Festa della mamma, nel 2026 il 58% delle madri con figli piccoli non ha un lavoro: ecco perché

Oggi più che mai serve rafforzare un welfare coerente e coordinato lungo tutto l'arco della vita, insieme a un'organizzazione del lavoro compatibile con le responsabilità familiari. Le aziende non possono sostituirsi allo Stato, ma mentre lo Stato continua a rimandare, possono scegliere di non fare altrettanto.

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Auguri, fiori, pranzi in famiglia. La Festa della mamma è una parentesi di gioia all’interno di un sistema che per gli altri 364 giorni non si preoccupa abbastanza di loro. Nascono sempre meno bambini non perché non li si voglia, ma perché mancano le condizioni per averli. Ogni anno, puntuale come un bollettino meteorologico che annuncia sempre la stessa tempesta, arriva il rapporto di Save the Children sulla maternità in Italia. Si chiama Le equilibriste e il nome basta da solo a dire tutto.

Siamo all’undicesima edizione. Undici anni di dati, allarmi mai ascoltati e promesse mancate. Dalla prima edizione nel 2014, il rapporto sottolinea come la condizione delle madri italiane non sia migliorata, ma addirittura, sulla base dei dati 2026, peggiorata: sulle donne continuano a pesare quasi in toto i costi della genitorialità. Compresse tra lavoro e cura, sottoposte a un pesante carico mentale, la madri sono troppo spesso da sole.

Il lavoro delle donne peggiora in tutta Italia

Per la prima volta si registra un peggioramento della situazione lavorativa in tutte le regioni del Paese: il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare si ferma al 58,2% e la penalizzazione associata alla maternità è pari al 33%. Meno di sei madri su dieci, tra quelle con bambini piccoli, hanno un lavoro. Se il 68,7% delle donne senza figli lavora, la quota scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne, toccando il minimo del 58,2% per chi ha bambini in età prescolare.

Il paradosso è tutto in un altro numero: il 92,8% dei padri con almeno un figlio minore ha un’occupazione, una quota più alta di quella degli uomini senza figli. Un figlio, per un uomo, è un incentivo al lavoro. Per una donna è ancora troppo spesso una penalità. Nel settore privato le madri registrano una penalizzazione salariale che può arrivare fino al 30% dopo la nascita di un figlio, mentre nel settore pubblico la penalizzazione è più contenuta, al 5%, ma comunque rilevante.

Questi numeri si traducono in mutui che non si riescono a pagare, in carriere che non decollano, in pensioni future irrisorie. Perché avere un figlio in Italia costa alle donne molto di più che agli uomini: in denaro, in opportunità, in anni di vita lavorativa.

L’inverno demografico e le ragazze che se ne vanno

Nel 2025 le nascite sono scese a circa 355 mila, con un calo del 3,9% in un solo anno, e il tasso di fecondità si ferma a 1,14 figli per donna, ben al di sotto della media europea, che nel 2024 era di 1,34. L’età media al parto ha raggiunto i 32,7 anni e le madri sotto i 30 anni rappresentano ormai una minoranza. Le donne rimandano, aspettano condizioni migliori che spesso non arrivano. Quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio. L’81,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni dichiara di voler avere figli in futuro, ma il desiderio si scontra con l’assenza di condizioni concrete per realizzarlo.

Il risultato è una fuga silenziosa ma costante. Tra le under 35, le emigrate all’estero sono aumentate del 125% in dieci anni, dal 2014 al 2024, arrivando a rappresentare quasi una giovane su dieci. Ancora più preoccupante è la mobilità interna: oltre 200 mila giovani donne del Mezzogiorno si sono trasferite al Centro-Nord, aggravando il declino demografico del Sud, dove nel 2025 le nascite calano del 5%, più che nel resto del Paese.

Cosa significa fare figli da giovani

Chi resta e diventa madre giovane si trova spesso senza alcun sostegno. Tra le mamme giovanissime, nella fascia 15-29 anni, il 60,9% non studia, non lavora e non è inserita in alcun percorso di formazione – appartiene ai NEET, nella definizione tecnica – contro l’11,3% dei padri della stessa fascia. Un dato che racconta l’altra faccia della maternità italiana: non solo quella delle professioniste che perdono carriera, ma anche quella delle ragazze che non ne hanno mai avuta una.

Le dimissioni involontarie, le neomamme escono dal mercato

Uno dei segnali più allarmanti riguarda la crescita delle dimissioni volontarie o presunte tali. Le dimissioni delle madri con figli piccoli sono passate da 4,8 a 6,8 ogni mille donne occupate. La quota di donne con contratti a termine da almeno cinque anni è salita dal 17,4% al 19,1%: la precarietà, unita all’impossibilità di trovare soluzioni di cura per i figli, spinge molte madri a rinunciare.

Nel settore privato, il 25% delle madri under 35 esce dal mercato del lavoro nell’anno della nascita del primo figlio, contro il 12% delle over 35. Le più giovani, quindi, sono le più penalizzate. Quelle con meno risorse, meno tutele contrattuali, meno potere negoziale. Quelle che il sistema lascia cadere nel momento più delicato della loro vita. Tra le ventenni con due o più figli, lavora solo il 23,2% delle madri contro l’83,7% dei padri nella stessa condizione.

