Meloni annuncia il nuovo piano industriale, dal ritorno al nucleare alla ZES nazionale: cosa prevede

Gli industriali chiedono il coraggio politico di avviare una revisione della spesa pubblica e investire 20 miliardi su impresa, sanità e scuola. Per la premier Meloni l'UE dovrebbe rivedere le norme burocratiche.

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In occasione dell’assemblea annuale di Confindustria, al centro congressi La Nuvola di Roma, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a premier Giorgia Meloni ha presentato alla platea le linee guida di un vero e proprio nuovo piano industriale per l’Italia.

La strategia dell’esecutivo risponde direttamente all’allarme lanciato dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, sulla necessità di un “grande atto di responsabilità” per invertire la rotta di una crescita asfittica (lo 0,4% medio negli ultimi 25 anni) e puntare a un obiettivo del 2% di Pil annuo. Un traguardo giudicato “non solo necessario, ma possibile”, muovendo leve strategiche immediate. Ecco tutti gli interventi previsti.

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Il piano energia: legge delega sul nucleare entro l’estate

Il tema energia rappresenta una delle priorità assolute per la competitività del sistema produttivo. Il costo dell’energia è stato definito da Confindustria come una vera e propria “minaccia esistenziale” per le imprese.

La risposta del governo è una decisa accelerazione sul mix energetico pulito: entro l’estate sarà approvata la legge delega sul nucleare, a cui seguiranno i decreti attuativi per definire il quadro politico necessario. L’attenzione iniziale sarà dedicata alle tecnologie più innovative, nello specifico sui reattori modulari, con l’obiettivo di riprendere la produzione nucleare nazionale.

“Vogliamo proseguire speditamente sulla strada del ritorno al nucleare in Italia (…). Non ho dubbi sul fatto che la ripresa della produzione nucleare sia un obiettivo alla nostra portata e importante per la nostra competitività”, ha detto la premier.

Parallelamente, sul fronte europeo, Confindustria ha richiesto misure d’emergenza immediate come la sospensione del sistema ETS (Emissions Trading System). Secondo Orsini, la sospensione temporanea è fondamentale per consentire una revisione efficace dei parametri senza rischiare, nel frattempo, la chiusura o la delocalizzazione delle fabbriche.

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Riforma della burocrazia: verso un cantiere comune Italia-UE

Per liberare il potenziale delle PMI e dei professionisti, la premier Meloni ha proposto a Confindustria l’avvio immediato di un cantiere comune per una riforma condivisa della burocrazia nazionale. L’obiettivo è scardinare i limiti di quello che è stato definito un assetto normativo soffocante, applicando un principio di base: tutto ciò che non è espressamente vietato per un interesse superiore deve essere consentito, eliminando “lacci” e “gabbie” normative. Le esternazioni arrivano dopo il no di Lagarde alla richiesta di sospensione del patto di stabilità.

Il fronte europeo e l’iniziativa con Merz

La critica al sistema dei regolamenti si estende anche a livello comunitario. Meloni ha definito l’Unione Europea un “gigante burocratico” che ha penalizzato la crescita a favore di approcci ideologici e tecnocratici. I pacchetti Omnibus”attualmente in discussione sono considerati insufficienti per disboscare la giungla normativa esistente.

Per incidere sui tavoli europei, il governo italiano sta lavorando a iniziative congiunte con Merz, con l’obiettivo di coinvolgere altri leader europei e rimettere la politica al centro delle istituzioni, ridimensionando il ruolo della burocrazia.

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Incentivi, Cloud e Zes: le novità per gli investimenti delle PMI

L’efficacia delle manovre economiche passa inevitabilmente dal sostegno diretto agli investimenti privati e digitali, cruciali per la sopravvivenza del tessuto delle PMI nel mercato globale.

Estensione dell’iperammortamento e modello ZES nazionale

Sul piano degli investimenti industriali, è stata confermata l’emanazione delle norme attuative per l’iperammortamento, con una visione pluriennale estesa fino al 2028. Il governo sta inoltre studiando meccanismi tecnici per:

  • estendere a tutto il territorio nazionale le semplificazioni e le velocità amministrative sperimentate con il modello della ZES unica del Mezzogiorno (un modello che in poco più di due anni ha registrato circa 1.300 autorizzazioni uniche, generando oltre 55 miliardi di impatto economico e 60mila posti di lavoro);
  • affiancare l’estensione territoriale della ZES al meccanismo dell’iperammortamento.

Digitalizzazione e intelligenza artificiale

Accogliendo le richieste di Confindustria, Giorgia Meloni ha confermato la volontà di includere negli incentivi statali anche gli investimenti aziendali in software e cloud, considerati strumenti essenziali per supportare la digitalizzazione e l’adozione dell’Intelligenza artificiale (IA) nelle imprese. Orsini ha inoltre evidenziato la necessità di un grande piano di formazione sull’IA a partire dalle scuole superiori per preparare la forza lavoro del futuro.

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La proposta di Confindustria: riallocare 20 miliardi di euro

A fronte di finanze pubbliche dai margini molto stretti, il presidente Orsini ha lanciato una proposta concreta alle forze politiche per utilizzare il fisco come leva di competitività, senza aumentare il debito pubblico.

In Italia esistono attualmente 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile. In sostanza, Confindustria propone di analizzare e tagliare le misure obsolete o sovrapposte per recuperare 20 miliardi di euro. I 20 miliardi recuperati andrebbero riallocati in tre parti uguali – di circa 6,6 miliardi ciascuna – da destinare alla crescita delle imprese, alla sanità e alla scuola.

Una manovra di responsabilità che, per gli industriali, richiede il coraggio politico di avviare una seria revisione della spesa pubblica e incidere sui privilegi consolidati.

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Questione salariale e geopolitica: i rischi per l’industria

Il piano industriale non può prescindere dalla risoluzione delle criticità strutturali del mercato. Orsini ha richiamato l’attenzione sulla questione salariale, sottolineando come i salari bassi e i contratti a termine allontanino i giovani dall’Italia e frenino la domanda interna, che rappresenta il mercato vitale per le piccole realtà aziendali.

A livello internazionale, lo scenario resta allarmante. La Cina, che da sola genera il 35% della produzione manifatturiera mondiale, sta esportando i propri squilibri (deflazione e carenza di domanda interna) verso l’Europa. Di fronte al rischio di un vero e proprio “deserto industriale”, Confindustria chiede all’UE di cambiare passo, abbandonando l’illusione che i singoli Stati possano farcela da soli, e introducendo lo strumento del debito comune per finanziare una vera politica industriale continentale in grado di tutelare il tessuto produttivo.

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