Aprire una partita IVA nel 2027: guida completa passo passo

Il regime forfettario non è automaticamente il più conveniente, i costi variano da un'attività all'altra e una pianificazione sbagliata all'inizio può pesare sui conti per anni.

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Aprire una partita IVA non dipende da una soglia di fatturato ma dal carattere dell’attività: quando è svolta in modo abituale e organizzato, l’obbligo scatta anche con ricavi contenuti. Da quel momento in avanti contano tre scelte e nessuna si corregge facilmente dopo: la forma con cui si lavora, il codice ATECO e il regime fiscale. Il forfettario non è automaticamente il più conveniente, i costi variano da un’attività all’altra e una pianificazione sbagliata all’inizio può pesare sui conti per anni.

Sul quadro del 2027 pesa inoltre il disegno di legge di Bilancio approvato il 28 ottobre, che innalza la soglia del forfettario da 85.000 a 100.000 euro ai soli fini delle imposte sui redditi, lasciando ferma a 85.000 quella per l’esenzione IVA. Il testo è ancora in discussione e il quadro va monitorato.

A fare chiarezza sui passaggi da seguire, sui costi e sulle scelte preliminari è Giorgio Bongiorno, accounting, tax & advisory consultant.

Che cosa valutare prima di aprire una partita IVA nel 2027

Come precisa l’INPS nella pagina dedicata ai contributi per il lavoro autonomo occasionale, i primi 5.000 euro annui di reddito sono esenti da contribuzione previdenziale. Superata questa soglia, scatta l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata e di versamento dei contributi sulla parte eccedente.

Il primo equivoco da sciogliere riguarda la soglia dei 5.000 euro. Come precisa l’INPS nella pagina dedicata ai contributi per il lavoro autonomo occasionale, quell’importo delimita l’esenzione contributiva per chi lavora in modo occasionale, non per chi ha una partita IVA: l’iscritto alla Gestione separata versa dal primo euro di reddito.

L’obbligo di apertura, del resto, dipende dal carattere abituale dell’attività e non dall’importo incassato: un’attività svolta con continuità può richiederla anche con ricavi molto inferiori a quella cifra.

Le decisioni da prendere prima dell’avvio dell’attività

Giorgio Bongiorno, accounting, tax & advisory consultant, approfondisce quali valutazioni compiere prima dell’apertura e quali aspetti, se trascurati, possono generare costi o complicazioni negli anni successivi.

“Aprire una partita IVA non è soltanto un adempimento amministrativo, ma una decisione economica che richiede un’attenta pianificazione. Prima di iniziare, occorre stimare i ricavi potenziali, i costi di gestione, gli investimenti necessari. È fondamentale comprendere che fatturato e utile netto non coincidono: bisogna considerare i costi dell’attività, le imposte, i contributi previdenziali”. 

Giorgio Bongiorno

“Una delle prime valutazioni riguarda il regime fiscale – specifica l’esperto -. Il regime forfettario può essere interessante per chi possiede i requisiti previsti dalla legge, ma non è automaticamente il più conveniente. Il reddito imponibile viene determinato applicando ai ricavi o compensi un coefficiente di redditività, senza dedurre analiticamente i costi effettivi dell’attività. Se le spese e gli investimenti sono elevati, potrebbe quindi essere opportuno confrontarlo con il regime ordinario“.

Un altro aspetto essenziale è la previdenza, precisa il consulente. “Conoscere la propria gestione contributiva, gli importi dovuti e le scadenze permette di stimare correttamente il reddito netto. Occorre anche verificare gli eventuali obblighi amministrativi e autorizzativi connessi all’attività. Il consiglio pratico è predisporre un semplice piano economico-finanziario prima dell’apertura. È importante stimare anche i flussi di cassa: un’attività può essere redditizia, ma incontrare difficoltà nei pagamenti se gli incassi arrivano in ritardo rispetto alle scadenze fiscali, contributive e commerciali”. 

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Avviare un’attività da soli o con una società: differenze

Chi vuole mettersi in proprio può lavorare individualmente oppure avviare una società. La scelta dipende dal tipo di attività, dagli investimenti necessari, dalla presenza di eventuali soci e dai rischi economici.

Lavorare da soli significa gestire direttamente l’attività e rispondere personalmente dei debiti nel caso di un’impresa individuale. Costituire una società, invece, permette di condividere il progetto con altri soci e, nel caso di una Srl, di separare generalmente il patrimonio dell’impresa da quello personale. Cambiano anche i costi di gestione e gli obblighi contabili.

La soluzione più adatta dipende quindi da come si vuole organizzare il lavoro e da quali responsabilità si è disposti ad assumere.

Come scegliere tra attività individuale e società: il parere dell’esperto

Giorgio Bongiorno analizza le differenze tra avviare un’attività individuale e costituire una società, soffermandosi sui fattori fiscali, economici e organizzativi che orientano la scelta, anche alla luce della sua esperienza con le società cooperative.

“La scelta dipende dalla natura del progetto, dal capitale necessario, dal rischio economico, dal numero dei soggetti coinvolti e dalle prospettive di crescita – esordisce l’esperto -. Non esiste una soglia di fatturato oltre la quale una società diventa automaticamente più conveniente: occorre valutare caso per caso. La partita IVA individuale può essere adatta a chi inizia da solo, sostiene costi contenuti e vuole mantenere una struttura semplice, anche beneficiando, quando ne ricorrono i presupposti, del regime forfettario. Una società può invece essere più appropriata quando sono previsti investimenti rilevanti, l’ingresso di soci, l’assunzione di personale o una maggiore esposizione al rischio”.

