Oggi e domani gli italiani sono chiamati a esprimersi su una delle riforme costituzionali più divisive degli ultimi decenni. Chi lavora in proprio, chi ha una partita IVA, chi ogni giorno affronta le storture di un sistema burocratico spesso kafkiano, ha più di una ragione per capire davvero cosa si voti, senza lasciarsi convincere dagli slogan.
Il referendum è di natura confermativa e non prevede il raggiungimento di un quorum. Un solo voto in più basterà per vincere. Non andare a votare significa lasciare che altri decidano al posto nostro.
Indice
- Cosa cambia davvero con il Sì
- La separazione delle carriere? Basta una legge ordinaria
- Il sorteggio non elimina le correnti
- L’Alta corte disciplinare? Un nuovo organo inutile (e pericoloso)
- Quelli che difendono il Sì? Proprio i “magistrati politicizzati”
- La strumentalizzazione della “casa nel bosco”
- Il vero obiettivo? Indebolire i pm rispetto alla politica
- Perché votare No
Cosa cambia davvero con il Sì
Tre sono i punti chiave su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura – uno per i giudici e uno per i pm – e l’istituzione di un’Alta corte disciplinare.
Nessuno di questi tre punti accorcia un processo di un solo giorno. Le modifiche proposte non attuano una riforma della giustizia, ma una riforma della magistratura. Lo svolgimento ordinario della giustizia resta intatto e non vengono introdotte modifiche che incidano sui processi. Soprattutto non ci saranno effetti sulla loro durata.
Eppure di giustizia lenta soffriamo tutti. Nel corso del 2025 erano pendenti 3 milioni di cause civili e 1 milione di cause penali. In Italia ci sono la metà dei giudici rispetto alla media europea e un numero di cause pari al doppio della media europea. Di questo il governo non parla. Invece di assumere più magistrati, la legge Nordio prevede tre nuovi organi (due Csm distinti e una Corte disciplinare) con un costo stimato in oltre 100 milioni di euro annui, sottraendo le risorse necessarie per incrementare il personale.
La separazione delle carriere? Basta una legge ordinaria
Uno degli argomenti più venduti dai sostenitori del Sì è che la separazione tra giudici e pubblici ministeri sarebbe una rivoluzione necessaria per garantire l’imparzialità del giudice. Peccato che, nei fatti, quella separazione esista già. La riforma Cartabia del 2022 (legge n. 71/2022) ha introdotto il divieto di passaggio da una funzione all’altra per più di una volta nell’intera carriera e solo entro i primi nove anni di servizio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno dell’1% dei magistrati cambia funzione. Per eliminare anche questo – a ragione – basterebbe una semplice legge ordinaria.
Con il referendum, invece, si vuole trasformare giudici e pm in due corpi distinti per legge fondamentale dello Stato, con concorsi separati e percorsi professionali paralleli, non aggiunge nulla di concreto a una distinzione che è già operativa, ma apre la strada, quella sì, a differenziare le garanzie di indipendenza tra le due figure, con tutti i rischi che ne conseguono per l’autonomia dei pubblici ministeri rispetto al potere politico.
Il sorteggio non elimina le correnti
Un altro degli argomenti più usati dai sostenitori del Sì è che il sorteggio per la composizione dei nuovi CSM metterebbe fine al potere delle correnti interne alla magistratura. Sarebbe bello se fosse così semplice.
A ogni magistrato non può essere tolto il diritto di voto: potrà pertanto essere di qualunque orientamento politico e le correnti non potranno in nessun modo essere eliminate. Il sorteggio cambia il metodo di selezione, non le idee delle persone selezionate. Il sorteggio dei membri laici avverrebbe comunque all’interno di una lista stabilita dal parlamento: le nomine sarebbero in ogni caso orientate dai partiti secondo criteri politici, con il paradosso di un’elezione casuale che potrebbe consegnare i posti a membri tutti vicini a una certa parte politica. Con la lista dei candidati in mano alla maggioranza parlamentare, il rischio di infiltrazione politica aumenta, non diminuisce.
Un salto nel buio
La riforma rimanda a una legge attuativa che deve ancora essere scritta, per questioni dirimenti come il numero dei candidati nella lista da cui saranno estratti i laici dei due CSM e le modalità del sorteggio. Si vota, cioè, per modificare la Costituzione su meccanismi che nessuno sa ancora come funzioneranno nella pratica.
L’Alta corte disciplinare? Un nuovo organo inutile (e pericoloso)
L’Alta corte disciplinare, terzo pilastro della riforma, sottrarebbe al Csm il potere di giudicare i magistrati che commettono illeciti professionali. L’argomento del governo è che oggi i magistrati si giudichino tra loro, con risultati troppo indulgenti. I dati raccontano un’altra storia: una ricerca del Consiglio d’Europa ha mostrato che il sistema disciplinare italiano sia in linea con quello degli altri Paesi europei e, in molti casi, persino più severo.
Ma i problemi dell’Alta corte non finiscono qui. La riforma da un lato separa le carriere di giudici e pm creando due CSM distinti, dall’altro affida il potere disciplinare a un terzo organo che torna a essere competente su entrambe le categorie e composto da entrambe. La separazione, insomma, vale solo fino a un certo punto. C’è poi un vulnus garantistico: contro le sentenze dell’Alta corte i magistrati non potrebbero più ricorrere in Cassazione per vizi di legittimità, come invece garantisce l’articolo 111 della Costituzione per qualsiasi sentenza. Un magistrato sanzionato potrebbe ricorrere solo alla stessa Alta corte, in composizione diversa. È un’eccezione alla tutela giurisdizionale ordinaria che nessuno ha spiegato perché sia necessaria e che apre la strada a un organo disciplinare sottratto al controllo di legittimità della Corte suprema.
