Come validare un’idea di business partendo da un’esperienza personale: il caso Lifeed

Da un’intuizione sulla maternità a 70.000 utenti, passando tra ostacoli, soddisfazioni e adattamenti. L'esperienza personale può diventare un lavoro.

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Gli investimenti in startup e imprese innovative in Italia hanno superato 1,7 miliardi di euro nel 2025, secondo l’Osservatorio sul venture vapital di Italian Tech Alliance e Growth Capital. Oltre alle idee nate negli incubatori, ci sono quelle che nascono a casa, magari in periodi di grande trasformazione come la maternità. Questo, per esempio, è il caso di Lifeed, fondata da Riccarda Zedda con un percorso che unisce ricerca, sperimentazione e adattamento progressivo al mercato. Oggi la piattaforma conta oltre 70.000 utenti, ma l’origine del progetto è lontana da qualsiasi modello tradizionale di startup. Ecco dunque come utilizzare la propria esperienza personale per validare un’idea di business vincente.

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La scintilla: trasformare un’esperienza invisibile in un’intuizione imprenditoriale

“Quando è nata mia figlia, mi sono accorta che stavo facendo cose che in ufficio avrei chiamato management”. Questo è il punto di partenza di Riccarda Zezza, co-author of MAAM – Maternity as a Master’s- Chief Science Officer of Lifeed, in sostanza una discrepanza evidente tra realtà e riconoscimento. 

Riccarda Zezza

Attività come gestione delle risorse, capacità decisionale e adattamento continuo fanno parte sia del lavoro che della vita privata, ma solo nel primo caso vengono formalizzate e valorizzate. È su questa frattura che si costruisce la sua prima intuizione. “Gestivo risorse scarse, prendevo decisioni in condizioni di incertezza, negoziavo con stakeholder irrazionali – ironizza Zezza -. Eppure il contesto mi diceva un’altra cosa: che stavo semplicemente facendo la mamma. Ho cominciato a chiedermi perché quello che stava succedendo nella mia testa, e nella testa di milioni di donne, rimanesse invisibile al mondo del lavoro”.

Il contesto conferma che non si tratta di una percezione isolata. Secondo i dati Eurostat, l’Italia resta tra i Paesi con il più basso tasso di occupazione femminile in Europa, con un divario di oltre 10 punti rispetto alla media UE. La maternità rappresenta uno dei momenti più critici nel percorso lavorativo, con un impatto diretto sulla continuità occupazionale e sulle scelte di autonomia professionale. 

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Come validare un’idea di business: il segnale arriva prima dalle persone

“Nel 2013 prende avvio una prima fase di ricerca insieme ad Andrea Vitullo, che porterà alla nascita di MAAM – Maternity as a Master (che nel 2014 è diventato un libro per Bur). In questa fase, la validazione non passa da metriche quantitative, ma da reazioni qualitative ripetute – continua la donna -. Quando usavamo le parole leadership e maternità nella stessa frase, la reazione era sempre la stessa: prima incredulità, poi sollievo. Come se stessimo restituendo loro qualcosa che era sempre stato loro, ma che il sistema non aveva mai riconosciuto”. 

Nella validazione di un’idea, il riconoscimento immediato da parte del target è spesso più significativo dei dati iniziali. Significa che il bisogno esiste già, anche se non è stato ancora formalizzato. Solo in un secondo momento interviene il mercato, con una conferma legata a esigenze più strutturate.

Le aziende iniziano a confrontarsi con un problema concreto: trattenere talenti femminili e ridurre i costi legati al turnover. Secondo diverse analisi HR internazionali, come quella della Society for Human Resource Management, il costo di sostituzione di una risorsa qualificata può arrivare fino al 150% della retribuzione annua, rendendo la retention una leva economica oltre che organizzativa. 

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I primi clienti e il tempo necessario perché il mercato capisca

“I primi clienti sono arrivati attraverso relazioni dirette – prosegue la ricercatrice -. Le conversazioni nei board, nei corridoi, nei convegni sull’inclusione: portavamo un argomento scomodo, perché chiedeva alle aziende di guardare a quello che succedeva fuori dall’ufficio come a qualcosa di rilevante per quello che succedeva dentro”.

Il passaparola, in questa fase, diventa il principale motore di crescita. Il progetto si diffonde attraverso eventi e dialoghi con aziende sensibili al tema dell’inclusione. La proposta, però, richiede un cambio di prospettiva: considerare la vita personale come parte integrante dello sviluppo professionale. “Questo si traduce in tempi di adozione più lunghi rispetto a modelli di business tradizionali. Alcune aziende comprendono subito il valore, altre impiegano anni”, precisa.

È una dinamica coerente con quanto evidenziato dal Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, secondo cui il 59% della forza lavoro globale dovrà affrontare percorsi di upskilling o reskilling entro il 2030, mentre tra le competenze più richieste emergono resilienza, flessibilità e leadership. Segno che, prima ancora di strumenti e processi, la trasformazione del lavoro passa da un cambiamento culturale nel modo in cui vengono riconosciute e sviluppate le competenze.

