Bando Marche per i giovani, 20 mila euro a fondo perduto per under 36: come ottenerli

Somma forfettaria, nessuna fattura da rendicontare e procedura valutativa. Ma tre condizioni combinate escludono molti profili, e per chi è in Gestione separata c’è un problema di tempi sull’unica prova richiesta.

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La gran parte dei contributi per l’avvio di attività di professionisti e lavoratori autonomi funziona a rimborso: l’incasso segue la spesa e il rendiconto. Con l’avviso approvato dalla Regione Marche con decreto n. 306/PSL del 2 ottobre 2026, pubblicato sul BURM n. 91 dell’8 ottobre, il percorso è diverso.

Il contributo previsto dal bando “Le Marche per i giovani: sostegno all’imprenditorialità giovanile” è una somma forfettaria di 20.000 euro per ogni nuova attività, determinata con le unità di costo standard regionali già usate negli interventi del Fondo sociale europeo. Le FAQ chiariscono che il piano di investimenti e spese indicato nel progetto non deve coincidere con i 20.000 euro, purché sia coerente e sostenibile.

Per un’attività professionale, che spesso ha costi di avvio modesti, è un’impostazione molto favorevole. La semplicità, però, si paga all’ingresso, con requisiti pensati per selezionare chi parte davvero da zero.

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Bando Marche per i giovani: dotazione, finestre e modalità di domanda

La dotazione è di 5,1 milioni di euro: 3,1 milioni per la prima finestra, aperta dal 16 ottobre al 30 novembre 2026 alle 13, e 2 milioni per la seconda, dal 18 ottobre al 30 novembre 2027 alle 13. A 20.000 euro per beneficiario, significa circa 155 contributi quest’anno e 100 il prossimo.

La domanda si presenta solo su SIFORM2, con SPID, CIE o CNS e marca da bollo da 16 euro. La procedura è valutativa e non a sportello: è un particolare importante, perché conta il punteggio e non l’ordine di arrivo.

Chi può partecipare

Alla data della domanda il richiedente deve avere tra i 18 e i 35 anni, senza aver compiuto i 36, risiedere effettivamente nelle Marche ed essere disoccupato ai sensi del decreto legislativo 150 del 2015 da almeno 90 giorni.

Le FAQ precisano che serve una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da almeno tre mesi e un patto di servizio già sottoscritto con il Centro per l’impiego. Occorre inoltre un titolo di studio già conseguito, almeno il diploma di scuola secondaria di secondo grado, e non aver ottenuto nei cinque anni precedenti contributi pubblici per la creazione d’impresa.

Possono partecipare anche gli iscritti all’AIRE, per i quali residenza e disoccupazione vanno acquisite al momento dell’avvio dell’attività.

Beneficiari del contributo sono le nuove micro, piccole e medie imprese iscritte in Camera di commercio, ma anche gli studi professionali, singoli o associati, e i liberi professionisti. Per questi ultimi non serve la Camera di commercio, ma l’iscrizione all’Ordine o al Collegio quando prevista e quella all’INPS o alla Cassa di categoria.

La partita IVA va aperta dopo la presentazione della domanda e il certificato di attribuzione va caricato entro 60 giorni dal decreto di ammissione. Chi esercita in forma associata deve avere soci solo persone fisiche e il richiedente deve detenerne almeno il 50%.

Le tre condizioni che escludono molti profili

Tre condizioni combinate escludono molti profili:

  • la disoccupazione formale da almeno 90 giorni. Conta lo status presso il Centro per l’impiego, e le FAQ rinviano al CPI anche per i casi di collaborazioni informali;
  • l’assenza di partite IVA nei dodici mesi precedenti la domanda, come titolare, professionista o socio. Rileva anche la partita IVA rimasta inattiva, anche la partecipazione a una società mai operativa o in liquidazione, e il termine si calcola dalla data di attribuzione. Non si può nemmeno utilizzare per il progetto una partita IVA già aperta e mai usata;
  • il settore di attività. La nuova attività non deve appartenere allo stesso settore di quelle esercitate dal richiedente o dai soci nei tre anni precedenti e lo stesso settore si individua con le prime quattro cifre del codice ATECO.

Il caso tipico è quello del giovane professionista che ha lavorato con partita IVA come collaboratore di uno studio, l’ha chiusa da più di un anno ed è iscritto al CPI: in questo caso non può riaprire la stessa attività. L’avviso, in sostanza, finanzia i primi avvii e i cambi di settore, non le ripartenze.

Il professionista parte in svantaggio nel punteggio

La graduatoria si forma su una valutazione che interessa la qualità, il giudizio sul progetto, la forma dell’attività, e l’efficacia, ripartiti tra anzianità di disoccupazione, titolo di studio, localizzazione, tipologia del destinatario e partecipazione a politiche attive. Servono almeno 60 punti e un giudizio sul progetto almeno sufficiente.

Il dettaglio che interessa i professionisti è la forma dell’attività: una società con almeno due soci disoccupati under 36 ottiene più punti dello studio individuale. Una STP, essendo una società iscritta in Camera di commercio, dovrebbe rientrare tra le società, ma anche qui un chiarimento è prudente.

