Quando si avvicina la soglia degli 85.000 euro di ricavi o compensi, chi lavora con partita IVA in regime forfettario deve iniziare a chiedersi cosa succederà al proprio carico fiscale e al reddito netto. Il passaggio dal regime forfettario al regime ordinario non comporta necessariamente il pagamento di più tasse in ogni situazione, ma comporta un cambiamento importante nel modo in cui vengono calcolati reddito, imposte e IVA.
La convenienza dell’uno o dell’altro regime non dipende infatti soltanto dal fatturato. Occorre considerare anche costi effettivamente deducibili, coefficiente di redditività, contributi previdenziali, IVA, eventuali altri redditi e oneri detraibili, oltre alla tipologia di clientela. Per questo, prima di prendere decisioni, può essere utile utilizzare un simulatore di uscita dal forfettario, che consenta di confrontare il reddito netto nei due scenari.
Regime forfettario vs ordinario: le differenze
Il regime forfettario è un sistema fiscale semplificato destinato alle persone fisiche che esercitano attività d’impresa, arti o professioni e che rispettano determinati requisiti. In primis, è richiesto un fatturato annuale non superiore a 85.000 euro e il rispetto del limite di 20.000 euro di spese per lavoro dipendente o collaboratori. Tra le peculiarità di questo regime ci sono l’esclusione dall’IVA e l’applicazione di un’imposta sostitutiva unica per il calcolo delle tasse.
Il regime ordinario prevede invece una gestione fiscale e contabile più articolata, ma consente di considerare i costi effettivamente sostenuti secondo le regole previste dalla normativa e di detrarre l’IVA sugli acquisti, quando ne ricorrono i presupposti.
| Caratteristiche | Regime forfettario | Regime ordinario |
|---|---|---|
| Limite ricavi | fino a € 85.000 | Nessun limite |
| Tassazione | 15% (5% per i primi cinque anni) | IRPEF progressiva a scaglioni (23%, 35%, 43%) |
| Gestione costi | Forfettaria, attraverso il coefficiente di redditività | Analitica, sulla base dei costi fiscalmente deducibili |
| IVA | In linea generale, non addebitata in fattura | Obbligo di addebito e liquidazione secondo le regole ordinarie |
| IVA sugli acquisti | Non detraibile, salvo casi particolari | Detraibile nei limiti e alle condizioni previste |
| Detrazioni IRPEF | In generale non utilizzabili sull’imposta sostitutiva dell’attività | Utilizzabili in caso di capienza IRPEF |
Forfettario o ordinario: quale regime conviene?
Uno degli equivoci più frequenti è pensare che il regime ordinario sia automaticamente più conveniente perché consente di “scaricare i costi”. In realtà la convenienza dell’uno o dell’altro si calcola tenendo conto di diversi parametri.
Come spiega a Partitaiva.it il commercialista Pasquale Tucciarone, nel regime forfettario “i costi dell’attività sono già considerati in modo forfettario attraverso il coefficiente di redditività associato al codice ATECO. Per molti professionisti il coefficiente è pari al 78%: in questo caso il 22% dei compensi viene considerato fiscalmente come quota di costi, indipendentemente dalle spese effettivamente sostenute”.

Nel regime ordinario, invece, si considerano i costi realmente sostenuti e fiscalmente deducibili. Non tutte le spese, però, sono necessariamente deducibili per intero: occorre valutare, tra gli altri aspetti, inerenza, documentazione e limiti di deducibilità previsti per le singole categorie di spesa.
Di conseguenza, un professionista che sostiene costi reali inferiori alla quota di costi già riconosciuta dal proprio coefficiente di redditività potrebbe non ottenere alcun vantaggio dal passaggio all’ordinario.
Quanto si paga di tasse: forfettario vs ordinario
L’imposta sostitutiva del regime forfettario è pari al 15%, ridotta al 5% per le nuove attività che rispettano le condizioni previste dalla legge. Nel regime ordinario, invece, l’IRPEF è progressiva: per i redditi interessati dalla disciplina vigente, le aliquote sono del 23% fino a 28.000 euro, del 35% oltre 28.000 e fino a 50.000 euro e del 43% oltre 50.000 euro.