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Dal progetto MAAM alla piattaforma Lifeed: il salto verso un modello scalabile

“Molto presto ci siamo accorti che la maternità era la punta di un iceberg – spiega la founder -. Ogni transizione di vita, ogni ruolo che viviamo al di fuori del lavoro, porta competenze che le organizzazioni non vedono e che le persone stesse faticano a riconoscere come professionalmente rilevanti. Diventare genitore, prendersi cura di un genitore anziano, attraversare una malattia, fare volontariato: queste esperienze allargano la capacità di stare dentro la complessità, di gestire l’incertezza, di prendersi cura degli altri”.

Nasce così Lifeed, piattaforma digitale che consente di mappare e trasferire queste competenze nel contesto lavorativo. “I dati raccolti dall’Osservatorio interno mostrano che ogni individuo gestisce in media cinque ruoli attivi, di cui solo due e mezzo sono lavorativi. Il lavoro occupa più tempo, ma la vita occupa più identità”, aggiunge. Il trend è ampio e anche secondo il Future of Jobs Report del World Economic Forum, entro il 2030 le competenze più richieste includeranno adattabilità, pensiero critico e capacità di gestire la complessità, tutte abilità che si sviluppano anche al di fuori dei contesti lavorativi tradizionali. Lifeed si colloca esattamente su questo asse, traducendo esperienze personali in risorse professionali.

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Errori e apprendimento: quando il problema è il linguaggio

“Abbiamo sottovalutato quanto tempo ci vuole perché un’idea davvero nuova trovi un linguaggio condiviso con il mercato”, confessa Zezza. Uno degli ostacoli principali non riguarda il modello, ma la sua comunicazione. “Noi parlavamo di vita che diventa competenza professionale quando il mercato cercava welfare e work-life balance, che sono concetti diversi, quasi opposti al nostro: il bilanciamento separa le sfere, noi le volevamo connettere”, racconta. 

Anche il ruolo dei dati viene ridimensionato nel tempo. Se da un lato sono fondamentali per costruire credibilità, dall’altro non sono sufficienti a generare cambiamento. “I dati aiutano, ma le persone cambiano comportamento quando cambia la storia che raccontano su loro stesse, non quando vedono un grafico. Lo abbiamo imparato lavorando con le persone, prima ancora che con le organizzazioni”, aggiunge.

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Quando un’idea diventa impatto: nasce “transilienza”, la parola che mancava 

Oggi Lifeed ha coinvolto oltre 70.000 persone, costruendo una base dati che alimenta un osservatorio dedicato all’evoluzione delle competenze. Accanto alla crescita operativa però, emerge anche un riconoscimento culturale significativo. “Il successo culturale è quello a cui tengo di più: avere contribuito ad aprire uno spazio in cui si comincia finalmente a dire, con le parole giuste, che la vita intera è una fonte di apprendimento”, fa sapere con orgoglio l’esperta.

Il termine “transilienza”, introdotto nel primo libro per descrivere la capacità di trasferire competenze tra diversi ruoli della vita, è infatti stato inserito nel 2023 nel dizionario della Treccani, segnando il passaggio da intuizione teorica a concetto riconosciuto. “Quando una parola entra in un dizionario vuol dire che la realtà che descrive ha smesso di essere invisibile. A maggio esce per FrancoAngeli il mio ultimo libro, che racconta tutto questo in modo sistematico: Il potere della transilienza; la genitorialità, la cura, il volontariato, persino le transizioni difficili sono esperienze che costruiscono competenze reali e trasferibili”, spiega Zezza.

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Dall’idea alla partita IVA: cosa significa partire da qualcosa di non convenzionale

Nel 2024 si sono registrate oltre 500.000 nuove aperture di partite IVA tra persone fisiche, secondo i dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, con oltre due terzi delle nuove attività avviate da persone fisiche. Un dato che conferma la crescita del lavoro autonomo come leva di reddito e autonomia economica.

Ma come vagliare l’idea prima di farne un business? “Trovate almeno tre persone che la capiscano prima che la spieghiate fino in fondo – suggerisce la fouder di Lifeed -. Se per capirla bisogna aspettare la fine della spiegazione, l’idea ha bisogno di più lavoro, non di spiegazioni più lunghe. Restate vicini al problema reale delle persone che volete aiutare, anche quando la vostra soluzione diventa più sofisticata. Il rischio di chi lavora su idee complesse è di innamorarsi della complessità e dimenticare la semplicità del problema originale. Quel problema originale è la bussola: quando ci si perde, si torna lì”.

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Natalia Piemontese

Giornalista

Giornalista pubblicista con una specializzazione verticale nell'analisi del mercato del lavoro e delle dinamiche HR. Mi occupo di trasformare scenari socio-economici complessi in asset editoriali, basati sul rigore giornalistico e sulla decodifica dei dati.

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