Nel secondo trimestre 2026 sono state aperte in Italia 124.170 nuove partite IVA, con un aumento del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato emerge dall’aggiornamento dell’Osservatorio sulle partite IVA del Dipartimento delle Finanze, pubblicato nei giorni scorsi. Letto insieme alle rilevazioni degli anni precedenti, il quadro restituisce tre movimenti che vanno oltre il singolo trimestre: il lavoro autonomo si fa sempre più giovane, le professioni hanno scalzato il commercio come primo settore di avvio e il regime forfettario continua a crescere lentamente fra chi può sceglierlo.
Metà delle nuove partite IVA è di un under 35
Il 50,4% delle nuove aperture del trimestre è stato avviato da giovani fino a 35 anni, mentre la fascia dai 36 ai 50 anni si ferma al 29,2%. Non è un dato isolato: nel 2024 la quota degli under 35 era al 49,1%, nel 2025 è salita al 50,2%. La soglia della metà è stata superata l’anno scorso e nel secondo trimestre 2026 il valore sale ancora.
Ad accelerare è soprattutto il ritmo di crescita. Nel 2025 le aperture della classe più giovane erano aumentate del 3,8% sull’anno precedente; nel secondo trimestre 2026 la stessa classe cresce del 7,7%, mentre la fascia 36-50 è l’unica ad arretrare, con un meno 1%.
Sul fronte anagrafico, il 23,2% delle nuove aperture è operato da un soggetto nato all’estero, in crescita rispetto al 22,5% dello stesso periodo del 2025 e al 21,6% registrato nell’intero 2025. La prevalenza maschile resta stabile e si attesta al 61,1%.
Il sorpasso delle professioni sul commercio
Il cambiamento più radicale riguarda però le professioni. Nel 2024 il primo settore per nuove aperture era il commercio, con il 18,5% del totale, davanti alle attività professionali al 17,1% e alle costruzioni al 10,3%. Nel 2025 le posizioni si sono invertite: attività professionali al 16,6%, commercio al 16%, costruzioni al 9,6%.
Nel secondo trimestre 2026 il divario si allarga ulteriormente, confermando il trend. Le attività professionali registrano il maggior numero di avviamenti con il 16,8% del totale, seguite dal commercio al 15,3% e dal settore edile al 9,4%.
Tra i dieci settori principali, che costituiscono oltre l’83% dei nuovi avviamenti del periodo, gli incrementi più consistenti rispetto al secondo trimestre 2025 riguardano le attività per la salute umana e di assistenza sociale, più 10,9%, il settore finanziario e assicurativo, più 9,7%, e il settore tecnico-professionale, più 8%. Gli unici comparti in calo sono il commercio (-13,6%) e alloggio e ristorazione (-1,1%).
Tuttavia, dal 1° gennaio 2025 è in vigore la nuova classificazione ATECO 2025, adottata di fatto dal 1° aprile 2025. Le variazioni settoriali del 2025 rispetto al 2024 furono calcolate su dati dell’anno precedente pubblicati secondo la vecchia classificazione e vanno quindi lette con prudenza. Il confronto tra il secondo trimestre 2026 e lo stesso periodo del 2025 avviene invece tra dati costruiti con il medesimo criterio.
Forfettario, regime preferito da chi può sceglierlo
Nel trimestre 60.493 soggetti hanno aderito al regime forfettario, pari al 48,7% del totale delle nuove aperture, con un incremento del 2,5% rispetto al secondo trimestre 2025. La serie storica mostra una quota in lenta risalita. Nel 2024 avevano scelto il regime 233.511 soggetti, il 46,9% delle nuove aperture, con una flessione del 2,2% rispetto al 2023. Nel 2025 le adesioni sono state 242.529, pari al 48,5%, in crescita del 3,9%.
Quel 48,7%, però, va letto tenendo conto di chi può effettivamente accedere al regime. Il forfettario è riservato alle persone fisiche, che rappresentano circa il 68% delle nuove aperture del trimestre: rapportando le adesioni alla sola platea potenziale si ottiene una quota di poco superiore al 71%, contro circa il 71% del 2025 e il 69% del 2024. Fra chi può sceglierlo, quindi, il regime è adottato da circa sette nuovi contribuenti su dieci, con una progressione costante.
È un elemento che merita attenzione ora che il governo discute di portare la soglia di accesso da 85.000 a 100.000 euro nella prossima legge di Bilancio. I dati dell’Osservatorio fotografano il momento dell’apertura, quando il volume d’affari è ancora tutto da costruire e la soglia non rappresenta un ostacolo: l’innalzamento interverrebbe su chi cresce e rischia di uscirne, non sulla composizione di chi comincia.
Identikit delle nuove aperture
Circa il 68% delle nuove aperture riguarda le persone fisiche, il 25,7%, invece, le società di capitali, il 2,7%, ancora, le società di persone. Le quote dei non residenti, costituiti essenzialmente da società di commercio online, e delle altre forme giuridiche rappresentano insieme il 3,5% del totale.
Rispetto al secondo trimestre 2025 crescono le società di capitali del 6% e le persone fisiche del 4,1%, mentre le società di persone arretrano dell’1%.
Il tramonto delle società di persone
Anche qui la serie storica aggiunge qualcosa. Le società di persone scendono da una quota del 3,2% nel 2024 al 3% nel 2025 fino al 2,7% attuale, con un calo del 7,4% registrato nel solo 2025: è la forma giuridica in ritirata costante. Specularmente, le società di capitali salgono dal 24,5% al 25,1% al 25,7%.
Un ribasso ancora più rapido riguarda le posizioni riferite a soggetti non residenti, che nel secondo trimestre arretrano del 38,1%. Il confronto con gli anni precedenti va fatto con cautela, perché nelle sintesi annuali il dato è aggregato con quello delle altre forme giuridiche: così calcolato, il comparto era cresciuto del 14,3% nel 2024 ed era poi sceso del 23,2% nel 2025.
La mappa delle nuove aperture
Il 46% delle nuove aperture è localizzato al Nord, quasi il 22% al Centro e il 31,4% al Sud e nelle Isole; una quota di circa lo 0,7% corrisponde a posizioni con domicilio fiscale ignoto.
Rispetto allo stesso periodo del 2025, gli incrementi maggiori si registrano nella Provincia autonoma di Trento (24,3%), in Toscana (11,6%) e in Abruzzo (10,6%). In flessione il Veneto del 5,9%, la Basilicata del 5% e la Puglia del 4,8%. Il quadro annuale del 2025 aveva mostrato una dinamica diversa: gli aumenti più consistenti erano stati registrati in Sicilia (+11,5%), Molise (+11,2%) e Calabria (+6,8%).
Cosa i dati non dicono
Va considerato, però, che l’Osservatorio pubblica esclusivamente le aperture di nuove partite IVA. Le informazioni sulle chiusure non vengono diffuse perché non ritenute significative dal punto di vista economico: al momento della cessazione dell’attività, i contribuenti spesso non adempiono all’obbligo di chiusura della posizione.
Dai dati non è quindi ricavabile il saldo netto. Sapere che le aperture crescono del 2,2% non equivale a sapere che le partite IVA attive stanno aumentando nella stessa misura. Va inoltre ricordato che il quadro di ciascun anno viene consolidato soltanto con la pubblicazione dei dati di fine anno; fino ad allora le rilevazioni trimestrali sono soggette ad aggiornamento.













Ivana Zimbone
Direttrice responsabile