Le aliquote IRPEF, però, non vanno confuse con il carico fiscale complessivo: nel confronto devono essere considerate anche le addizionali e, in base alla situazione del contribuente, i contributi previdenziali e gli eventuali altri oneri.
Regime forfettario: i casi di esclusione
Il limite di 85.000 euro di ricavi o compensi è uno degli elementi fondamentali per verificare la permanenza nel regime forfettario. La normativa prevede però una distinzione importante in base all’ammontare raggiunto:
- se nell’anno si superano gli 85.000 euro di fatturato, ma non i 100.000 euro, il regime forfettario cessa di essere applicato a partire dal 1° gennaio dell’anno successivo, se non sussistono altre cause di esclusione;
- se, invece, i ricavi o compensi percepiti superano 100.000 euro nello stesso anno, il regime forfettario cessa di avere applicazione già dall’anno in corso. In questo caso, l’IVA è dovuta a partire dall’operazione che determina il superamento della soglia.
Per molti liberi professionisti questo limite di fatturato ha una doppia faccia: da un lato rappresenta un sogno per la crescita del proprio business, ma dall’altro può rivelarsi un incubo a livello fiscale se non gestito correttamente. Il passaggio dal regime forfettario all’ordinario non deve spaventare: per capire la convenienza occorre avere i numeri alla mano ed eseguire i calcoli corretti.
Come si calcola la soglia degli 85.000 euro?
Un aspetto fondamentale, soprattutto quando ci si trova vicino alla soglia, riguarda il momento dell’incasso. Per i contribuenti che determinano i ricavi o compensi secondo il principio di cassa, ai fini della verifica della soglia rilevano gli importi effettivamente percepiti nel corso dell’anno. Questo significa che fatturato e incassato non sono necessariamente la stessa cosa.
Un professionista che ha emesso una fattura a dicembre ma la incassa a gennaio dell’anno successivo dovrà quindi considerare anche il momento effettivo dell’incasso ai fini della verifica della soglia, salvo le specifiche regole applicabili al caso concreto.
Tucciarone sottolinea anche un’altra sfumatura: cosa succede se il superamento del limite degli 85.000 euro è occasionale? “Se l’anno successivo vengono nuovamente rispettati i requisiti, il contribuente può rientrare nel regime forfettario a partire dall’anno successivo a quello in cui ne ricorrono nuovamente le condizioni”.
La situazione è naturalmente diversa quando l’aumento dei ricavi è strutturale e l’attività sta crescendo stabilmente oltre la soglia. In quel caso il passaggio all’ordinario può essere pianificato in anticipo, intervenendo anche sulle tariffe, sulla struttura dei costi e sugli investimenti.
Cosa succede dopo l’uscita dal forfettario?
Il passaggio all’ordinario comporta una serie di cambiamenti nella gestione dell’attività. “Il cambiamento più rilevante riguarda l’IVA“, conferma Tucciarone. Le fatture vengono emesse con l’imposta in rivalsa e il professionista deve gestire registrazioni, liquidazioni periodiche, versamenti, comunicazioni e dichiarazione IVA annuale. In compenso, l’IVA sugli acquisti può diventare detraibile secondo le regole ordinarie.
Sul fronte delle imposte dirette, il reddito viene assoggettato all’IRPEF progressiva e alle relative addizionali. Per i professionisti che lavorano con sostituti d’imposta entra inoltre in gioco la ritenuta d’acconto, mentre il professionista stesso può assumere il ruolo di sostituto d’imposta quando corrisponde determinati compensi.
Un ulteriore elemento da considerare sono gli ISA, gli Indici sintetici di affidabilità fiscale, dai quali il regime forfettario è escluso.
Quando conviene passare dal forfettario all’ordinario?
Come sottolinea Tucciarione, “non esiste una vera e propria soglia di fatturato oltre la quale l’ordinario diventa più conveniente. La convenienza dipende da fattori legati alla singola attività e alla situazione personale del contribuente”. Ci sono, però, una serie di fattori da tenere in considerazione.
I costi effettivamente deducibili
Uno degli elementi più importanti da considerare è rappresentato dalle spese sostenute per svolgere l’attività. Come spiega Tucciarone, uno degli errori più frequenti è pensare che l’ordinario sia necessariamente più conveniente perché permette di scaricare i costi.