Rispetto alle imprese, per i lavoratori autonomi e professionisti lo svantaggio di base nei calcoli del punteggio si recupera in parte sul titolo di studio: la laurea magistrale consente di ottenere ben 25 punti. Altri punti di vantaggio sono la sede in borgo storico, l’essere donna o rientrare dall’estero, l’aver concluso un percorso GOL o una misura FSE.

Nessuna fattura da rendicontare, ma una prova finale

Dopo la graduatoria il beneficiario ha 60 giorni per accettare e avviare l’attività. Segue il decreto di impegno, da cui decorrono dodici mesi di progetto.

Entro quattro mesi da quel decreto si chiede l’erogazione in un’unica tranche, allegando tra l’altro il contratto registrato di locazione o comodato della sede, oppure il titolo di proprietà con la piantina della porzione destinata all’attività. Per chi pensava di lavorare dalla casa dei genitori, significa un comodato registrato.

Entro 60 giorni dalla fine del progetto vanno caricati una relazione finale e almeno un modello F24 quietanzato che attesti il versamento dei contributi previdenziali obbligatori, effettuato entro la data di conclusione del progetto. La mancanza comporta la revoca totale.

Il nodo dei tempi per chi è in Gestione separata

Chi apre una partita IVA iscrivendosi alla Gestione separata non versa contributi fissi e li paga in acconto e saldo con le imposte sui redditi. Nel primo anno di attività gli acconti di norma non sono dovuti. Il primo F24 previdenziale arriva quindi alla scadenza del saldo dell’anno successivo, di regola a fine giugno.

Con i tempi dell’avviso, partita IVA nella primavera 2027 e progetto che si chiude un anno dopo, quel versamento può cadere dopo la fine del progetto. Il problema non riguarda, per esempio, l’artigiano o il commerciante che versa contributi fissi trimestrali.

La soluzione potrebbe essere un versamento anticipato programmato per tempo, oppure un chiarimento preventivo della Regione. Per gli iscritti alle Casse, che spesso riscuotono con pagoPA o MAV, c’è un altro problema e una conferma scritta dalla Regione evita sorprese.

Dopo l’incasso si pagano le tasse

Il contributo deve restare legato all’operazione per almeno tre anni dal pagamento finale. Cessare l’attività o trasferirla fuori regione in quel periodo comporta una revoca parziale, proporzionata al tempo mancante. Per i dodici mesi di progetto occorre mantenere la titolarità dello studio o la qualità di socio. Le somme revocate si restituiscono con gli interessi al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di due punti.

Sul piano fiscale, per il professionista in regime ordinario i 20.000 euro concorrono al reddito: il nuovo articolo 54 del TUIR, dopo il decreto legislativo 192 del 2024, attrae tutte le somme percepite in relazione all’attività, e l’avviso non richiama alcuna norma di esclusione.

Per il forfettario, che è il regime naturale di chi parte, l’avviso non dice nulla e non esiste un chiarimento specifico. Se il contributo venisse trattato come compenso, l’imposta sostitutiva al 5% sarebbe contenuta, ma l’importo entrerebbe anche nella base imponibile previdenziale, con un costo di alcune migliaia di euro. È un’ipotesi da mettere nel piano economico.

Per chi non ha i requisiti per la prima finestra, la seconda si chiude il 30 novembre 2027, ed è a questa che conviene guardare già adesso.

Domande frequenti

Chi può chiedere il contributo?

Chi ha fra 18 e 35 anni, risiede nelle Marche, è disoccupato da almeno 90 giorni e non ha avuto partite IVA nei dodici mesi precedenti. Oltre alle nuove imprese, sono ammessi studi professionali e liberi professionisti.

Quanto vale?

Ventimila euro in somma forfettaria per ogni nuova attività, erogati in un’unica tranche.

Occorre rendicontare le spese?

No. Il contributo è determinato con unità di costo standard e il piano di spesa non deve coincidere con l’importo, purché sia coerente e sostenibile.


Vince chi presenta prima la domanda?

No. La procedura è valutativa: servono almeno 60 punti e un giudizio sul progetto almeno sufficiente.

Si può usare una partita IVA già aperta?

No. La partita IVA va aperta dopo la presentazione della domanda, e l’aver avuto una posizione nei dodici mesi precedenti è causa di esclusione anche se inattiva.

Qual è l’unica prova finale richiesta?

Una relazione finale e almeno un modello F24 quietanzato che attesti il versamento dei contributi previdenziali obbligatori entro la data di conclusione del progetto. La mancanza comporta la revoca totale.

Il contributo è tassato?

Per il professionista in regime ordinario concorre al reddito. Per il forfettario l’avviso non dice nulla e manca un chiarimento specifico.

Quando scade?

La prima finestra chiude il 30 novembre 2026 alle 13, la seconda il 30 novembre 2027 alla stessa ora.

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Giovanni Emmi

Dottore Commercialista

Commercialista dal 🧗🏾‍♀️secondo millennio, innovatore professionale nel terzo millennio🏃🏾‍♂️. Il futuro della professione del commercialista nel mio ultimo libro "dalla società alla rete tra professionisti".

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