Il welfare aziendale rende i dipendenti più felici e, soprattutto, fa crescere il fatturato delle imprese e il PIL nazionale. A dimostrarlo è anche una ricerca dell’Osservatorio della Luiss Business School. Buoni pasto e fringe benefit, agevolazioni per la mobilità, contributi per corsi specifici o certificazioni, smart working, flessibilità oraria e incentivi sono alcuni degli strumenti più diffusi. A usufruirne non solo i dipendenti delle piccole imprese che, il più delle volte, applicano il “welfare informale e discrezionale“, ma per lo più i dipendenti delle realtà più strutturate. Ecco quali sono le migliori imprese italiane per welfare aziendale, che prestano particolare attenzione al benessere del personale.
Indice
- Welfare aziendale, lo strumento per il benessere dei dipendenti
- I benefit aziendali più diffusi
- Le migliori imprese per welfare aziendale in Italia: quali sono
- Welfare aziendale fa crescere il fatturato: l’analisi dell’Osservatorio della Luiss Business School
- Welfare informale, quattro piccole imprese su dieci erogano benefit aziendali in modo discrezionale
Welfare aziendale, lo strumento per il benessere dei dipendenti
Sono le nuove generazioni ad aver spezzato la catena che legava in modo univoco il salario alla produttività dei lavoratori. Non è solo la retribuzione a motivare il personale. La valorizzazione del capitale umano, oggi, è diventata espressione di più fattori che sono spesso riconducibili proprio al welfare aziendale e che di fatto rappresentano i pilastri su cui i giovani hanno costruito un nuovo rapporto con il mondo del lavoro.
Le aziende che trattano meglio i dipendenti sono quelle che una cosa l’hanno capita: perdere capitale umano significa ricominciare da zero e, dunque, aumentare i costi. Non riuscire a trattenere i talenti o, peggio, non riuscire a valorizzarli a causa di stipendi bassi o richieste irrealistiche può compromettere la tenuta di un’impresa e metterne a rischio competitività e sostenibilità. Non è un caso che, soprattutto tra i giovani, la libera professione abbia sostituito il mito del posto fisso diventando una scelta consapevole in nome di quei principi di meritocrazia, flessibilità e armonia tra vita e lavoro che sembrano essere la nuova bussola.
Gli aiuti che servono
Il benessere del lavoratore non è qualcosa che si costruisce a tavolino ma si lega alla capacità che un’azienda ha di andare oltre i benefit aziendali standard e di modellare il proprio welfare seguendo le esigenze differenziate e più specifiche del personale. Ecco perché sono sempre più frequenti i casi in cui le aziende scelgono di collegare anche la formazione al welfare aziendale: buoni pasto, agevolazioni per la mobilità, misure di sostegno economico per la partecipazione a corsi specifici o certificazioni.
Altro aspetto non trascurabile è quello legato alle difficoltà che molti giovani incontrano quando intraprendono un percorso lavorativo in una città che non è la loro: affitti, trasporti diventano voci di costo che i contratti non sostengono. Convenzioni con enti locali, buoni benzina o bonus per la mobilità, partnership con spazi di coworking o housing possono diventare benefit aziendali in grado di fare la differenza.
I benefit aziendali più diffusi
Valentino Santoni, è ricercatore di Percorsi di Secondo Welfare, dove si occupa principalmente di welfare aziendale, conciliazione e welfare aziendale territoriale. A Partitaiva.it ha raccontato come la diffusione del welfare aziendale sia iniziata ormai dieci anni fa, in virtù di una modifica profonda della normativa: “La legge di Bilancio 2016 ha introdotto novità significative e da quel momento in poi il welfare aziendale ha preso sempre più piede ma quella fiscale non è l’unica leva che ne ha favorito la diffusione”, ha spiegato.

“I benefit aziendali più diffusi – spiega Santoni – complici anche le agevolazioni previste dalla normativa, sono proprio i fringe benefit che poi si traducono in card e buoni spesa, buoni benzina e buoni acquisto in generale. Sono anche più apprezzati dai dipendenti perché abbracciano un’ampia gamma di beni e servizi e possono essere spesi presso qualsiasi fornitore, dai supermercati ad Amazon. Vi sono aziende che sta sviluppando offerte che coinvolgono piccoli commercianti e fornitori locali”.
