Ogni 25 aprile l’Italia si divide, puntualmente, tra chi festeggia e chi storce il naso. C’è ancora chi rivendica la memoria e chi la riduce a bandiera di parte. E molti professionisti, imprenditori e titolari di PMI – quelli che, nella migliore delle ipotesi, il 25 aprile fanno “un ponte” – restano assenti nel dibattito. Eppure proprio loro detengono il maggiore interesse a comprendere e difendere il valore economico della democrazia.
Indice
Democrazia come presupposto dell’economia di mercato
Il 25 aprile 1945 non fu soltanto la fine di una guerra. Fu la fine di un sistema nel quale lo Stato decideva cosa si potesse produrre, chi potesse farlo, a quali condizioni e per chi. Il fascismo non era solo propaganda e violenza politica: era un modello economico corporativo che comprimeva l’iniziativa privata dentro le esigenze del regime, che subordinava il mercato alla volontà del partito, che rendeva ogni contratto, ogni accordo commerciale, ogni scelta imprenditoriale dipendente dal consenso del potere.
La Liberazione non fu, dunque, soltanto una questione di libertà civili. Fu la condizione necessaria perché esistesse qualcosa che oggi chiamiamo economia di mercato, contrattazione libera, tutela della proprietà, concorrenza. Fu il presupposto perché un artigiano potesse decidere da solo a chi vendere il proprio lavoro. Senza il 25 aprile, il Codice civile che regola i contratti sarebbe tutt’altra cosa o, più semplicemente, non esisterebbe.
Il valore economico della democrazia
Gli studi comparativi sullo sviluppo economico dimostrano che i sistemi democratici producono nel lungo periodo ambienti più favorevoli agli investimenti, all’innovazione, alla fiducia tra operatori economici. Più precisamente, è lo stato di diritto – la separazione dei poteri, la tutela dei diritti di proprietà, la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura – a correlare direttamente con la crescita e nelle democrazie liberali lo stato di diritto trova la sua espressione più compiuta. Non perché la democrazia sia bella in astratto, ma perché riduce l’arbitrio. E l’arbitrio è il peggior nemico di chi pianifica un’attività.
Un professionista che firma un contratto ha bisogno di sapere che quel contratto sarà rispettato e che, qualora non lo fosse, esisterebbe un giudice indipendente a cui ricorrere. Un imprenditore che investe ha bisogno di sapere che le regole non cambieranno per decreto in base all’umore di chi governa. Una PMI che esporta ha bisogno di operare in un sistema in cui la reputazione del Paese non sia compromessa da derive autoritarie che scoraggiano i partner stranieri.
La democrazia non è uno sfondo neutro: è un’infrastruttura invisibile di cui ci si accorge solo quando arriva a un punto di rottura. In questo momento storico, in Europa e non solo, alcuni segnali di cedimento stanno diventando visibili. E, di riflesso, gli analisti rilevano variazioni nella capacità dei sistemi di attrarre investimenti e crescente incertezza sui mercati. Per un professionista o un imprenditore, l’indebolimento dello Stato di diritto non è dunque una questione politica che riguarda altri: è un rischio concreto che lo riguarda direttamente.
La memoria come competenza manageriale
C’è un motivo per cui la cultura d’impresa anglosassone – americana, britannica, nordeuropea – ha storicamente incluso la partecipazione civica tra le responsabilità del manager. Chi guida un’organizzazione deve capire che il contesto in cui opera non resta identico per sempre e che le condizioni che rendono possibile fare impresa vanno presidiate, non date per scontate.
In Italia questa consapevolezza è ancora debole. L’imprenditore medio percepisce la politica come qualcosa di distante, fastidioso, separato dal “fare”. Eppure le decisioni politiche determinano i costi del lavoro, le regole della concorrenza, l’accesso al credito, la struttura del sistema fiscale, i tempi della giustizia civile. Non c’è un solo aspetto della vita aziendale che non sia mediato da scelte politiche.
Un 25 aprile dimenticato non è solo un’offesa alla memoria storica. È un segnale di distrazione rispetto a ciò che garantisce le condizioni del proprio lavoro. La libertà di aprire una partita IVA, di scegliere i propri clienti, di fissare le proprie tariffe, di ricorrere a un giudice, di parlare pubblicamente senza chiedere permesso: tutto questo non è gratis e ha una data di nascita, che è il 25 aprile.










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile