Il disegno di legge di Bilancio approvato il 28 ottobre innalza da 85.000 a 100.000 euro la soglia di ricavi e compensi per restare nel regime forfettario. L’imposta sostitutiva resta al 15%, ridotta al 5% per le nuove attività in presenza dei requisiti. L’innalzamento, però, vale ai soli fini delle imposte sui redditi. Secondo la sintesi del Consiglio dei ministri, ai fini dell’esenzione dall’IVA la soglia resta a 85.000 euro, in attesa dell’autorizzazione dell’Unione europea.
Chi si collocherà fra le due cifre avrà quindi un regime ibrido: imposta sostitutiva agevolata, ma IVA in fattura con tutti gli adempimenti che comporta. Conviene davvero?
100.000 vs 85.000 euro: perché le soglie sono due
La soglia degli 85.000 euro deriva dall’articolo 284 della direttiva 2006/112/CE, nella versione modificata dalla direttiva 2020/285, secondo cui la soglia di volume d’affari fissata da ciascuno Stato membro per la franchigia IVA delle piccole imprese non può superare quell’importo.
L’Italia si è allineata a quel tetto dal 2023, dopo essere stata autorizzata con una decisione del Consiglio dell’Unione europea. Per andare oltre serve una nuova autorizzazione, che richiede tempi incompatibili con l’iter della manovra. Da qui la scelta: alzare il limite fiscale e lasciare fermo quello IVA, in attesa del negoziato.
Cosa cambia concretamente tra 85.000 e 100.000 euro
Il contribuente nella fascia tra 85.000 e 100.000 euro manterrebbe il vantaggio economico: imposta sostitutiva del 15% sul reddito determinato applicando ai compensi il coefficiente di redditività previsto per il proprio codice ATECO, al posto dell’IRPEF progressiva e delle addizionali.
Perderebbe invece la semplificazione. Dovrebbe aprire e tenere i registri IVA, effettuare le liquidazioni periodiche, trasmettere le comunicazioni dei dati delle liquidazioni, presentare la dichiarazione annuale IVA e applicare l’imposta in fattura. Restano fermi gli altri requisiti del regime, a partire dal limite di 20.000 euro lordi per le spese di personale e collaboratori e dalle cause ostative previste dalla legge.
Il conto: quanto si risparmia davvero
Per comprendere l’ordine di grandezza conviene confrontare i due regimi su casi concreti. Le simulazioni che seguono sono elaborazioni della redazione su ipotesi dichiarate e vanno lette con tre avvertenze: i contributi sono considerati dedotti nell’anno di competenza anziché in quello di versamento; l’aliquota IRPEF del 33% è assunta già estesa fino a 55.000 euro come previsto dal disegno di legge; le addizionali regionali e comunali sono stimate nel complesso al 2%, misura che varia da territorio a territorio. I valori effettivi dipendono inoltre dal coefficiente ATECO applicabile, dai costi reali e dalla posizione previdenziale.
Si provi a immaginare il caso di un professionista iscritto alla Gestione separata senza altra copertura, con aliquota contributiva del 26,07%, coefficiente di redditività del 78%, compensi incassati per 95.000 euro e costi effettivi per 10.000 euro.
In regime forfettario, il reddito si determinerebbe applicando il coefficiente: 95.000 euro per il 78%, si traducono in 74.100 euro. I contributi previdenziali si calcolano su quella base e ammontano a circa 19.300 euro. Poiché i contributi versati sono deducibili, l’imponibile scende a circa 54.800 euro, su cui l’imposta sostitutiva al 15% vale circa 8.200 euro. Fra imposta e contributi si arriva a circa 27.500 euro.
In regime ordinario, il reddito si determinerebbe sottraendo i costi effettivi: 95.000 meno 10.000 si tradurrebbero in 85.000 euro. I contributi ammontano a circa 22.200 euro e, dedotti, lasciano un imponibile IRPEF di circa 62.800 euro. Applicando gli scaglioni, l’IRPEF vale circa 18.700 euro, a cui si aggiungono le addizionali regionali e comunali per circa 1.250 euro. Fra imposte, addizionali e contributi si arriva a circa 42.100 euro.
La differenza è di circa 14.600 euro l’anno. Il vantaggio del forfettario, anche dovendo gestire l’IVA, resta quindi consistente.
