Le tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz sono uscite definitivamente dai soli canali geopolitici per entrare in modo dirompente nei bilanci delle imprese italiane ed europee. Quello che inizialmente si configurava come un blocco localizzato si sta trasformando in un pesante aumento dei costi industriali, mettendo a dura prova le catene di approvvigionamento.
A tracciare un quadro nitido della situazione sono due recenti analisi, che evidenziano scenari complessi ma anche la forte capacità di reazione del tessuto produttivo italiano.
Indice
L’impatto della crisi di Hormuz sulle imprese e sui costi industriali
Secondo l’indagine avviata da Promos Italia su un campione di circa 300 aziende – di cui il 65% vanta rapporti commerciali con il Medio Oriente (il 33,75% in modo continuativo) e un 6% sta esplorando l’area per investimenti – ben l’80% delle realtà coinvolte ha registrato effetti negativi a causa della chiusura o delle difficoltà di transito attraverso Hormuz. Per il 41,7% del campione si parla addirittura di impatti tali da alterare in modo avvertibile la situazione preesistente.
L’instabilità dell’area ha generato poi un aumento generalizzato delle spese. Per la stragrande maggioranza delle imprese (73,5%), l’impatto più gravoso riguarda l’aumento dei costi di trasporto e di assicurazione. Seguono quelle che hanno sentito di più l’aumento dei costi energetici (49,4%), l’allungamento dei tempi di consegna (45,8%) e il rinvio degli ordini insieme alle l’incertezza nelle trattative (41%).
Solo nel periodo compreso tra marzo e giugno, il maggior costo in Europa per l’approvvigionamento di gasolio e jet fuel è stato stimato in circa 10 miliardi di euro. Di questi, oltre 1 miliardo di euro è rimasto a carico dell’Italia, a dimostrazione di come la crisi si sia rapidamente riversata sull’economia reale.
I problemi più frequenti
I disagi riscontrati si riflettono in modo diretto e tangibile sulla gestione operativa quotidiana delle aziende, manifestandosi attraverso diverse criticità. Quasi un quarto delle imprese (il 23,8%) ha dovuto fare i conti con la cancellazione degli ordini, l’impatto più diffuso tra quelli rilevati. A questo si aggiungono i ritardi nelle consegne o nelle forniture, una problematica che ha colpito l’11,9% del campione. Infine, il 9,5% delle aziende ha subito il rinvio o la sospensione delle proprie trattative commerciali, a testimonianza di un rallentamento complessivo delle attività di business.
Confindustria, anche le imprese di grandi dimensioni sentono la crisi
Secondo l’indagine sulle grandi imprese, pubblicata l’1 luglio dal centro studi di Confindustria (CSC), a giugno il quadro generale mostra una sostanziale stabilità nelle aspettative di produzione industriale, ma evidenzia forti preoccupazioni per l’impatto economico derivante dal conflitto in Medio Oriente.
Le previsioni formulate dai leader industriali indicano una sostanziale tenuta dell’attività produttiva, accompagnata da un leggero miglioramento nei saldi complessivi. La quota maggiore delle imprese, pari al 47,3%, si attende una produzione stabile, un dato che mostra una crescita rispetto al 43,9% registrato nel mese di maggio. Rimane invece pressoché invariata la percentuale di chi prevede un incremento dell’attività, attestandosi al 43,9%. Il segnale più positivo emerge tuttavia dal fronte dei pessimisti: le aziende che stimano una contrazione della produzione scendono all’8,8%, evidenziando una netta diminuzione rispetto al 14,3% del mese precedente.
Tuttavia, anche le aziende di grandi dimensioni segnalano forti pressioni sui bilanci, principalmente per via dell’aumento delle materie prime non energetiche e input intermedi, segnalate dal 15,0% delle imprese. Pesano anche le materie prime energetiche, indicate come il problema principale dal 28,2% degli intervistati. Infine, trasporti, logistica e assicurazioni, che rappresentano il secondo fattore di criticità per il 21,4% del campione.
