Crescono le opportunità di riavvicinamento tra Regno Unito e UE: Brexit addio? Le conseguenze per le PMI italiane

La guerra in Iran, le minacce di Trump sul commercio e i costi economici sempre più visibili del recesso dall'Unione europea stanno riportando il dibattito sulla Brexit al centro della politica britannica. Il governo Starmer ha annunciato una legislazione per allinearsi automaticamente alle regole del mercato unico in alcuni settori. Ma la strada è ancora lunga.

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Dieci anni dopo il referendum del 2016 e sei anni dopo l’uscita effettiva dall’Unione europea, il Regno Unito sta riconsiderando la propria distanza da Bruxelles. Non si parla di rientro formale, almeno per ora. Ma il governo di Keir Starmer si prepara a introdurre una legislazione che permetterebbe al Paese di allinearsi automaticamente alle regole del mercato unico europeo in determinati settori, senza un voto parlamentare per ciascuna modifica.

La spinta arriva da più direzioni: la crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente, l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump sui dazi e sulle alleanze e un sondaggio che fotografa un’inversione di tendenza nell’opinione pubblica britannica. Secondo una rilevazione di More in Common condotta su 2.009 persone, metà dei britannici voterebbe oggi per restare nell’UE se si tenesse un nuovo referendum. Il Leave vincerebbe solo tra gli over 75, e quasi un quarto degli ex elettori Leave vorrebbe un voto per rientrare. Partitaiva.it ha provato a ricostruire le opportunità e i rischi per le PMI italiane qualora l’ipotesi diventasse realtà.

Cosa prevede il disegno di legge sul riallineamento con l’UE

Il governo britannico si appresta a introdurre, con ogni probabilità nel discorso della Corona del 13 maggio, un disegno di legge che consentirebbe di adottare nuove regole europee tramite legislazione secondaria, senza cioè un iter parlamentare completo per ciascun recepimento.

Il meccanismo si chiama “riallineamento dinamico” e utilizza i cosiddetti poteri Henry VIII, strumenti che consentono ai ministri di modificare la legislazione esistente senza passare per un dibattito parlamentare ordinario. Il parlamento potrà approvare o respingere i pacchetti di norme, ma non emendarli. Il risultato pratico, secondo i critici, è che Westminster si troverà a “ratificare” le decisioni di Bruxelles più che a valutarle nel merito.

Starmer ha difeso la scelta davanti alla Camera dei Comuni. “Siamo in un mondo con enormi conflitti e grande incertezza. Credo fermamente che il miglior interesse del Regno Unito sia in una relazione più solida e più stretta con l’Europa, che si tratti di difesa, sicurezza, energia o economia”, ha dichiarato il primo ministro. L’intesa, ha aggiunto, permetterebbe di finalizzare un accordo commerciale nel settore alimentare e agricolo del valore di 5,1 miliardi di sterline l’anno, riducendo al tempo stesso la burocrazia per le imprese esportatrici.

I settori coinvolti e le ricadute per le imprese

Per ora i negoziati tra Londra e Bruxelles si concentrano su quattro aree: standard fitosanitari per alimenti e prodotti agricoli; mercato dell’elettricità; sistema di scambio delle quote di emissione e mobilità giovanile; ambiti con ricadute concrete per le imprese che operano su entrambe le sponde della Manica.

L’allineamento sugli standard sanitari e fitosanitari, in particolare, ridurrebbe i controlli alle frontiere e alleggerirebbe la documentazione richiesta ai produttori e agli esportatori, un tema che pesa soprattutto sulle piccole aziende agroalimentari britanniche. Sul mercato dell’elettricità, il rientro nel sistema europeo permetterebbe scambi di energia più efficienti, in un momento in cui la crisi energetica legata al conflitto in Medio Oriente rende ogni fonte di approvvigionamento strategicamente rilevante.

La cancelliera Rachel Reeves ha fissato una linea: le aree in cui il Regno Unito diverge dalle regole europee devono essere “l’eccezione, non la norma”. Una posizione che delinea un’inversione rispetto al decennio precedente, quando la politica britannica puntava sistematicamente a differenziarsi da Bruxelles come prova tangibile dei “vantaggi della Brexit”.

Perché il riallineamento trova terreno favorevole adesso

Il contesto internazionale ha accelerato i tempi. La guerra in Iran ha depresso ulteriormente una crescita economica già stagnante e sia l’UE sia il Regno Unito cercano di rivitalizzare i propri scambi commerciali in un momento in cui l’incertezza geopolitica pesa su investimenti e consumi.

A questo si aggiunge la difficoltà nei rapporti con Washington. Starmer ha pubblicamente criticato le minacce di Trump verso i civili iraniani, definendole “sbagliate”, e ha escluso che il Regno Unito partecipi al blocco navale dello Stretto di Hormuz pianificato dagli Stati Uniti. Il primo ministro ha avvertito che la crisi causata dalla guerra ha dimostrato la necessità di invertire parti della Brexit, sostenendo che “Brexit ha fatto gravi danni all’economia e le opportunità che abbiamo ora per rafforzare la nostra sicurezza e ridurre il costo della vita sono semplicemente troppo grandi per essere ignorate”.

Sul piano economico, i numeri della Brexit sono ormai ampiamente documentati. Il recesso dall’UE è costato all’economia britannica probabilmente il 4% del PIL, forse anche di più, mentre il costo per l’UE è stato minimo. Le esportazioni di beni e servizi del Regno Unito verso il blocco europeo valgono quasi il 13% del PIL britannico, mentre le vendite dell’UE verso il Regno Unito pesano solo il 3,5% del PIL europeo. L’asimmetria spiega molto della posizione contrattuale delle due parti.

Brexit, gli ostacoli politici: cosa frena il riavvicinamento

Il processo incontra tuttavia resistenze significative, sia in patria sia a Bruxelles. Sul fronte interno, il Partito conservatore e Reform UK hanno attaccato il piano con forza. Il portavoce conservatore Andrew Griffith lo ha definito una resa della sovranità parlamentare, mentre Nigel Farage lo ha descritto come “un tradimento totale del voto sulla Brexit”. Il governo Starmer resta formalmente vincolato alle linee rosse del manifesto elettorale laburista: nessun ritorno al mercato unico, nessuna unione doganale, nessuna libertà di movimento. Ma la proposta di riallineamento dinamico in settori specifici viene letta da molti osservatori come un avanzamento progressivo verso quella direzione.

Sul fronte europeo, l’UE è “ampiamente soddisfatta” dell’accordo commerciale esistente con il Regno Unito e ha priorità più urgenti. Il commercio con il Regno Unito conta poco per l’UE, che nel frattempo ha concluso accordi con i paesi del Mercosur, con India, Indonesia e Australia. Come sintetizza Mujtaba Rahman di Eurasia Group: “Il problema è che il Regno Unito non conta abbastanza”.

C’è poi un calcolo politico interno all’UE. Alcuni governi europei non vogliono che l’economia britannica si rafforzi al punto da far sembrare la Brexit un successo, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno, quando i movimenti sovranisti potrebbero trarre vantaggio da qualsiasi argomento a favore dell’uscita dall’Unione.

Fino a dove può spingersi il riavvicinamento

La domanda che si pongono gli analisti è se questo processo possa portare, nel medio periodo, a un’integrazione più profonda o resti confinato ad aggiustamenti tecnici su singoli settori. Fabian Zuleeg, direttore dell’European Policy Centre, prevede un quadro “piuttosto disordinato”, con soluzioni diverse in aree di policy diverse, alcune molto vicine all’UE, altre meno, e coalizioni variabili che potrebbero includere anche paesi come il Canada. “Una serie di relazioni diverse, modi diversi di integrarsi”, soprattutto nel campo della sicurezza.

Il rientro formale nell’UE non è nell’agenda di nessuno dei principali partiti britannici, almeno per questa legislatura. Ma il percorso tracciato da Starmer punta a costruire, settore per settore, una rete di allineamenti che avvicini concretamente le due economie pur senza riattivare le strutture formali del mercato unico. Una strategia graduale, che dipenderà molto dall’esito delle prossime elezioni britanniche e dall’evoluzione del quadro geopolitico europeo.

Come osserva Anand Menon, direttore del think tank UK in a Changing Europe: “Starmer finora è riuscito a cavalcare entrambi i cavalli contemporaneamente, ma sospetto che questi cavalcheranno in direzioni diverse e sarà molto doloroso”. La scommessa del governo è che la crisi globale in corso fornisca abbastanza argomenti pratici, in termini di costi dell’energia, accesso ai mercati e sicurezza, da rendere politicamente sostenibile un avvicinamento che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile da proporre apertamente.

Gianmarco Roncarolo

“In un contesto di shock energetico, tensioni commerciali con Washington e crescita stagnante, la frammentazione regolatoria tra economie integrate è un costo che nessuno può permettersi. Il meccanismo del ‘riallineamento dinamico’ proposto da Starmer va nella direzione giusta sul piano economico, perché riduce attriti operativi per le imprese e favorisce scambi più efficienti in determinati settori come prodotti agricoli ed energia”, spiega a Partitaiva.it Gianmarco Roncarolo, direttore di Granite Shares.

Ad ogni modo, conclude l’esperto, rimane una questione di metodo, quella del “recepimento di norme esterne senza il completo iter parlamentare, uno strumento efficiente ma fragile dal punto di vista politico, dopo il referendum della Brexit. La scommessa di Starmer è alta, così come credo possa essere alto il beneficio per i produttori britannici”.

Le PMI italiane tra opportunità e rischi del riavvicinamento britannico

Il processo di riallineamento tra Londra e Bruxelles non è certo privo di implicazioni per le piccole e medie imprese italiane che intrattengono rapporti commerciali con il mercato britannico. Se da un lato una riduzione della burocrazia doganale e un maggiore allineamento sugli standard fitosanitari potrebbe semplificare le esportazioni di prodotti agroalimentari (uno dei settori di punta del made in Italy verso il Regno Unito) dall’altro il quadro resta incerto e potenzialmente penalizzante.

Le PMI italiane, a differenza delle grandi imprese, dispongono di risorse limitate per adattarsi rapidamente a modifiche normative frequenti: un meccanismo di riallineamento dinamico che aggiorna le regole per settori interi senza un iter parlamentare completo potrebbe generare instabilità regolatoria difficile da anticipare per chi opera con contratti a lungo termine o filiere produttive rigide.

C’è poi il rischio competitivo: un’economia britannica che ritrova maggiore fluidità negli scambi con l’UE potrebbe attrarre investimenti e accordi commerciali che oggi transitano attraverso hub continentali italiani, erodendo margini e posizioni di mercato conquistate faticosamente dopo il 2016. In assenza di un quadro negoziale che tuteli esplicitamente le economie esportatrici come quella italiana, il riavvicinamento tra Londra e Bruxelles rischia di produrre vantaggi asimmetrici, concentrati nei settori e nei Paesi meglio posizionati per rispondere rapidamente ai nuovi equilibri.

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Roberto Rais

Giornalista e autore

Giornalista e autore, consulente e coordinatore editoriale, collabora con agenzie di stampe e società editoriali italiane ed estere specializzate in economia e finanza, gestione di impresa e organizzazione aziendale.

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