Gestire il personale in Italia è diventato più complesso e costoso. Per anni le imprese hanno beneficiato di un paracadute contributivo che ha ridotto il costo del lavoro. Il 2025 ha però segnato la fine di questa stagione. Prima le aziende avevano forti sconti sulle tasse e sui contributi da pagare quando assumevano qualcuno. Ora questi aiuti”generici sono quasi spariti; quindi, assumere un lavoratore costa di più all’impresa.
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Il costo del lavoro in Italia nel 2026
Secondo il rapporto annuale dell’INPS, pubblicato a luglio 2026, i contributi sociali al lordo degli sgravi si sono attestati a 273 miliardi di euro, ma l’incidenza delle agevolazioni (sgravi e sottocontribuzioni) è crollata, passando dal 15,5% del 2024 all’8,4% del 2025.
Il costo del lavoro, misurato attraverso la somma delle retribuzioni lorde dei dipendenti e dei redditi degli autonomi su cui si calcola la contribuzione, evidenzia una dinamica espansiva trainata quasi interamente dal lavoro subordinato. Nel dettaglio:
- il monte degli imponibili previdenziali, nel 2025, ha raggiunto la cifra complessiva di 744 miliardi di euro, registrando un incremento del 3,4% rispetto al 2024 (e del 7,8% rispetto al 2023);
- la spesa per i dipendenti privati, all’interno del paniere, la massa salariale dei dipendenti privati extra-agricoli è salita a 461 miliardi di euro, segnando un aumento del 4,7% su base annua.
L’elemento che incide maggiormente sulle pianificazioni finanziarie delle PMI è il netto ridimensionamento degli sgravi. Venuta meno la stagione dei bonus straordinari ed estesi, le aziende si trovano a pagare le aliquote piene nella quasi totalità dei casi.
Contrazione della spesa per sgravi, nel 2025, lo Stato ha stanziato per agevolazioni contributive (sgravi e sottocontribuzioni) 22,9 miliardi di euro, registrando un pesante -43,8% rispetto ai 40,8 miliardi del 2024. L’incidenza percentuale delle agevolazioni sul totale dei contributi sociali dovuti è crollata all’8,4% nel 2025 (l’anno precedente era al 15,5%).
Il costo del lavoro è risalito, in particolare. per l’effetto combinato di due decisioni normative:
- il mancato rinnovo della riduzione dell’aliquota IVS a carico dei lavoratori (sostituita da detrazioni fiscali che non alleggeriscono i contributi dovuti);
- la cessazione della decontribuzione Sud generalizzata, sostituita da regimi molto più selettivi e circoscritti.
Le determinanti del costo del lavoro per unità di tempo
Nel determinare l’aumento del 3,8% dei contributi versati, l’analisi statistica dell’INPS scompone la crescita del costo del lavoro in tre fattori causali, ovvero:
- i redditi per unità di lavoro, che hanno registrato un incremento medio del 2,5% nel 2025. Per i dipendenti privati extra-agricoli, questo indicatore grezzo della dinamica salariale oraria/giornaliera è cresciuto del 3,5%;
- la quantità di lavoro pro capite, ovvero il volume di settimane/giornate lavorate per singola posizione professionale, che è aumentato dell’1% (+1,2% nel privato extra-agricolo), segnalando una maggiore intensità di impiego;
- le posizioni professionali, intese come base occupazionale complessiva, che hanno mostrato l’impatto minore, crescendo appena dello 0,6% (+1% nel privato extra-agricolo).
Retribuzione media effettiva (RAL)
Un utile indicatore del costo per addetto sostenuto dal datore di lavoro (al netto dei contributi previdenziali a proprio carico) è la retribuzione media annua effettiva che, per la totalità dei dipendenti (pubblici e privati), si attesta a 27.649 euro, con una crescita del 3,6% sul 2024.
Se si isolano i lavoratori impiegati a tempo pieno per tutte le 52 settimane dell’anno (full-year full-time), la retribuzione media lorda sale a 41.872 euro (+3,8% rispetto al 2024). La retribuzione media per singola giornata retribuita per questa categoria è pari a 134 euro.
Per le imprese, quindi, il 2026 si apre con un costo del lavoro strutturalmente più rigido rispetto al passato: l’espansione dei contratti stabili a tempo indeterminato si scontra con la fine della decontribuzione diffusa, costringendo i datori di lavoro a coprire quasi interamente l’aliquota ordinaria sui salari lordi nominali, che continuano a crescere a ritmi vicini al 3,5-3,8% annuo.
Cosa significa questo per le imprese
Quasi la metà della crescita percepita dai lavoratori a reddito medio-basso non è dipesa da aumenti concessi sul mercato o da incrementi di produttività aziendale, ma dai massicci interventi fiscali e di esonero della quota IVS a carico del lavoratore (cuneo fiscale). Il prelievo contributivo e fiscale medio per il lavoratore mediano è infatti sceso dal 28,6% del 2019 al 23,1% del 2025.
I redditi alti (P90), al contrario, si sono difesi meglio sul lordo (+14,8%) ma sono rimasti schiacciati sul netto (+15%) a causa del fiscal drag e dell’assenza di sgravi mirati. Per le imprese, il messaggio è chiaro: la contrattazione collettiva e le richieste di aumento retributivo si faranno più pressanti, poiché la leva fiscale statale ha ormai esaurito i margini di manovra strutturale.
Pianificare le assunzioni non permette più automatismi. Le uniche misure che mostrano efficacia reale (e su cui si concentra l’azione del decreto Coesione) sono quelle mirate su target specifici. Il bonus assunzione giovani (confermato e rimodulato per le assunzioni stabili) ha dimostrato di aumentare la probabilità di assunzione a tempo indeterminato per i target under 35 di una quota compresa tra 1,2 e 5 punti percentuali rispetto ai lavoratori esclusi dalla soglia.
L’età pensionistica sale
La transizione demografica non è una minaccia remota, ma una realtà interna all’organigramma delle imprese. Con l’età media effettiva alla decorrenza delle pensioni (tra vecchiaia e anticipate) che ha raggiunto i 64,7 anni nel 2025, i datori di lavoro devono fare i conti con due dinamiche divergenti ma connesse:
A fronte del posticipo dell’uscita dal lavoro, emerge un fenomeno strutturale: il forte incremento dei pensionati lavoratori. I soggetti che continuano a prestare attività lavorativa dipendente o parasubordinata dopo l’accesso alla pensione sono passati da 40 mila nel 2019 a ben 157.715 nel 2023.
Dal lato della domanda, questo fenomeno è fortemente cavalcato dalle imprese per esigenze di labour hoarding e gestione delle competenze. Circa nove nuovi pensionati lavoratori su dieci (89,4%) continuano a operare presso la stessa impresa in cui lavoravano prima del pensionamento.
Per le imprese (soprattutto le aziende di dimensioni medio-grandi, dove il fenomeno è più diffuso), l’impiego di pensionati si traduce in una rimodulazione contrattuale a intensità ridotta: si registra un massiccio ricorso al part-time (44,3% nel 2023) e una riduzione delle settimane complessive retribuite per addetto, abbattendo il costo medio del lavoro pur mantenendo in azienda il know-how specialistico.













Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it