Le preoccupazioni legate all’evoluzione del quadro geopolitico
Le realtà più grandi temono inoltre un ulteriore peggioramento del quadro economico complessivo. La minaccia avvertita con maggiore intensità riguarda la logistica, con il 19,7% delle risposte che indica il timore di un nuovo rincaro per i trasporti e le assicurazioni. Segue a brevissima distanza, con il 19,4% delle preferenze, la preoccupazione legata a un aumento dei costi delle materie prime non energetiche. Infine, il 17,9% delle segnalazioni si concentra sui flussi commerciali, evidenziando il rischio di subire ostacoli o una vera e propria riduzione delle esportazioni dirette verso le aree interessate dal conflitto.
Rischio default in aumento
Se a fine 2025 il tasso medio di default delle imprese italiane si era attestato su un livello gestibile del 3% (in lieve crescita rispetto al 2,9% del 2024), l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran dello scorso 28 febbraio ha modificato le previsioni macroeconomiche per il 2026.
Gli shock esterni legati al prolungato blocco di Hormuz hanno spinto CRIF ratings a elaborare due possibili scenari per l’andamento della rischiosità creditizia delle società di capitali nel 2026 e 2027. Se con il raggiungimento dell’accordo tra Stati Uniti e Iran assisteremo a una graduale normalizzazione dei flussi commerciali entro l’anno, la crescita del PIL è stimata allo 0,4% e l’inflazione al 3%, mentre il tasso di default atteso è del 3,7% a fine 2026 e del 4% nel 2027. Qualora questo non dovesse verificarsi, spostando la normalizzazione al 2027, l’impatto economico sarebbe decisamente più severo.
Gli esperti prevedono un calo del PIL pari allo 0,5%, inflazione in crescita al 5% e un balzo del tasso di default atteso al 4,4% nel 2026 e fino al 4,9% nel 2027.
I settori più esposti alla crisi
Come riportano i dati, non tutti i comparti reagiscono allo stesso modo a questa crisi. Questo perché alcune categorie arrivavano già da situazioni di sofferenza a fine 2025 e rischiano di subire le conseguenze più pesanti. Tra i settori maggiormente sotto osservazione figurano:
- tessile-abbigliamento, con un tasso di default che già a fine 2025 era al 4,8%;
- trasporti e logistica, con rischiosità al 4,8%;
- costruzioni, con tasso di default al 4,5% nel 2025;
- commercio al dettaglio, con una rischiosità al 4,1%, fortemente esposto al rialzo di inflazione e costo del denaro.
L’unica nota positiva riguarda il fronte del credito: gli istituti finanziari continuano a supportare le aziende (le erogazioni totali sono cresciute dell’11% a fine 2025) e, per il momento, CRIF esclude il rischio di un imminente credit crunch.
Come stanno reagendo le PMI
Di fronte all’incertezza geopolitica – giudicata con effetti elevati dal 21,3% delle imprese e abbastanza elevati dal 35,4% –, gli imprenditori italiani dimostrano prudenza ma anche resilienza. Guardando ai colloqui in corso tra USA e Iran, il 39% confida in effetti positivi immediati in caso di intesa, il 27,6% prevede benefici graduali, mentre il 28% ritiene che un eventuale accordo non basterà a cancellare l’instabilità generale.
Solo il 4% delle aziende ha reagito riducendo la propria esposizione verso il Medio Oriente. La maggioranza ha scelto la via della riorganizzazione tattica: il 31,6% mantiene inalterata la strategia, l’11,6% ha dirottato temporaneamente le iniziative commerciali, il 13,7% cerca nuovi partner o canali alternativi e il 5,2% sta addirittura rafforzando la presenza per anticipare la ripresa.
Oltre la metà delle imprese sta valutando una diversificazione dei mercati esteri. Nell’ultimo anno, il 41,6% ha già avviato attività di export in almeno un nuovo mercato geografico. Tra le destinazioni giudicate più interessanti emergono: Marocco, Canada, Cile, Argentina, Messico e Stati Uniti.










Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it