Asili nido: il nodo che non si scioglie

Al centro di tutto c’è un problema concreto, materiale e in teoria risolvibile, se solo ci fosse la volontà di farlo. La mancanza di servizi esterni, asili nido in primis, fa sì che le donne si trovino schiacciate da un pesante carico mentale: l’impegno invisibile di chi deve pensare, anticipare e decidere per la gestione familiare prima ancora di agire. Una responsabilità cognitiva ed emotiva costante che consuma tempo ed energie lasciando spesso senza forze.

I dati sulla copertura dei servizi per la prima infanzia sono impietosi su due fronti distinti. I posti complessivamente autorizzati nei nidi pubblici e privati coprono 31,6 bambini ogni 100 sotto i tre anni, un valore ancora lontano dal target europeo del 45% entro il 2030. Ma se si guarda ai soli servizi educativi pubblici per la fascia 0-2 anni, la media nazionale di presa in carico scende al 18,5%, con divari fortissimi: il Friuli-Venezia Giulia raggiunge il 40,5%, mentre Campania, Calabria e Sicilia si fermano rispettivamente al 6,9%, 5,9% e 7,9%.

Il part-time è una parziale via d’uscita per molte madri: il 32,6% delle donne 25-54enni con figli minori lavora part-time. In più di un caso su dieci si tratta di part-time involontario (11,7%). Tra i padri la quota è nettamente più bassa, al 3,5%.

La mappa delle disuguaglianze: il Sud paga il conto più salato

Il rapporto conferma anche quest’anno che l’Italia è un Paese a due velocità, e la linea di frattura corre lungo il 41° parallelo. Tra le madri con figli minori, il tasso di occupazione arriva al 73,1% al Nord e al 71% al Centro, mentre nel Mezzogiorno e nelle Isole scende al 45,7%.

Il Mothers’ Index 2026, elaborato da Save the Children in collaborazione con Istat, su sette dimensioni e 14 indicatori, colloca al vertice l’Emilia-Romagna (110,115), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (106,334) e dalla Valle d’Aosta (105,718). In fondo alla classifica si collocano Basilicata (92,276), Puglia (92,226) e Sicilia (91,930), ultima.

La Sicilia, che nella scorsa edizione occupava il 17° posto, scende ora al 21° e ultimo gradino della graduatoria nazionale, confermandosi ultima sui servizi. A pesare è soprattutto la debolezza dell’offerta pubblica per la prima infanzia: la presa in carico dei servizi educativi pubblici per bambini tra 0 e 3 anni si ferma al 7,9%, contro una media nazionale del 18,5%. Meno di un bambino su tredici ha accesso a un servizio educativo pubblico. Tutti gli altri dipendono da soluzioni private – spesso costose – o dal solo carico delle madri.

Cosa cambia nel 2026

La legge di Bilancio 2026 ha introdotto alcuni aggiornamenti. Il congedo parentale è stato esteso fino ai 14 anni del figlio, raddoppiano i giorni di permesso per malattia dei figli tra i 3 e gli 8 anni e il bonus mamme lavoratrici sale da 40 a 60 euro mensili per le madri con almeno due figli e reddito fino a 40 mila euro. Misure utili, ma insufficienti a spostare davvero gli equilibri. Save the Children lo chiarisce senza mezzi termini: misure temporanee come il bonus mamme, che nel 2026 costerà 630 milioni di euro, beneficiano quasi esclusivamente le donne over 30, senza affrontare i nodi strutturali del lavoro e dei servizi. L’organizzazione chiede congedi paritari individuali non trasferibili, gratuità dei nidi per le famiglie sotto i 26 mila euro di ISEE entro il 2030, e la garanzia del 33% di copertura nidi in ogni comune entro il 2027.

Cosa possono fare professionisti e PMI? Smettere di aspettare lo Stato

La questione non riguarda solo il legislatore. Riguarda ogni studio professionale, ogni piccola e media impresa, ogni datore di lavoro che abbia collaboratrici o dipendenti con figli. Il welfare aziendale non è filantropia: è uno strumento concreto di competitività e fidelizzazione.

Alcuni imprenditori hanno già compreso che la presenza di asili nido in zona rende l’azienda più attrattiva, anche per realtà con dipendenti prevalentemente maschili. Chi gestisce risorse umane sa bene quanto costi perdere una collaboratrice preparata nel momento in cui diventa madre, formarne un’altra, sostituirla. Il costo dell’abbandono è quasi sempre superiore a quello del supporto.

Per le PMI che non hanno risorse per soluzioni interne, esistono strade praticabili: accordi con strutture territoriali per convenzioni sulle rette, flessibilità oraria strutturata, smart working, congedi di paternità incoraggiati e non solo tollerati. Non servono grandi capitali, ma serve una cultura organizzativa diversa e la consapevolezza che trattenere talenti significa anche non costringere le persone a scegliere tra un figlio e una carriera.

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Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e al giornalismo digitale.

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