“Nel forfettario, però, i costi sono già riconosciuti tramite il coefficiente di redditività associato al codice ATECO“. Per molti professionisti il coefficiente di redditività è pari al 78%, prosegue l’esperto: questo significa che il 22% dei compensi viene considerato forfettariamente come quota di costi, indipendentemente dalle spese effettivamente sostenute.
Nel regime ordinario, invece, si considerano i costi realmente sostenuti e fiscalmente deducibili. “Non significa, però, che qualsiasi spesa possa essere sottratta integralmente dai ricavi: il costo deve essere inerente all’attività, documentato e, in alcuni casi, rispettare specifiche condizioni di deducibilità”, aggiunge l’esperto.
È quindi possibile che un professionista con costi effettivi relativamente contenuti non trovi un vantaggio nel passaggio all’ordinario. Al contrario, quando le spese deducibili diventano consistenti, il confronto può cambiare. “Chi ha costi reali deducibili inferiori alla quota forfettaria rischia di pagare di più passando all’ordinario”, osserva Tucciarone.
IVA e tipologia della clientela
Nel confronto tra i due regimi c’è poi un elemento spesso trascurato: il calcolo e l’applicazione dell’IVA. Nel forfettario, in linea generale, il professionista non addebita l’IVA al cliente. Passando all’ordinario, invece, l’imposta entra nella gestione dell’attività e il professionista può, al tempo stesso, recuperare l’IVA sugli acquisti nei limiti previsti.
L’effetto può essere molto diverso a seconda della tipologia di clientela. “Se il professionista lavora prevalentemente con imprese e altri professionisti, l’IVA normalmente non rappresenta un costo definitivo per il cliente, che può esercitare il diritto alla detrazione quando ne ricorrono i presupposti”, spiega Tucciarone.
La situazione cambia quando la clientela è composta soprattutto da privati, che non possono detrarla. “Il passaggio all’ordinario pone il professionista davanti a una scelta: può aumentare i prezzi del 22%, perdendo competitività, oppure può mantenere i prezzi invariati, assorbendo l’imposta”.
È un aspetto che può modificare sensibilmente il risultato della simulazione. Una prestazione che nel forfettario viene proposta a 1.000 euro potrebbe infatti diventare una prestazione da 1.000 euro più IVA nel regime ordinario, oppure rimanere a 1.000 euro come prezzo finale, con una riduzione del compenso imponibile del professionista.
Il peso delle detrazioni personali
C’è poi un altro elemento che può incidere sulla convenienza dell’ordinario: la situazione fiscale personale. Nel regime ordinario il reddito dell’attività concorre alla formazione del reddito complessivo soggetto a IRPEF. Questo può consentire, quando ne ricorrono i presupposti, di utilizzare le detrazioni fiscali previste dalla normativa: si pensi, per esempio, a determinate spese sanitarie, agli interessi sul mutuo o ad alcune agevolazioni edilizie.
Nel forfettario, invece, l’imposta sul reddito dell’attività è sostitutiva dell’IRPEF e non costituisce, di per sé, l’imposta sulla quale applicare le ordinarie detrazioni IRPEF. “Contano poi gli oneri detraibili, come spese mediche, interessi sul mutuo e bonus edilizi, che nel forfettario spesso non si riescono a sfruttare per mancanza di IRPEF su cui applicarli”, sottolinea il commercialista.
Anche in questo caso, quindi, non esiste una risposta uguale per tutti: due professionisti con lo stesso fatturato e gli stessi costi possono avere convenienze diverse in funzione della propria situazione personale.
Gli altri redditi
Nel regime ordinario il reddito derivante dalla partita IVA entra nel meccanismo progressivo dell’IRPEF insieme agli eventuali altri redditi del contribuente. La presenza di un secondo reddito può quindi modificare il risultato della simulazione rispetto a quello di un professionista che vive esclusivamente dei compensi della propria attività.
È uno dei motivi per cui, secondo Tucciarone, non è possibile individuare una soglia universale oltre la quale l’ordinario diventa più conveniente. “La convenienza dipende da fattori legati alla singola attività e alla situazione personale del contribuente”. Tra gli elementi da considerare rientra anche il regime previdenziale di appartenenza, che può incidere sul risultato netto finale.
