffPost Italia e Limes, ma รจ stato ceduto al 100% al gruppo editoriale greco Antenna, di proprietร della famiglia Kyriakou. La Stampa รจ invece oggetto di un accordo separato con il gruppo SAE.
L’annuncio della cessione รจ avvenuto mentre era in corso lo spoglio del referendum sulla magistratura, con tutti i giornalisti impegnati nella copertura. Il comitato di redazione di Repubblica ha definito la scelta come la conferma della mancanza di rispetto verso il giornale e la sua storia da parte dell’ex editore John Elkann, senza tenere conto nemmeno delle garanzie occupazionali.
Le redazioni coinvolte non sono state informate dell’avvio delle trattative nรฉ sono state in alcun modo coinvolte nel processo che ha portato alla vendita. La vicenda Gedi non รจ un caso isolato ma il piรน recente di una serie di passaggi di proprietร che stanno ridisegnando l’assetto dell’editoria italiana, spesso senza il coinvolgimento delle redazioni e con incertezze significative sui livelli occupazionali.
Il confronto europeo
Lo sciopero giornalisti del 16 aprile 2026 assume un peso diverso se inserito nel contesto europeo. Nella classifica 2025 sulla libertร di stampa stilata da Reporters Sans Frontiรจres, l’Italia si colloca al 49ยฐ posto su 180 Paesi, il risultato peggiore tra i Paesi dell’Europa Occidentale. A pesare sul punteggio non sono solo le minacce fisiche, ma anche la pressione legale sistematica: per il secondo anno consecutivo l’Italia registra il numero piรน alto di SLAPP โ querele temerarie a scopo intimidatorio โ in tutta Europa, con 21 casi documentati nel solo 2024. Un dato che nel 2025 รจ ulteriormente peggiorato: le azioni legali configurabili come SLAPP sono aumentate del 67%, colpendo 117 giornalisti.
Anche sul fronte contrattuale il confronto con i principali Paesi europei รจ impietoso. In Svezia il contratto collettivo per la stampa quotidiana, firmato nel maggio 2025 e valido fino al marzo 2027, prevede aumenti del 3% dall’aprile 2025 e del 2,5% dall’aprile 2026. In Spagna il contratto collettivo nazionale della stampa รจ stato rinnovato nell’aprile 2024. Nel Regno Unito, dove non esiste un contratto nazionale di categoria, lo stipendio medio di un giornalista รจ di circa 34.000 sterline annue, con punte di 45.000 a Londra. In Italia, qualsiasi confronto con questi numeri risulta difficile da impostare, perchรฉ il riferimento contrattuale รจ fermo al 2016.
Qualitร dell’informazione e interesse collettivo
Lo sciopero giornalisti del 16 aprile pone una questione che supera i confini della vertenza sindacale. La qualitร dell’informazione prodotta in un Paese dipende, tra le altre cose, dalle condizioni in cui lavorano chi quella informazione la produce. Un giornalista con poco tempo, poche risorse e nessuna protezione contrattuale produce inevitabilmente un’informazione piรน superficiale, meno verificata, piรน esposta alle pressioni esterne.
Il contratto giornalistico tiene insieme due principi costituzionali essenziali: la giusta retribuzione garantita dall’articolo 36 della Costituzione e la libertร di stampa tutelata dall’articolo 21. Senza l’uno, cade anche l’altro. La precarizzazione economica del giornalismo non รจ solo un problema di categoria, ma un problema che riguarda la qualitร dell’informazione accessibile a tutti, su cui si basa anche la garanzia della democrazia.
Lo sciopero del novembre 2025 aveva registrato un’adesione di circa il 90% dei giornalisti italiani, anche in testate dove un’astensione dal lavoro non era mai avvenuta prima. Nonostante questo risultato, gli editori sono tornati al tavolo delle trattative senza modificare la propria posizione. Lo sciopero del 16 aprile รจ la risposta a quella scelta.










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile