Quando le parole nascondono lo sfruttamento: il caso Glovo e il caporalato algoritmico

L'inchiesta della Procura di Milano su Foodinho-Glovo smonta pezzo per pezzo la narrazione tossica che ha venduto la precarietà come innovazione.

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C’è un momento preciso in cui le parole smettono di descrivere la realtà e cominciano a costruirne una parallela, più accettabile, più vendibile. Nel mondo del lavoro digitale questo momento coincide con l’invenzione di un vocabolario ad hoc: gig economy, rider indipendenti, flessibilità, libertà di scelta. Un lessico rassicurante che ha accompagnato per anni la narrazione delle piattaforme di delivery, fino a quando la Procura di Milano non ha chiamato le cose con il loro nome: caporalato algoritmico.

I provvedimenti contro Foodinho-Glovo non rappresentano solo un severo atto giudiziario contro una multinazionale che opera in Italia, ma l’epitaffio di una costruzione retorica durata troppo a lungo. Una narrazione che ha spacciato la precarietà per modernità e lo sfruttamento per autonomia imprenditoriale, spesso attraverso campagne pubblicitarie patinate che mostravano giovani sorridenti in sella a biciclette colorate.

I compensi dietro le parole

Quando le indagini rivelano che le retribuzioni sono inferiori dell’81,62% rispetto ai minimi contrattuali e che 40.000 rider in tutta Italia operano ben al di sotto della soglia di povertà – tra 700 e 1.100 euro lordi al mese per 12 ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette, a 2,50 euro a consegna – non siamo di fronte a una “inefficienza del mercato” né a una temporanea distorsione competitiva. Siamo di fronte a un sistema progettato per estrarre valore dal lavoro umano minimizzando ogni costo e ogni tutela.

La finzione giuridica dell’autonomia – la partita IVA in regime forfettario che trasforma dipendenti in collaboratori indipendenti – crolla quando le indagini rivelano l’esistenza di un sorvegliante immateriale ma onnipresente: l’algoritmo che monitora ogni movimento GPS, registra ogni ritardo, penalizza ogni rifiuto di consegna. I rider non sono trattati da lavoratori autonomi che scelgono liberamente quando e come lavorare, ma da appendici organiche della logistica urbana, controllate in tempo reale da un codice proprietario che nessuno può ispezionare.

Il dizionario della mistificazione

Il linguaggio utilizzato dal capitalismo delle piattaforme per comprendere è distorsivo per normalizzare condizioni che, fino a pochi anni fa, sarebbero state giudicate inaccettabili. Così chiamiamo “collaboratore autonomo” il lavoratore dipendente senza tutele e “flessibilità” l’imprevedibilità del reddito e l’impossibilità di programmare la propria vita. Il sistema di controllo e disciplina del lavoro diventa “l’algoritmo neutrale” e il fornitore di manodopera in condizioni di subalternità diventa il “partner”.

Questo vocabolario non è nato per caso. È il risultato di una strategia comunicativa precisa, sostenuta da investimenti miliardari in pubblicità e lobby, che ha fatto breccia anche nel dibattito pubblico e nelle aule parlamentari. Quante volte abbiamo sentito parlare di “modernizzare il mercato del lavoro” quando si trattava di ridurre le tutele? E quante volte la parola “rigidità” è stata usata per denigrare diritti conquistati in decenni di lotte?

Dalla campagna all’algoritmo: il caporalato cambia forma, non sostanza

Il termine “caporalato algoritmico” coniato nel provvedimento della Procura non è una boutade giornalistica, ma una definizione giuridica che stabilisce una continuità storica inquietante. Come il caporale nei campi agricoli approfitta dello stato di bisogno dei braccianti per imporre condizioni di sfruttamento, così le piattaforme digitali approfittano della condizione di vulnerabilità di migliaia di lavoratori, molti dei quali stranieri, per i quali il ricatto della cittadinanza si salda tragicamente a quello dell’algoritmo.

La differenza? Il caporale è soltanto più visibile, denunciabile, perseguibile. L’algoritmo no. L’algoritmo è presentato come neutrale, oggettivo, inevitabile. È “il sistema” che decide, non persone in carne e ossa che potrebbero essere chiamate a rispondere delle loro scelte. Eppure dietro ogni riga di codice ci sono decisioni umane: quali parametri premiare, quali penalizzare, come distribuire il carico di lavoro, quanto pagare ogni consegna.

