Dal 1° gennaio 2027 la soglia di reddito da lavoro dipendente compatibile con il regime forfettario torna, salvo nuove proroghe, da 35.000 a 30.000 euro. Il limite di ricavi e compensi dovrebbe invece rimanere fermo a 85.000 euro, mentre la proposta di portarlo a 100.000 euro si è arenata sui vincoli comunitari.
In attesa di novità ufficiali, ecco quali sono, allo stato attuale della normativa, i requisiti di accesso, le soglie in vigore e le cause di esclusione dal regime agevolato.
Chi può accedere al regime forfettario nel 2027
Per prima cosa, ricordiamo che il regime forfettario introdotto dalla legge n. 190/2014 resta ad oggi l’unico regime fiscale agevolato per le persone fisiche che esercitano attività d’impresa, arti o professioni, incluse le imprese familiari. Ne restano fuori le società di qualsiasi tipo e le associazioni professionali.
Oltre al requisito soggettivo, l’accesso resta condizionato al rispetto di due soglie economiche e all’assenza di specifiche cause ostative previste dalla legge.
Qual è il limite di ricavi e compensi per il 2027
Salvo novità, il tetto di ricavi e compensi resta fissato a 85.000 euro annui. La soglia, confermata dalla legge di Bilancio 2026 (legge n. 199/2025), non può essere alzata unilateralmente dall’Italia: la direttiva UE 2020/285 consente agli Stati membri di applicare un regime di franchigia IVA solo fino a questo importo.
Chi invece apre la partita IVA nel corso dell’anno deve calcolare il limite in proporzione ai giorni di attività, dividendo 85.000 per 365 e moltiplicando il risultato per i giorni effettivi.
Cosa succede se si superano gli 85.000 euro
Il meccanismo della doppia soglia, introdotto dalla legge di Bilancio 2023, resta invariato:
- tra 85.001 e 100.000 euro, la permanenza nel regime è garantita per l’intero anno in corso, ma il passaggio al regime ordinario o semplificato scatta dal 1° gennaio dell’anno successivo;
- oltre i 100.000 euro, l’uscita dal forfettario è immediata. L’IVA va applicata dall’operazione che ha determinato il superamento e l’IRPEF a scaglioni si applica sull’intero reddito dell’anno.
La soglia dei redditi da lavoro dipendente torna a 30.000 euro
A cambiare tra il 2026 e il 2027 dovrebbe essere la soglia dei redditi da lavoro dipendente, salvo che non vi siano specifici interventi in materia. La legge n. 190/2014 esclude infatti dal forfettario chi, nell’anno precedente, ha percepito redditi da lavoro dipendente o assimilati oltre una certa soglia, a meno che il rapporto di lavoro sia cessato.
La legge di Bilancio 2025 (legge n. 207/2024) aveva alzato questo limite da 30.000 a 35.000 euro per lo stesso anno. La legge di Bilancio 2026 (legge n. 199/2025) ha prorogato la deroga anche per il 2026. In assenza di un nuovo intervento nella manovra 2027, la soglia tornerà al valore ordinario di 30.000 euro dal 1° gennaio 2027.
La ricaduta pratica riguarda soprattutto dipendenti e pensionati con una partita IVA in forfettario: chi nel 2026 percepisce un reddito da lavoro dipendente o da pensione superiore a 30.000 euro rischia cioè di non poter mantenere il regime agevolato nel 2027, salvo proroga della deroga.
“Molti contribuenti potrebbero pensare che l’innalzamento a 35.000 euro sia ormai strutturale, ma al momento non è così – spiega Erika Verzaro, esperta del mercato del lavoro e da anni responsabile editoriale del portale ticonsiglio.com – La soglia maggiorata è prevista per il 2025 e il 2026: in assenza di un nuovo intervento normativo, dal 2027 tornerebbe quindi a 30.000 euro. Per dipendenti e pensionati che svolgono anche un’attività autonoma è quindi importante conoscere questo limite e tenere sotto controllo la propria situazione reddituale, per valutarne per tempo gli effetti sul regime forfettario”.
Quali sono le altre cause di esclusione dal regime forfettario
Oltre alle soglie di ricavi e ai redditi da lavoro dipendente, restano cause di esclusione dal regime forfettario:
- l’applicazione di regimi speciali IVA (tra gli altri: agricoltura, editoria, agenzie di viaggio, vendite a domicilio, beni usati e oggetti d’antiquariato);
- la residenza fiscale fuori dall’Italia, salvo per chi risiede in uno Stato UE o SEE con adeguato scambio di informazioni e produce in Italia almeno il 75% del reddito complessivo;
- le cessioni prevalenti di fabbricati, terreni edificabili o mezzi di trasporto nuovi;
- la partecipazione a società di persone, associazioni professionali o imprese familiari, oppure il controllo di società a responsabilità limitata che svolgono attività riconducibili a quella individuale;
- lo svolgimento dell’attività prevalentemente nei confronti di un datore di lavoro attuale o dei due anni precedenti.
A queste si aggiunge il limite di 20.000 euro per le spese sostenute per personale dipendente o lavoro accessorio, confermato senza modifiche dalla legge di Bilancio 2026.
“Tra gli aspetti da verificare con maggiore attenzione ci sono le partecipazioni societarie – spiega Verzaro – La normativa prevede specifiche cause di esclusione, ad esempio in presenza del controllo diretto o indiretto di una Srl che svolge attività riconducibili a quella esercitata dal contribuente. Sono situazioni che è importante verificare attentamente prima di scegliere o mantenere il regime forfettario”.
La soglia potrebbe davvero salire a 100.000 euro nella manovra 2027
Nel dibattito sulla manovra 2027 è tornata la proposta, sostenuta dalla Lega, di innalzare il tetto di ricavi del forfettario da 85.000 a 100.000 euro. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha frenato l’ipotesi per ragioni tecniche: la direttiva UE 2020/285 fissa il limite della franchigia IVA a 85.000 euro, mentre un innalzamento varrebbe solo ai fini delle imposte dirette, complicando la gestione del regime. Il nodo delle coperture economiche resta aperto in vista della sessione di bilancio autunnale.
“Il limite europeo degli 85.000 euro rappresenta un ostacolo concreto all’innalzamento della soglia – chiarisce Verzaro – Un eventuale intervento nazionale oltre questo importo dovrebbe quindi fare i conti con una disciplina IVA che non consente di estendere automaticamente la franchigia fino a 100.000 euro”.
Il regime resta comunque la scelta prevalente per chi apre una nuova partita IVA. Secondo l’Osservatorio sulle partite IVA del dipartimento delle Finanze, nel primo trimestre 2026 sono state aperte 184.895 nuove posizioni, di cui 104.136 in regime forfettario, pari al 56,3% del totale. Nell’intero 2025 le adesioni erano state 242.529 su 500.341 aperture complessive, il 48,5%.
“Il regime forfettario continua a essere scelto da una quota significativa di chi apre una nuova partita IVA – conclude Verzaro – È importante, però, non limitarsi a monitorare il tetto dei ricavi: per mantenere il regime nel tempo bisogna verificare anche le altre soglie e le cause ostative previste dalla normativa, alcune delle quali sono meno conosciute”.













Roberto Rais
Giornalista e autore