Chiudere partita IVA: quanto costa davvero e cosa resta da pagare dopo

Comunicazione entro trenta giorni, imposta di bollo e diritti di segreteria, ultima dichiarazione IVA e credito da recuperare: la dottoressa commercialista Elisa Marchetto spiega ogni passaggio della cessazione e perché conviene chiudere con un check di uscita

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Comunicazioni formali e passaggi procedurali da rispettare: chiudere la partita IVA non è una semplice operazione burocratica. Può configurarsi anche come un’esperienza di crescita umana e professionale, a patto che ci si ponga le domande giuste. Insieme ad Elisa Marchetto, dottoressa commercialista e revisore contabile, Partitaiva.it ha passato in rassegna tutti gli step che portano un professionista a chiudere la partita IVA, con tutte le difficoltà e i costi che ne derivano. Senza dimenticare la riflessione doverosa sulla necessità di andare oltre la fine di una idea imprenditoriale per trarne insegnamento e riuscire, presto o tardi, a metterne in piedi una nuova e con gambe più solide.

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Come si chiude la partita IVA: la comunicazione all’Agenzia delle Entrate

Chi fa impresa sa bene che la parte più difficile non è trovare l’idea originale da cui far partire un business ma far sì che quella idea regga nel medio e lungo termine. Fare critica costruttiva significa passare attraverso gli errori, cercare di comprenderli fino in fondo. Significa analizzare le scelte compiute cercando di capire quali hanno determinato la fine di un’attività professionale o di una esperienza imprenditoriale.

Quali sono i vari step che portano alla chiusura di una partita IVA? E quali i costi? A rispondere a queste domande è Elisa Marchetto: “La chiusura – spiega – parte sempre da una comunicazione formale all’Agenzia delle Entrate: entro trenta giorni dal momento in cui l’attività è davvero finita va presentata la dichiarazione di cessazione attività, con gli stessi modelli usati per l’apertura di solito per via telematica o tramite ComUnica al Registro imprese”.

Fallimento e liquidazione giudiziale: comunica il curatore

Dopo questa comunicazione l’Agenzia delle Entrate procede alla chiusura della partita IVA. “Chi ha avuto un fallimento o una liquidazione giudiziale – spiega la professionista – segue lo stesso schema, ma è il curatore a fare la comunicazione, indicando come data di cessazione quella di chiusura o di ultimazione delle operazioni IVA. In seguito bisogna occuparsi dell’ultima dichiarazione IVA (che copre dall’inizio dell’anno alla data di cessazione) e, se risulta un credito IVA, si può chiedere il rimborso per cessata attività anche prima della chiusura della procedura, purché tutte le operazioni rilevanti siano concluse”.

Elisa Marchetto

Chiudere la partita IVA, come cambiano le procedure a seconda del regime fiscale

Chiudere la partita IVA non significa necessariamente che siano terminati tutti gli adempimenti fiscali a carico del professionista. Nell’anno successivo può essere necessario presentare la dichiarazione dei redditi relativa all’ultimo periodo di attività e versare le eventuali imposte e contributi ancora dovuti.

Il passo formale di base, cioè comunicare la cessazione entro 30 giorni con gli appositi modelli, è lo stesso per tutti i regimi, ma cambia la gestione dell’ultimo periodo d’imposta.

Che cosa fare nel regime ordinario

Marchetto spiega come: “Nel regime ordinario, in chiusura bisogna fare tutte le normali operazioni IVA: liquidazioni fino alla data di cessazione, fatturare le ultime operazioni, registrare i movimenti, presentare l’ultima dichiarazione IVA includendo anche l’eventuale IVA sui beni che escono dall’attività (per esempio beni destinati al consumo personale)”.

Che cosa fare nel regime forfettario

Nel regime forfettario, pur non essendoci IVA sulle fatture, la cessazione segue comunque le regole generali. Quali? “Si chiudono i rapporti – risponde la professionista, che è anche partner di Impresa Fiscal Padova Mc2 – si emettono le ultime fatture senza IVA e si comunica la chiusura. Se si è usciti dal forfettario prima della cessazione e si è rientrati nel regime ordinario, l’ultima parte dell’anno segue le regole ordinarie”.