Quelli che difendono il Sì? Proprio i “magistrati politicizzati”
I principali promotori di questa riforma “contro la magistratura politicizzata” sono essi stessi ex magistrati che hanno fatto carriera politica.
Carlo Nordio, il ministro che ha firmato la riforma, è entrato in magistratura nel 1977 ed è stato procuratore aggiunto della Procura di Venezia fino al pensionamento nel 2017. Poi è diventato editorialista, parlamentare, ministro della Giustizia del governo Meloni. È lui il principale alfiere della separazione delle carriere, lui che di carriere ne ha vissute almeno due: quella della toga e quella della politica.
Giusi Bartolozzi, sua capa di gabinetto, è anch’essa un’ex magistrata: entrata in magistratura nel 1999, ha esercitato come giudice a Gela, Palermo e alla Corte d’appello di Roma, poi eletta deputata con Forza Italia nel 2018, poi nominata al vertice del ministero grazie alle relazioni con Fratelli d’Italia. È lei ad aver pronunciato la frase più rivelatrice dell’intera campagna referendaria: “Votate sì così ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione”. Nordio si è scusato, ma le parole erano già state pronunciate davanti a una nutrita platea. Due ex magistrati approdati alla politica di centrodestra chiedono oggi agli italiani di votare per riformare la magistratura in nome dell’indipendenza dalla politica.
Tra i sostenitori del Sì figurano poi magistrati che nel corso della carriera hanno fatto scelte spiccatamente politiche: chi è diventato parlamentare, chi ha ricoperto incarichi istituzionali di parte, chi è storicamente associato a correnti ben identificate. Il comitato Sì Riforma è presieduto da Nicolò Zanon e vede Alessandro Sallusti come portavoce e include soggetti che appartengono o hanno ricoperto incarichi in Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Chi difende questa riforma come antidoto alla politicizzazione ne è, in molti casi, prodotto diretto. La soluzione proposta – un sorteggio governato da liste parlamentari – affida la selezione delle persone “indipendenti” alla stessa maggioranza che ha interesse a controllarle.
La strumentalizzazione della “casa nel bosco”
Per convincere gli italiani a votare Sì, il governo ha scelto la strada delle storie. Il caso della “famiglia nel bosco” – una coppia di genitori stranieri i cui tre figli sono stati allontanati dal tribunale minorile dell’Aquila – è diventato il simbolo della “magistratura cattiva”. Meloni è intervenuta pubblicamente, Nordio ha inviato gli ispettori in tribunale, il presidente del Senato La Russa si è precipitato a convocare i genitori a Palazzo Madama.
Una storia delicata (così come ne esistono tante altre in Italia), che riguarda tre bambini e una decisione della magistratura, è stata trasformata in un caso politico per costruire la solita narrazione: i giudici cattivi, la magistratura che perseguita le famiglie, il sistema da “rimettere a posto” con il referendum. Ma c’è una contraddizione che il governo non spiega: se ritiene assurdo che lo Stato intervenga in una situazione di mancata istruzione e isolamento sociale, dovrebbe spiegare perché ha voluto una legge che su casi del genere prevede il carcere per i genitori. Se invece crede giusta quella legge, dovrebbe avere l’onestà di non gridare allo scandalo quando un tribunale minorile interviene.
Accanto alla casa nel bosco c’è il “faldone della malagiustizia”: una cronaca di errori giudiziari raccolta a Palazzo Chigi dai collaboratori della premier, citata come prova del malfunzionamento del sistema. Attenzione: i casi di malagiustizia esistono e vanno presi sul serio. Ma questa riforma non ne avrebbe impedito nemmeno uno. Non incide in alcun modo sul funzionamento della giustizia, sulla velocità dei processi, né sull’agonizzante situazione del sistema carcerario.
Il vero obiettivo? Indebolire i pm rispetto alla politica
Se la riforma non serve ai cittadini, a chi serve? Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro ha chiarito la direzione senza troppi giri di parole: “O si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere d’impulso sulle indagini”.
Il rischio concreto è che pubblici ministeri separati strutturalmente dai giudici diventino, nel tempo, più esposti al controllo politico. In tutti i Paesi occidentali in cui lo status dei giudici è diverso da quello dei PM, questi ultimi rispondono in qualche modo all’esecutivo: l’esempio più noto sono gli USA, dove le indagini sgradite al governo non si svolgono. Una magistratura requirente più debole e più esposta alla politica non protegge i cittadini, men che meno chi lavora in proprio e ha già abbastanza difficoltà a far valere i propri diritti davanti a un tribunale.
Perché votare No
Votare No non significa difendere la magistratura a prescindere, né negare che esistano problemi reali, come i magistrati che finiscono in politica per promuovere riforme come questa, o la carenza di personale che lascia soli i cittadini in difficoltà. Votare No significa rifiutare una riforma che non risolve nessuno di quei problemi, che costa oltre cento milioni di euro l’anno in nuova burocrazia, che non accorcia di un giorno i processi e che – come hanno ammesso i suoi stessi promotori – punta a ridurre l’autonomia dei magistrati rispetto al potere politico, attraverso un meccanismo di sorteggio che nessuno garantisce essere immune da condizionamenti.
Una vera riforma della giustizia avrebbe messo al centro più giudici, più personale, processi più veloci per tutelare concretamente i cittadini e l’incandidabilità dei magistrati in politica. Nulla di tutto questo è nel quesito che ci viene posto. Ma è stato










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile