Domenico, il cuore “bruciato” e i morti che non fanno notizia: la malasanità che paghiamo con le tasse

Un Paese in cui più di metà dei malati cronici rinuncia alle cure che paga con le tasse è un Paese che ha rotto il patto con i suoi cittadini. La morte di Domenico lo ricorda con una crudeltà insopportabile. Ma ci interessa solo il gossip sul delitto di Garlasco.

Adv

morte domenico responsabilità medici

La morte del piccolo Domenico, a cui era stato trapiantato un cuore “bruciato”, commuove l’Italia. Mentre le indagini sulle responsabilità dei sanitari vanno avanti e la Procura di Napoli iscrive sei persone nel registro degli indagati per omicidio colposo, è lecito domandarsi che cosa succeda quando i cittadini pagano ingenti tasse, senza vedere garantito nemmeno un buon servizio sanitario. Perché l’errore che ha distrutto un organo salvavita non è solo la possibile colpa di qualcuno: è il prodotto di una macchina che funziona a intermittenza, con protocolli che esistono sulla carta e falle operative che, quando esplodono, raramente trovano un unico responsabile. E intanto il conto non lo paga chi ha progettato o tollerato quelle carenze, ma chi le subisce: cittadini, famiglie, professionisti e imprese che finanziano il SSN e poi si ritrovano senza garanzie reali.

Domenico diventa un caso nazionale per la tragicità della sua storia. Ma ogni anno, fuori dai riflettori, muoiono decine di migliaia di persone per eventi avversi ed errori evitabili, un numero che — nelle stime più citate — supera quello delle vittime della strada e degli infortuni sul lavoro messi insieme. Sono morti che non finiscono in prima pagina. E finché continueremo a leggere queste tragedie come casi isolati invece che come costi strutturali di un sistema che non risponde a nessuno, difficilmente ne verremo fuori.

La morte del piccolo Domenico: cosa è successo

Il piccolo Domenico aveva due anni e mezzo, una cardiomiopatia dilatativa e un cuore compatibile che avrebbe dovuto salvarlo. È morto il 21 febbraio 2026, alle 9.20, all’ospedale Monaldi di Napoli, dopo sessanta giorni in coma. L’organo trapiantato il 23 dicembre era stato distrutto dal freddo durante il trasporto da Bolzano: secondo le prime ricostruzioni, l’équipe partita da Napoli non avrebbe avuto a disposizione il contenitore omologato per il mantenimento della temperatura a +4°C previsto dai protocolli internazionali. Nell’imballo sarebbe stato usato ghiaccio secco — con temperatura di sublimazione intorno ai -78°C — al posto del ghiaccio tritato sterile. Il cuore sarebbe arrivato “bruciato” in sala operatoria, ma i chirurghi lo avrebbero impiantato ugualmente perché il cuore malato del bambino era già stato esportato.

Sei persone sono ora iscritte nel registro degli indagati dalla Procura di Napoli per omicidio colposo. I NAS del carabinieri sono entrati al Monaldi ed è probabile che nei prossimi giorni il numero degli indagati aumenti, con un possibile coinvolgimento dei sanitari di Bolzano.

Morti per malasanità in Italia: i numeri reali

Il caso di Domenico ci addolora, eppure è — statisticamente — la punta di un iceberg molto più grande che nessuno vuole guardare. Secondo uno studio condotto su cinque grandi ospedali italiani, pubblicato su Epidemiologia & Prevenzione su dati relativi al 2008, il 5,2% dei ricoverati subisce un evento avverso e, di questo, il 9,5% muore. Applicando questa percentuale al volume di ricoveri annui in Italia — circa 7,5 milioni — si può stimare che gli errori ospedalieri causino oltre 45.000 decessi all’anno: più delle morti per incidenti stradali e infortuni sul lavoro messe insieme.

Le denunce formali presentate ogni anno per malasanità sono circa 34.000, ma si stima che i casi effettivi non denunciati siano almeno dieci volte superiori, circa 320.000 l’anno. Il sommerso è enorme e nasce da una combinazione di rassegnazione, asimmetria informativa, timore di ritorsioni e percezione che il sistema giudiziario sia troppo lungo per valere lo sforzo. Va precisato che si tratta di stime elaborate da studi specialistici, non di dati ministeriali ufficiali: il fenomeno reale è probabilmente ancora più esteso, dato che il sistema intercetta solo una frazione degli eventi avversi effettivamente accaduti.

Le infezioni ospedaliere

Il problema non riguarda solo la singola negligenza. Le infezioni ospedaliere — quelle contratte durante un ricovero — colpiscono in Italia circa il 8,2% dei ricoverati, secondo i dati ECDC aggiornati al biennio 2022-2023: il secondo peggior risultato in Europa, dopo il Portogallo. In termini assoluti si tratta di circa 430.000 casi l’anno, con circa 7.800 decessi stimati. Non per errori chirurgici, non per diagnosi sbagliate: per cattiva igiene e gestione delle strutture.