Il passaggio da forfettario a ordinario ha effetto sulla liquidità
Un aspetto meno evidente, ma molto importante nella gestione del passaggio, riguarda gli acconti fiscali. Il primo anno in cui si entra nell’ordinario può presentare una dinamica particolare.
“Con il metodo storico, gli acconti IRPEF sono generalmente nulli quando nell’anno precedente il reddito era stato assoggettato a imposta sostitutiva”, spiega l’esperto. L’anno successivo, però, il contribuente può trovarsi a dover gestire contemporaneamente saldo e acconto IRPEF, con un impatto significativo sulla liquidità. “È un aspetto spesso sottovalutato”, avverte Tucciarone. “L’anno successivo si concentrano così saldo e primo acconto, con un impatto finanziario significativo da pianificare per tempo”.
Il passaggio al regime ordinario deve quindi essere valutato anche dal punto di vista finanziario: non conta soltanto quanto si pagherà complessivamente nell’anno, ma quando sarà necessario avere la liquidità disponibile.
Il fatturato di pareggio: quanto bisogna incassare nell’ordinario?
Chi sta valutando il passaggio dal forfettario all’ordinario deve prendere in considerazione anche il concetto di fatturato di pareggio, che può essere particolarmente utile all’interno di un simulatore. La domanda da porsi è: quanto bisogna fatturare in regime ordinario per ottenere lo stesso reddito netto che si avrebbe nel forfettario?
Il calcolo deve mettere a confronto due scenari considerando:
- costi effettivamente deducibili;
- coefficiente di redditività;
- contributi previdenziali;
- IVA e tipologia di clientela;
- oneri detraibili;
- eventuali altri redditi;
- imposte;
- ritenute;
- reddito netto finale.
L’obiettivo non è stabilire semplicemente quale regime abbia l’aliquota più bassa, ma capire quanto rimane effettivamente in tasca al contribuente. Secondo Tucciarone, proprio per il cosiddetto “effetto scalino”, il fatturato necessario per raggiungere lo stesso netto può essere sensibilmente superiore agli 85.000 euro.
Simulatore uscita dal forfettario: come funziona
Il simulatore di uscita dal regime forfettario serve a confrontare il risultato economico dell’attività nei due scenari: permanenza nel forfettario e passaggio al regime ordinario. Per ottenere un confronto il più possibile realistico, è necessario inserire non soltanto il fatturato, ma anche le principali variabili che incidono sul reddito netto.
In particolare, il simulatore può considerare:
- ricavi o compensi annuali;
- coefficiente di redditività;
- costi effettivamente sostenuti e deducibili;
- contributi previdenziali;
- imposta sostitutiva o IRPEF;
- IVA e relativo impatto sulla clientela;
- eventuali altri redditi;
- oneri e detrazioni fiscali, quando applicabili.
Il risultato permette di capire quanto rimane netto nel forfettario e quanto nell’ordinario e, soprattutto, di individuare il possibile fatturato di pareggio.
Si tratta di una simulazione orientativa: il risultato effettivo può dipendere dalla situazione fiscale e previdenziale individuale e dalle regole applicabili al singolo caso.
Cosa fare quando ci si avvicina agli 85.000 euro?
Avvicinarsi alla soglia non significa necessariamente dover rallentare l’attività: significa, però, che è opportuno iniziare a fare i calcoli con anticipo. “Il primo passo da compiere è monitorare con costanza i compensi percepiti, soprattutto quando l’attività segue il principio di cassa – spiega l’esperto –. Il secondo è effettuare una simulazione a due scenari, confrontando il reddito netto che si otterrebbe rimanendo nel forfettario con quello derivante dal passaggio all’ordinario”.
Infine, quando la crescita del fatturato è strutturale, può essere utile pianificare per tempo il passaggio, valutando anche prezzi, clientela, costi, investimenti e liquidità necessaria. Il superamento della soglia, quindi, non deve essere considerato soltanto come un problema fiscale. Può essere anche il momento in cui l’attività sta entrando in una fase diversa e richiede una gestione più strutturata.














Laura Pellegrini
Giornalista e content editor