“I fringe benefit – prosegue l’esperto – sono lo strumento più semplice, più immediato e, dunque, più utilizzato dalle piccole e medie imprese che non hanno tempo e risorse a sufficienza per servizi più complessi e strutturati. Ma sono anche la forma di welfare aziendale più apprezzata dai lavoratori i quali possono usufruire oggi di questi strumenti anche attraverso piattaforme dedicate”. E qui arriva la nota dolente.
Lavoratori e aziende poco informati sugli strumenti di welfare
Dall’analisi dei report di Coverflex e Timeswapp, due operatori del settore, emerge che il 30% dei dipendenti ha difficoltà nell’utilizzo delle piattaforme e delle relative app. Inoltre, solo il 41% dei lavoratori si dichiara realmente informato sui servizi di welfare disponibili; il 49% dei lavoratori conosce “poco” o “per nulla” le prestazioni di welfare. Prevalgono nettamente le formule più “economiche” del welfare aziendale, come i spesa e i buoni benzina.
“Serve coinvolgere maggiormente le persone – sottolinea Santoni – Spesso gli stessi datori di lavori sono poco informati. Magari certe misure di supporto gli vengono semplicemente suggerite dal consulente del lavoro. Bisogna dunque fare in primis un lavoro di sensibilizzazione delle imprese. Poi bisogna agire sui dipendenti che oggi conoscono le misure di welfare aziendale più comode e più immediate, ma spesso non conoscono a fondo tutte le opportunità che possono sfruttare”.
Le migliori imprese per welfare aziendale in Italia: quali sono
Quali sono le migliori aziende per il welfare dei dipendenti? Santoni ci ricorda che i nomi sono già ben noti. A cominciare da Luxottica che ha introdotto la settimana corta (4 giorni) e buoni pasto tra i più alti in Italia. Ferrero è pioniera nel welfare con asili nido aziendali, supporto alla genitorialità e iniziative di benessere familiare ma ha puntato anche su salute e sicurezza, implementando programmi di prevenzione e monitoraggio della salute, offrendo controlli medici periodici, campagne di sensibilizzazione su stili di vita sani e accesso a servizi di consulenza psicologica.
In ambito bancario le eccellenze sono Unicredit e Intesa Sanpaolo che adotta un modello integrato di welfare aziendale che include, tra le altre cose, previdenza complementare e assistenza sanitaria integrativa. “Poi ci sono le grandi aziende del mondo della meccanica, come Ferrari e Lamborghini”, sottolinea il ricercatore.
Il sondaggio Italy’s Best Employers 2026 basato sulle opinioni di più di 300 mila lavoratori ha posto in cima alla classifica delle migliori aziende italiane Lavazza, Sorgenia e Granarolo. Anche se il sondaggio ha preso in esame il clima lavorativo, il carico di lavoro, il rapporto con i capi e le pari opportunità di carriera, tutte e tre le aziende hanno in comune il fatto di garantire benefit aziendali e vantaggi concreti in termine di benessere ai propri lavoratori. Proprio Lavazza, ad esempio, ha costruito il proprio welfare aziendale su quelli che considera i cosiddetti quattro pilastri del benessere: fisico, emotivo, finanziario e sociale: coperture assicurative sanitarie estese anche ai familiari dei dipendenti, smart working, attività di socializzazione in azienda. Infine, un sostegno dedicato per spese energetiche e buoni carburante ma anche una fitta rete di convenzioni aziendali che offrono prezzi agevolati su prodotti e servizi di vario genere.
Tra le aziende virtuose che hanno visto riconosciuto l’impegno a favore dei propri lavoratori c’è anche Enel che secondo l’Osservatorio Italian Welfare rientra tra le cinque migliori aziende italiane per la qualità del suo welfare aziendale.
Welfare aziendale fa crescere il fatturato: l’analisi dell’Osservatorio della Luiss Business School
Si chiama Corporate Welfare Lab ed è il nuovo Osservatorio realizzato da Luiss Business School in collaborazione con Edenred Italia che nasce con l’obiettivo di supportare con dati scientifici una verità divenuta ormai inconfutabile: il welfare aziendale non è più solo una questione di benessere sociale ma una leva misurabile di politica industriale capace di incidere direttamente sul PIL.