Liste d’attesa: la malasanità silenziosa

C’è però una forma di malasanità che fa notizia solo durante le campagne elettorali e che poi viene messa a tacere Non produce quasi mai inchieste giudiziarie e non ha nomi e cognomi da riportare nei titoli: sono le liste d’attesa. Secondo il Rapporto ISTAT 2025, nel 2024 il 9,9% della popolazione — quasi una persona su dieci — ha rinunciato a visite o esami specialistici principalmente a causa delle lunghe attese o dell’insostenibilità dei costi.

I tempi che i cittadini segnalano a Cittadinanzattiva nel Rapporto civico sulla salute 2025 sono impressionanti: fino a 360 giorni per una TAC torace, fino a 540 giorni per una risonanza magnetica all’encefalo o per una visita oculistica, fino a 720 giorni per una colonscopia. E proprio una colonscopia, per esempio, è un esame che può rilevare in tempo un tumore al colon, quarto tipo di cancro per mortalità in Italia. Un’attesa di due anni per questo esame significa condannare a morte chi si è già ammalato.

Il governo ha risposto a questo stato di cose con il D.L. 73/2024 (convertito in legge 107/2024), che ha istituito la Piattaforma nazionale liste di attesa (PNLA). L’obiettivo era lodevole. L’attuazione è stata — ancora una volta — parziale. A febbraio 2026, a diciotto mesi dalla conversione in legge, risultano ancora non adottati due dei sei decreti attuativi previsti: quello sulla metodologia per la stima del fabbisogno di personale del SSN e quello sulle linee guida per un nuovo sistema di gestione delle prenotazioni CUP. Due decreti senza i quali la piattaforma resta incompleta e le liste d’attesa continuano a non essere governate con criteri uniformi su base nazionale.

Fondi sanità: il finanziamento che scende quando i bisogni salgono

Dietro le liste d’attesa e le carenze organizzative c’è una scelta politica precisa, che si esprime attraverso i numeri del bilancio pubblico. Secondo l’analisi della Fondazione GIMBE presentata alla Camera dei deputati nell’ottobre 2025, il Fondo sanitario nazionale in rapporto al PIL è sceso dal 6,3% del 2022 al 6,0% del 2023, per attestarsi al 6,1% nel biennio 2024-2025. Si tratta, in termini assoluti, di circa 13,1 miliardi di euro in meno rispetto a quanto il sistema avrebbe ricevuto mantenendo invariata la quota sul PIL: 4,7 miliardi nel 2023, 3,4 nel 2024, 5 nel 2025.

La legge di Bilancio 2026 — approvata a fine dicembre 2025 — non inverte questa rotta. Il governo ha assegnato alla sanità 7,7 miliardi di euro per il triennio 2026-2028, portando il Fondo sanitario nazionale a 143,1 miliardi nel 2026, 144,1 nel 2027 e 145 nel 2028. Cifre che in valore assoluto sembrano rilevanti, ma che l’analisi indipendente di GIMBE smonta puntualmente: in rapporto al PIL, il Fondo sale solo al 6,16% nel 2026 per poi ridiscendere al 6,05% nel 2027 e scendere sotto la soglia del 6% nel 2028, attestandosi al 5,93%. In altre parole, il trend di definanziamento strutturale non si interrompe, ma si maschera.

A rendere il quadro ancora più critico, il divario tra le risorse assegnate e le previsioni di spesa fissate dal Documento programmatico di finanza pubblica — che stima un fabbisogno al 6,4-6,5% del PIL — vale 6,8 miliardi nel 2026, 7,6 miliardi nel 2027 e 10,7 miliardi nel 2028: un gap che, avverte GIMBE, ricadrà inevitabilmente sui bilanci regionali, costringendo le Regioni a scegliere tra tagliare i servizi o aumentare le tasse locali.

Lo scudo penale per i sanitari: tutelare il medico o il sistema insufficiente?

In questo contesto, il Consiglio dei ministri, il 4 settembre 2025, ha approvato un disegno di legge delega che introduce — come misura strutturale e non più emergenziale — lo “scudo penale condizionato” per i sanitari. Il provvedimento modifica l’articolo 590-sexies del codice penale e aggiorna la legge Gelli-Bianco del 2017, limitando la punibilità dei professionisti sanitari alla sola “colpa grave” nei casi in cui abbiano rispettato linee guida e buone pratiche clinico-assistenziali ed estendendo la non punibilità anche ai casi di negligenza e imprudenza, non solo di imperizia come prevede la Gelli.

Nel frattempo, per evitare il vuoto normativo che si sarebbe creato alla scadenza del 31 dicembre 2025, il Consiglio dei ministri dell’11 dicembre 2025 ha inserito nel decreto Milleproroghe — pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 dicembre 2025 — la proroga di un anno dello scudo penale emergenziale già in vigore, limitando ai soli casi di colpa grave la responsabilità penale per omicidio colposo e lesioni personali colpose commessi nell’esercizio di una professione sanitaria in situazioni di grave carenza di personale. La misura è ora valida fino al 31 dicembre 2026 e il decreto è attualmente in fase di conversione parlamentare alla Camera.