Secondo quanto precisato dal consulente, “Una s.r.l. offre in linea generale una separazione patrimoniale tra società e soci, ferme restando le responsabilità personali previste dalla legge, ma comporta maggiori costi e adempimenti. Anche fiscalmente, il confronto deve considerare non soltanto le aliquote, ma il carico complessivo, i contributi, i costi amministrativi. La domanda da porsi, quindi, non è soltanto quale soluzione faccia pagare meno imposte oggi, ma quale struttura sia più coerente con il progetto e con il modo in cui si intende svilupparlo negli anni successivi”.

Società cooperativa: quando conviene e quali agevolazioni fiscali prevede la legge

Tra le forme societarie da valutare c’è anche la cooperativa, soprattutto quando l’attività nasce dalla collaborazione tra più persone. Giorgio Bongiorno approfondisce in quali casi può essere una soluzione adatta e quali agevolazioni fiscali possono entrare in gioco.

“La cooperativa può essere una soluzione interessante quando 3 o più persone intendono organizzare un’attività comune per soddisfare bisogni economici condivisi – spiega Bongiorno -. Ne esistono diverse tipologie: i) quelle di consumo o utenza soddisfano i bisogni dei soci; ii) quelle di produzione e lavoro valorizzano il lavoro dei soci; iii) quelle di conferimento organizzano la valorizzazione dei prodotti apportati dai soci”.

Il tratto distintivo deve restare lo scopo mutualistico, precisa però il consulente. “Il vantaggio per i soci deriva proprio dallo scambio, che consente loro di ottenere opportunità di lavoro, condizioni di acquisto più favorevoli o una migliore valorizzazione dei prodotti conferiti, rispetto a quelle che potrebbero ottenere operando individualmente sul mercato. Le cooperative sociali, ad esempio, che perseguono finalità di interesse generale di cui alla L. 381/91: servizi sociali, sociosanitari ed educativi oppure l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Sono considerate a mutualità prevalente e imprese sociali di diritto. Nel rispetto dei requisiti di legge, possono fruire di importi agevolazioni fiscali“. 

E conclude Giorgio Bongiorno, “La scelta della forma giuridica deve partire dal progetto economico e dalla sua organizzazione. Il trattamento fiscale è un elemento importante, ma deve accompagnare, e non sostituire, la valutazione della sostenibilità dell’attività”.

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Come aprire una partita IVA nel 2027: procedura e adempimenti

L’Agenzia delle Entrate nella modulistica delle attività specifica che chi avvia un’attività deve presentare la dichiarazione di inizio attività per ottenere la partita IVA. La procedura cambia in base al lavoro svolto: i professionisti non tenuti all’iscrizione al Registro delle imprese si rivolgono direttamente all’Agenzia, mentre commercianti e artigiani devono generalmente completare anche gli adempimenti camerali e previdenziali, tramite la Comunicazione Unica quando prevista.

Chi intende aprire un negozio o avviare un’altra attività commerciale deve considerare anche gli adempimenti specifici del settore e e accertarsi se ricorrono i presupposti per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro presso l’INAIL.

Codice ATECO e regime fiscale: come scegliere

Il codice ATECO identifica l’attività economica esercitata. Dal 1° aprile 2025 è operativa la classificazione ATECO 2025, consultabile sul sito dell’ISTAT. La scelta si effettua in base all’attività effettivamente svolta e può incidere anche sugli obblighi previdenziali e sul coefficiente di redditività previsto per il regime forfettario.

Per quanto riguarda il regime fiscale, il forfettario prevede generalmente un’imposta sostitutiva del 15%, ridotta al 5% per le nuove attività che rispettano le condizioni di legge; il regime ordinario segue regole diverse per il calcolo del reddito e la gestione delle spese.

Una soglia da verificare per chi ha anche un lavoro dipendente

Chi apre una partita IVA mantenendo un impiego deve considerare un ulteriore limite: per accedere al regime forfettario il reddito da lavoro dipendente percepito nell’anno precedente non deve superare una soglia di legge.

Il limite è di 30.000 euro. Per il 2025 e il 2026 opera un innalzamento temporaneo a 35.000 euro, e dalle ricognizioni sul disegno di legge di bilancio quell’estensione non risulterebbe prorogata per il 2027. È un dato da verificare alla pubblicazione del testo, ma chi sta pianificando l’apertura in quella fascia di reddito farebbe bene a tenerne conto.

Quanto costa aprire una partita IVA nel 2027

L’attribuzione della partita IVA da parte dell’Agenzia delle Entrate non comporta di per sé un costo amministrativo, ma possono esserci spese per l’apertura tramite commercialista, dal costo indicativo di 80-150 euro. Per una ditta individuale, le spese iniziali possono arrivare a 300-500 euro di onorario, a cui si aggiungono gli eventuali costi amministrativi, camerali e autorizzativi.

A incidere sul bilancio sono soprattutto i costi ricorrenti: contabilità, imposte e contributi previdenziali. La gestione contabile può costare indicativamente 400-1.000 euro l’anno in regime forfettario, con importi generalmente più elevati per chi applica il regime ordinario.

Stando agli importi indicati per il 2026 (da verificare per il 2027), artigiani e commercianti iscritti alle rispettive gestioni INPS versano contributi minimi annui pari, rispettivamente, a circa 4.521 e 4.612 euro, anche quando il reddito è inferiore al minimale previsto. Per i professionisti iscritti alla Gestione separata, invece, i contributi si calcolano applicando l’aliquota al reddito, senza lo stesso contributo minimo fisso. Chi appartiene a una cassa professionale segue le regole previste dal proprio ente previdenziale.

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Natalia Piemontese

Giornalista

Giornalista pubblicista con una specializzazione verticale nell'analisi del mercato del lavoro e delle libere professioni. Mi occupo di trasformare scenari socio-economici complessi in asset editoriali, basati sul rigore giornalistico e sulla decodifica dei dati.

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