Quanto costa la gestione IVA
Al risparmio, tuttavia, vanno sottratti i costi della complessità, che deriva da due ordini di fattori:
- parcella professionale. La contabilità di un forfettario puro costa indicativamente fra i 400 e i 1.000 euro l’anno, con la gestione IVA l’onorario sale, in misura variabile a seconda del volume di fatture e della frequenza delle liquidazioni. È un aggravio che si misura in centinaia o in qualche migliaio di euro, non in decine di migliaia;
- tempo per emissioni con esposizione dell’imposta, controllo delle liquidazioni, scadenze periodiche. Non è un costo contabilizzabile, ma è bene tenerlo in considerazione.
La variabile che fa la differenza: chi sono i clienti
Il vero nodo per i liberi professionisti riguarda il prezzo finale per il cliente. Se la clientela è composta da soggetti con partita IVA, infatti, l’applicazione dell’imposta non incide sul prezzo percepito dal cliente, che la detrae. Il professionista aggiunge il 22% in fattura e il cliente lo recupera: il vantaggio fiscale resta intero, al netto dei costi di gestione.
Al contrario, se la clientela è composta da privati, che l’IVA non la detraggono, lo scenario cambia. Il professionista può scegliere di:
- aumentare il prezzo finale del 22% (una prestazione che costava 1.000 euro ne costerà 1.220 e, a parità di mercato, è un aumento che può far perdere clienti);
- lasciare invariato il prezzo finale, assorbendo l’imposta. In questo caso il compenso imponibile si riduce (per esempio, su un incasso lordo di 95.000 euro, scorporando l’IVA, il compenso effettivo scende a circa 77.900 euro, con oltre 17.000 euro che vanno all’erario anziché nel fatturato). Considerando quest’opzione, il professionista incasserebbe di più restando sotto gli 85.000 euro, senza IVA e senza adempimenti.
Sostanzialmente, la convenienza reale dipende dal proprio collocamento. Chi lavora con imprese e professionisti, e si trova a superare gli 85.000 euro, può contare sul vantaggio di rimanere nel forfettario, pagare meno che in regime ordinario e sopportare soltanto il costo degli adempimenti. Chi lavora con i privati, invece, deve valutare attentamente se superare o meno la soglia degli 85.000 euro, perché l’IVA incide sul prezzo o sul margine. Chi ha una clientela mista, deve pesare la quota di fatturato verso i privati: più è alta, più il beneficio si assottiglia.
Le verifiche da attendere e cosa conviene fare adesso
Al di là delle ricostruzioni della stampa di categoria e delle dichiarazioni riportate dal Consiglio dei ministri, non è ancora possibile consultare il testo del disegno di legge per verificare tutte le misure. Il provvedimento, inoltre, dovrà essere approvato entro il 31 dicembre e potrà essere modificato nel corso dell’esame parlamentare.
Altro elemento da tenere in considerazione è la soglia del reddito da lavoro dipendente. Per accedere al forfettario il reddito da lavoro dipendente percepito nell’anno precedente non deve superare un limite di legge, fissato strutturalmente a 30.000 euro e innalzato in via temporanea a 35.000 per il 2025 e il 2026. Dalle ricognizioni sul disegno di legge quell’estensione non risulterebbe prorogata per il 2027. Se si confermasse, una parte dei contribuenti uscirebbe dal regime nonostante l’innalzamento della soglia.
Attualmente le decisioni dei professionisti devono tenere in considerazione le regole vigenti. Per il 2026 la soglia resta 85.000 euro, con fuoriuscita dall’anno successivo fino a 100.000 e fuoriuscita immediata oltre quella cifra.
Domande frequenti
È previsto dal disegno di legge di Bilancio approvato il 28 ottobre, non ancora trasmesso alle Camere e suscettibile di modifiche.
No. Resta a 85.000 euro, in attesa dell’autorizzazione dell’Unione europea.
Perché la direttiva europea fissa a 85.000 euro il tetto massimo per la franchigia delle piccole imprese: oltre serve un’autorizzazione del Consiglio.
Dipende dalla clientela. Con clienti titolari di partita IVA il vantaggio resta consistente; con clienti privati l’imposta incide sul prezzo o sul margine e il conto può ribaltarsi.
Nella simulazione proposta, su 95.000 euro di compensi con coefficiente al 78% e 10.000 euro di costi, la differenza è di circa 14.600 euro l’anno. Il valore effettivo dipende dal coefficiente, dai costi reali e dalle addizionali locali.
Dalle informazioni disponibili no: restano il limite di 20.000 euro per le spese di personale e le cause ostative previste dalla legge.
Dal 2027, se la misura sarà confermata nel testo approvato entro il 31 dicembre.













Ivana Zimbone
Direttrice responsabile