Procedure concorsuali: la tempistica come leva sul credito IVA

“Nelle procedure concorsuali (fallimento o liquidazione giudiziale) – prosegue – il curatore può anche chiedere il rimborso IVA per cessata attività chiudendo la partita IVA prima della chiusura della procedura, se tutte le operazioni IVA sono terminate: in pratica, la tempistica della chiusura può essere usata per gestire meglio il credito IVA”.

Quanto si paga per chiudere la partita IVA

I costi vivi verso il Fisco per la sola chiusura della partita IVA sono di norma nulli, ma possono esserci costi indiretti: compensi del commercialista o dell’intermediario, eventuali diritti camerali per gli adempimenti al Registro imprese, e, in caso di procedure concorsuali, i compensi del curatore che rientrano nella procedura stessa.

Per la sola chiusura della partita IVA, sono in media necessari circa 100-200 euro se ci si affida a un professionista. Le tariffe effettive sul mercato sono però piuttosto variabili: si trovano indicazioni da circa 50 euro fino a 600 euro per pratiche più articolate.

Imposta di bollo e diritti di segreteria

Per le imprese individuali, i costi degli adempimenti camerali oscillano tra 35 e 50 euro. Le Camere di commercio indicano, ad esempio, 17,50 euro di imposta di bollo per le denunce telematiche; i diritti di segreteria per le pratiche di impresa individuale sono tipicamente nell’ordine di 18 euro, anche se vanno verificati sulla Camera competente.

Il diritto annuale camerale e il termine del 30 gennaio

Un punto importante è il diritto annuale camerale: è dovuto per anno solare e non viene semplicemente frazionato in base ai mesi di attività. Esistono però specifiche condizioni per evitare il pagamento dell’annualità successiva, tra cui la cancellazione dal Registro Imprese entro il 30 gennaio dell’anno successivo alla cessazione.

I compensi del curatore nelle procedure concorsuali

Se c’è una procedura concorsuale, i compensi del curatore sono determinati nell’ambito della procedura secondo le relative regole e vengono trattati come costi e oneri della procedura, non come il normale compenso che un commercialista chiede per presentare la cessazione della partita IVA.

Chiudere la partita IVA da soli si può: quando scegliere il commercialista?

Chiudere la partita IVA da soli è possibile. “Il titolare della partita IVA – dice Marchetto – può occuparsi in autonomia della chiusura, perché la legge richiede solo che la dichiarazione di cessazione sia presentata entro 30 giorni, con le stesse modalità dell’apertura (telematica diretta o tramite ufficio o Registro imprese), e non impone di passare per forza da un intermediario abilitato”.

Esistono tuttavia vari motivi pratici per cui molti professionisti e piccoli imprenditori preferiscono affidarsi a un commercialista. Il motivo è molto semplice: ridurre al minimo il rischio di errori. “Verificare che tutte le operazioni siano state effettivamente fatturate (specie per i professionisti, che devono chiudere i rapporti, fatturare tutto e dismettere i beni strumentali, altrimenti, se incassano dopo la chiusura, devono riaprire la partita IVA per emettere la fattura), controllare le ultime liquidazioni e l’ultima dichiarazione IVA, gestire l’eventuale credito IVA (valutando se chiederne il rimborso o usarlo in compensazione), coordinare comunicazioni a Registro imprese, INPS e altri enti, e prevenire errori che potrebbero portare a controlli o alla chiusura d’ufficio in caso di posizioni non coerenti”, spiega la professionista.

“Inoltre, in situazioni particolari (ad esempio fallimento, liquidazione giudiziale, crediti IVA rilevanti, attività con più regimi o più attività separate) la gestione tecnica diventa più complessa, e l’assistenza di un esperto riduce il rischio di perdere benefici o subire contestazioni”, conclude.

Chiudere la partita IVA, fare tesoro degli errori e non ripeterli

Quali consigli dare a chi ha appena chiuso la partita IVA? “Innanzitutto occorre comprendere le motivazioni della scelta: se la decisione nasce da un cambio di prospettiva – ad esempio un nuovo progetto, un diverso stile di vita, l’ingresso in un altro settore – oppure se la chiusura è la conseguenza di qualcosa che non ha funzionato, come un modello di business non più sostenibile, errori organizzativi o mancanza di marginalità”.