Perché si riduce il rischio penale per i medici

L’argomento del governo è tecnicamente coerente: la medicina difensiva — la pratica di prescrivere esami inutili o evitare procedure rischiose per paura di denunce — ha un costo stimato in oltre 11 miliardi di euro l’anno e contribuisce all’allungamento delle liste d’attesa. Ridurre il rischio penale per i medici può liberare risorse e allentare una cultura del sospetto che peggiora la qualità delle cure.

Il problema è ciò che questo insieme di interventi non fa. Il DDL prevede che il giudice valuti la condotta del singolo medico alla luce delle “carenze organizzative non evitabili dal singolo operatore” e della “scarsità di risorse umane e materiali“. La proroga emergenziale del Milleproroghe è ancora più diretta: lo scudo opera proprio perché esiste “grave carenza di personale sanitario“. Nel caso del piccolo Domenico, dunque, il giudice potrebbe dover tener conto del fatto che l’ospedale fosse sotto organico, che il contenitore omologato non ci fosse, che le procedure non fossero state verificate.

Questi fattori non solo diventano un parziale alibi per il singolo, ma fanno sì che nessuno risponda politicamente di averli creati. La responsabilità della struttura sanitaria rimane in sede civile, come previsto dalla Gelli-Bianco. Ma sul piano penale — quello che produce pressione politica e titoli di giornale — il sistema che ha prodotto quelle carenze resta non perseguibile.

Morti per malasanità: i casi che non fanno notizia

Domenico è diventato un caso nazionale perché la sua storia aveva tutti gli elementi per commuovere: la giovane età, il Natale, la speranza tradita, il lento aggravarsi delle condizioni di salute. Ma ogni anno accadono centinaia di casi analoghi che non superano la soglia dell’attenzione locale. E quando lo fanno, non restano a lungo né nei telegiornali, né nei talk show e programmi di approfondimento di varia natura. Non diventano mai il delitto di Garlasco di turno.

La commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari ha analizzato 242 casi nel corso della sua attività: 163 si sono conclusi con la morte del paziente. Non si tratta di un dato annuale, ma del campione complessivo esaminato. Le regioni con la più alta concentrazione di casi sono Calabria e Sicilia. Non è una classifica di negligenze individuali: è la mappa del sottofinanziamento cronico della sanità nel Mezzogiorno, dove pronto soccorso, reparti di terapia intensiva e chirurgie complesse operano da anni in condizioni di penuria strutturale. Il dato è coerente con quanto riportato dalla Fondazione GIMBE nel 2025: nel 2023 solo 13 Regioni rispettavano i Livelli essenziali di assistenza (LEA), con il Sud che registrava i peggiori risultati, e una mobilità sanitaria che valeva oltre 5 miliardi di euro l’anno, con il saldo passivo concentrato quasi interamente nelle regioni meridionali.

Si muore per diagnosi tardive di tumori che una colonscopia avrebbe individuato in tempo. Si muore nei pronto soccorso del Sud dove mancano anestesisti di notte. Si muore perché un’ambulanza impiega quaranta minuti ad arrivare in aree dove la rete territoriale è stata smantellata. Queste morti non hanno indagini, non hanno sei indagati, non hanno i NAS che entrano in ospedale: hanno famiglie che firmano ricorsi che resteranno fermi per anni.

Il patto disatteso dallo Stato e la responsabilità che manca

Chi apre una partita IVA in Italia conosce il peso del prelievo fiscale: aliquote marginali elevate, contributi INPS anche in anni di perdita, adempimenti che richiedono l’aiuto di commercialisti e tempo. Quello che si dovrebbe pretendere in cambio è quantomeno la tutela della salute. Non un servizio a pagamento aggiuntivo, non un privilegio: un diritto costituzionalmente garantito dall’articolo 32, che parla di un “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

Quando lo Stato non eroga quel servizio — per incuria, per sottofinanziamento, per carenze organizzative sistemiche — vìola il contratto per il quale pretende il pagamento delle tasse. Eppure non esiste una procedura che permetta al contribuente di agire contro lo Stato per inadempimento del servizio sanitario come sistema. Può farlo in sede civile contro la singola struttura, dopo anni di contenzioso, a condizione di potersi permettere un avvocato specializzato e una perizia medico-legale. Ma non esiste un meccanismo di responsabilità politica e amministrativa che risponda all’accumulo sistematico di quei fallimenti.

Il decreto sullo scudo penale, tra l’altro, riduce pure la pressione giudiziaria sul singolo operatore. Nel frattempo, secondo il Rapporto sulle Politiche della Cronicità 2025 di Cittadinanzattiva, l’83,6% dei pazienti con patologie croniche segnala tempi d’attesa eccessivi, e oltre il 55% dichiara di aver rinunciato almeno a una visita o a un esame nell’ultimo anno per indisponibilità della prestazione nel SSN.

Autore
Foto dell'autore

Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e alle professioni digitali.

Lascia un commento

Continua a leggere

Iscriviti alla Newsletter

Il meglio delle notizie di Partitaiva.it, per ricevere sempre le novità e i consigli su fisco, tasse, lavoro, economia, fintech e molto altro.

Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.