Il silenzio della politica

Sin da quando emerse la protesta dei rider a Torino nel 2016 – quasi nove anni fa – nessuno ha avuto la volontà politica di affrontare seriamente questo problema. Non è mancata la consapevolezza: sono seguite inchieste giornalistiche, rapporti sindacali, sentenze della Cassazione. Quel che è mancato è la volontà.

Sarebbe ingenuo attendersi una conversione. E tuttavia il recepimento della Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme, previsto entro il 2 dicembre 2026, rappresenta un banco di prova decisivo. La tentazione di svuotarla, di garantire ulteriori scappatoie alle imprese, di trasformarla in un mero esercizio burocratico è forte. Ma la sua applicazione può diventare un terreno di conflitto reale e una leva per un cambiamento concreto.

Oltre i rider: un ecosistema di sfruttamento

I rider sono la punta visibile di un iceberg molto più ampio e differenziato. Il problema delle tutele riguarda tutto il lavoro mediato da piattaforme digitali: il lavoro di cura e l’accudimento domestico intermediato da app, i micro-task digitali come il tagging di dati o le trascrizioni per addestrare intelligenze artificiali, le filiere della logistica dove Amazon e altri giganti hanno replicato lo stesso modello di controllo algoritmico.

Parliamo di un ecosistema pervasivo abitato in larga parte da lavoratori e lavoratrici straniere, spesso in condizioni di doppia vulnerabilità. Senza una riforma che leghi i diritti del lavoro ai diritti della persona – e non solo alla forma contrattuale – ogni protezione resterà parziale, facilmente aggirabile con un cambio di denominazione societaria o di inquadramento giuridico.

Il salto di paradigma necessario

Per uscire dalla zona grigia serve un salto di paradigma legislativo che superi definitivamente la dicotomia tra lavoro autonomo e subordinato sulla quale specula il capitalismo delle piattaforme. Si potrebbe pensare a un nuovo Statuto dei lavoratori del XXI secolo che stabilisca protezioni universali – salario minimo orario, copertura infortuni, malattia, ferie, contributi pensionistici – vincolando le multinazionali al rispetto della dignità umana a prescindere dall’etichetta contrattuale.

Il recepimento della Direttiva UE offre uno strumento fondamentale: la presunzione legale di subordinazione. Un’inversione dell’onere della prova che cambierebbe radicalmente i rapporti di forza. Non dovrebbe più essere il lavoratore – magari straniero, con scarsa conoscenza della lingua e del sistema giuridico italiano – a dover dimostrare di essere sfruttato. Dovrebbe essere l’azienda a dover provare, documenti alla mano, che quel lavoratore gode davvero di autonomia decisionale, organizzativa, economica.

La trasparenza degli algoritmi come diritto

Ma c’è un altro elemento cruciale che emerge dall’inchiesta milanese: la necessità di imporre la trasparenza degli algoritmi. Un codice proprietario che decide salari, turni, sanzioni e opportunità di lavoro non può restare un segreto protetto. Deve essere ispezionabile, verificabile, contestabile.

In questa prospettiva, il controllo giudiziario della Procura di Milano non può restare un caso esemplare ma isolato. Deve diventare il primo passo verso un sistema capace di imporre i diritti sociali anche nell’economia digitale, sottraendo la vita dei lavoratori alla tirannia di un codice scritto da altri e che nessuno può leggere.

Chiamare le cose con il loro nome

Forse il contributo più importante dell’inchiesta su Glovo è proprio questo: aver restituito alle parole il loro significato. Aver chiamato “caporalato” ciò che è caporalato, “sfruttamento” ciò che è sfruttamento, “subordinazione” ciò che è subordinazione mascherata da autonomia.

In un’epoca in cui il linguaggio è sempre più manipolato per rendere accettabile l’inaccettabile, riappropriarsi delle parole giuste è un atto politico. Significa rifiutare la narrazione tossica secondo cui la precarietà è modernità, lo sfruttamento è libertà e il ricatto algoritmico è innovazione.

Il provvedimento della Procura di Milano ci ricorda che sotto le parole rassicuranti della gig economy ci sono persone reali che pedalano sotto la pioggia per 2,50 euro a consegna, senza malattia, senza ferie, senza futuro. E che chiamare questa condizione con il suo vero nome – sfruttamento – è il primo passo per cambiarla.

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Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e alle professioni digitali.

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