Il consiglio di Elisa Marchetto, quindi, è di non vivere la chiusura solo come un atto amministrativo, ma come un momento di consapevolezza. “Capire le cause profonde – commenta – permette di trasformare un’esperienza difficile in un patrimonio di competenze che eviterà di ripetere gli stessi errori e renderà più solido qualsiasi progetto futuro. In questo senso, il ruolo del consulente non è solo quello di chiudere le pratiche, ma di accompagnare il cliente in un percorso di lettura critica e costruttiva della propria storia imprenditoriale”.

Quando conviene chiudere: pianificare il momento giusto

“Fatto questo – prosegue – è utile pianificare il momento della cessazione: conviene chiudere quando sono state completate tutte le operazioni IVA rilevanti, cioè quando sono stati incassati e fatturati i corrispettivi principali, conclusi i contratti in corso e sistemati i beni strumentali (venduti, restituiti o destinati a uso personale, con la relativa gestione IVA nell’ultima dichiarazione)”.

L’errore da non fare: sforare i 30 giorni

“È importante rispettare il termine di 30 giorni per comunicare la cessazione – chiosa la professionista – per evitare che l’Agenzia, vedendo una partita IVA ferma per anni senza dichiarazioni, proceda a chiuderla d’ufficio e a bloccare l’uso in compensazione di eventuali crediti, con possibili complicazioni. Chi ha un credito IVA finale dovrebbe valutare se chiederne il rimborso per cessata attività, anche in sede di ultima dichiarazione, tenendo conto che, nelle procedure concorsuali, l’Erario non può compensare quel credito con debiti anteriori alla procedura, ma può verificare che il credito non derivi solo dal trascinamento di periodi precedenti”.

Il “check di uscita”

“Infine, è consigliabile farsi fare un check di uscita da un commercialista o da un consulente: verifica delle ultime fatture, dei registri, delle comunicazioni obbligatorie e dei possibili rischi di accertamento (ad esempio incongruenze tra spese e ricavi, tipiche dei controlli sui professionisti), così da chiudere l’attività in modo pulito e senza strascichi”, conclude.

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Domande frequenti sulla chiusura della partita IVA

Quanto si paga per chiudere la partita IVA?

Verso il Fisco, di norma, nulla: la dichiarazione di cessazione non ha un costo proprio. Le spese sono indirette e riguardano il compenso dell’eventuale professionista, in media 100-200 euro con punte da 50 a 600 euro per le pratiche più articolate, e gli adempimenti camerali per le imprese individuali, tra imposta di bollo e diritti di segreteria.

Come si chiude la partita IVA da soli?

Presentando la dichiarazione di cessazione attività entro 30 giorni dalla fine effettiva dell’attività, con gli stessi modelli usati per l’apertura, per via telematica diretta oppure tramite l’ufficio o il Registro imprese. La legge non impone di passare da un intermediario abilitato.

Quando è meglio chiudere la partita IVA?

Quando sono state completate tutte le operazioni IVA rilevanti: corrispettivi principali incassati e fatturati, contratti in corso conclusi e beni strumentali sistemati, cioè venduti, restituiti o destinati a uso personale. Chiudere prima espone al rischio di dover riaprire la partita IVA per emettere una fattura su un incasso successivo.

Cosa succede se non si comunica la cessazione?

L’Agenzia delle Entrate, di fronte a una partita IVA ferma per anni e senza dichiarazioni, può procedere alla chiusura d’ufficio e bloccare l’utilizzo in compensazione di eventuali crediti.

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Patrizia Penna

Giornalista professionista

Sono nata a Catania, mi sono laureata con lode in Lingue e Culture europee all'Università di Catania. Ho lavorato per quasi vent'anni come redattore al Quotidiano di Sicilia, ho curato contenuti ma anche grafica e impaginazione. Oggi sono una libera professionista. Mi occupo di informazione, uffici stampa e curo sui social media la comunicazione di aziende, anche straniere.

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