L’introduzione di ogni nuovo servizio di welfare aziendale genera un incremento medio del 2,1% del fatturato pro-capite. Uno spread di produttività che premia in modo inequivocabile le aziende welfare oriented rispetto a quelle prive di piani strutturati. A confermarlo è il primo Rapporto Annuale, condotto su un campione di 600 imprese italiane, che ha provato a misurare l’impatto finanziario del benessere.
Secondo l’indagine, nelle piccole Imprese (10-49 dipendenti), chi adotta un piano di welfare aziendale strutturato registra un fatturato medio di 6,5 milioni di euro, contro i 5,1 milioni dei competitor che ne sono privi: un differenziale positivo del +26,7%. Ma è nelle medie Imprese (50-249 dipendenti) che il gap competitivo tocca il vertice: le aziende con welfare strutturato raggiungono ricavi medi per 33,9 milioni di euro, staccando nettamente le aziende senza welfare ferme a 26,1 milioni. Questo surplus di valore vale +7,8 milioni di euro, pari a una crescita del +29,8%. Il trend si conferma anche nelle grandi imprese, dove il welfare strutturato accompagna un differenziale di fatturato del +19,5%.
Fabrizio Ruggiero (Edenred Italia): “Welfare è strategia industriale”
Secondo Fabrizio Ruggiero, amministratore delegato di Edenred Italia, “quando una media impresa genera fino a 7,8 milioni di valore in più investendo sulle persone, il messaggio è chiaro: il welfare non è accessorio, è strategia industriale. È uno strumento che ci permette di coniugare la competitività con il sostegno al potere d’acquisto delle famiglie, creando un circolo virtuoso per l’intero Sistema Paese”. Oltre ai bilanci, il welfare incide sulla demografia aziendale.
La ricerca ha elaborato un “Indice di dinamismo del capitale umano”, che misura il rapporto tra ingressi e uscite. Il dato premia nettamente chi investe nelle persone: nelle aziende con welfare strutturato, per ogni dipendente in uscita si registrano 3,3 nuovi assunti. Nelle aziende prive di piani welfare, questo rapporto scende a 2,4. Il welfare aziendale agisce quindi come un acceleratore di crescita, aumentando di oltre il 30% la capacità di rigenerare la forza lavoro e attrarre nuovi talenti.
Welfare informale, quattro piccole imprese su dieci erogano benefit aziendali in modo discrezionale
Alberto Dell’Acqua, direttore del Luiss Business School Hub Milano, ha sottolineato: “Il welfare aziendale sta evolvendo verso un modello fondato su benessere integrato, flessibilità organizzativa e digitalizzazione. La nostra analisi mostra come sia ormai una leva rilevante per la competitività. Pur essendo diffuso però presenta ancora ampi margini di sviluppo, in particolare nella sua dimensione più strutturata. L’evoluzione del lavoro e la crescente attenzione al benessere favoriranno ulteriormente il ricorso a strumenti di welfare aziendale, che nei prossimi anni assumeranno un ruolo sempre più significativo”.
Nonostante i benefici evidenti, il potenziale è ancora parzialmente inespresso. Se il 79% delle grandi imprese ha un piano strutturato, la percentuale scende al 32% nelle piccole. Esiste inoltre un ampio bacino di “welfare informale“, ovvero di erogazioni discrezionali che, analogamente a chi non offre alcun benefit aziendali, non garantiscono quelle leve di crescita e defiscalizzazione evidenziate dallo studio: il 30% delle aziende (quasi quattro su dieci tra le piccole) eroga servizi senza averli formalizzati in un piano organico.
“Il welfare strutturato non deve essere visto come una complessità, ma come uno strumento di competitività accessibile. Le piccole imprese non hanno bisogno di fare di più, ma di farlo meglio: semplificare la normativa significa dare la possibilità alle aziende di ogni dimensione di attivare una delle leve di crescita più efficaci”, conclude Fabrizio Ruggiero.














Patrizia Penna
Giornalista professionista