Chi scrive testi per siti, e-commerce o campagne pubblicitarie e lavora con più clienti in modo continuativo, deve aprire la partita IVA. Considerando che la scelta del codice ATECO e del regime fiscale determina l’importo delle tasse, dei contributi INPS e, di conseguenza, il guadagno netto a fine anno, si tratta di una decisione non certo priva di riflessi, che abbiamo oggi voluto approfondire in una guida per orientarsi tra le opzioni disponibili per creare e mantenere una partita IVA da copywriter.
Quale codice ATECO scegliere per il copywriter
Non esiste un unico codice ATECO per l’attività di copywriting. Sul mercato circolano diverse soluzioni, ognuna con un coefficiente di redditività diverso da tenere a mente soprattutto in caso di scelta del regime forfettario:
- 74.90.99 – Altre attività professionali nca: è il codice più diffuso tra chi scrive contenuti per il web, con coefficiente di redditività al 78%;
- 73.11.01 – Ideazione di campagne pubblicitarie: adatto a chi lavora prevalentemente per agenzie o clienti che richiedono strategie di comunicazione, coefficiente al 78%;
- 90.03.09 – Attività di altre creazioni artistiche e letterarie: utilizzato da chi scrive anche contenuti editoriali o narrativi, coefficiente al 67%;
- 63.99.00 – Altre attività di servizi di informazione nca: usato in alcuni casi per chi gestisce contenuti su più canali digitali, coefficiente al 67%.
Ricordiamo che il coefficiente di redditività non è certo un dettaglio secondario per chi adotta il regime forfettario: più è basso, infatti, e meno reddito viene tassato a parità di fatturato. Per questo la scelta del codice va fatta con attenzione, osservando naturalmente con priorità l’attività prevalente che si intende svolgere, piuttosto che la sola convenienza fiscale immediata.
“Per quanto ovvio, il codice ATECO va scelto in base a cosa si fa davvero ogni giorno, non al coefficiente più vantaggioso – spiega il consulente contabile Luca Vargiu – Un controllo dell’Agenzia delle Entrate che rilevi un’attività diversa da quella dichiarata può infatti portare alla rideterminazione del reddito e a sanzioni”.
Il codice si comunica all’Agenzia delle Entrate al momento dell’apertura della partita IVA, tramite il modello AA9/12, disponibile anche in modalità telematica.
Quanto si paga con il regime forfettario
Il regime forfettario è sicuramente la scelta più comune per chi avvia l’attività di copywriter. Permette infatti – tra i diversi vantaggi – di non addebitare l’IVA in fattura, evitare le liquidazioni periodiche e applicare un’imposta sostitutiva agevolata al posto di IRPEF, addizionali regionali e comunali.
Il procedimento di calcolo segue tre passaggi:
- si applica il coefficiente di redditività del proprio codice ATECO al fatturato annuo, ottenendo il reddito imponibile;
- dal reddito imponibile si sottraggono i contributi previdenziali versati nell’anno precedente;
- sull’importo che resta si calcola l’imposta sostitutiva, pari al 5% per i primi cinque anni di attività (con i requisiti previsti per il regime forfettario start-up) e al 15% dal sesto anno in poi.
Un copywriter con codice ATECO 74.90.99 che fattura 30.000 euro l’anno, ad esempio, ha un reddito imponibile di 23.400 euro (30.000 x 78%). Se rientra ancora nell’aliquota agevolata, l’imposta sostitutiva sarà di circa 1.170 euro; a regime, dal sesto anno, salirà a circa 3.510 euro.
Il limite di fatturato per restare nel forfettario è fissato a 85.000 euro annui. Chi lo supera nello stesso anno fuoriesce dal regime già dall’anno successivo; chi lo supera oltre una certa soglia ne esce con effetto immediato.
Chi non può accedere al regime forfettario
Non tutti i copywriter possono però accedere al regime agevolato. Restano esclusi, tra gli altri, chi ha partecipazioni in società di persone o in srl che svolgono attività riconducibile a quella individuale, chi ha percepito redditi da lavoro dipendente superiori a 35.000 euro nell’anno precedente e chi fattura in prevalenza, oltre una certa soglia, verso il proprio ex datore di lavoro.
Contributi INPS: gestione separata e aliquote 2026
Il copywriter, non avendo un albo professionale con cassa previdenziale dedicata, versa i contributi alla gestione separata INPS. Per il 2026 l’aliquota complessiva per chi non ha altra copertura previdenziale è confermata al 26,07%, come indicato dalla circolare INPS n. 8 del 3 febbraio 2026, comprensiva di:
- 25% di aliquota IVS, destinata alla contribuzione pensionistica;
- 0,72% per le prestazioni assistenziali (maternità, malattia, congedo parentale);
- 0,35% destinato all’ISCRO, l’indennità straordinaria di continuità reddituale.
Chi è già pensionato o iscritto ad altra forma previdenziale obbligatoria versa invece il 24%, senza le tutele accessorie. I contributi si calcolano sullo stesso reddito imponibile usato per l’imposta sostitutiva: non esiste un minimale fisso da versare comunque, ma solo un minimale che determina quanti mesi vengono accreditati ai fini pensionistici, fissato a 18.808 euro.
“Molti copywriter alle prime armi dimenticano che i contributi si versano anche negli anni di imposta agevolata al 5% – prosegue l’esperto – È un errore che porta spesso a scoperture di cassa a giugno, quando scattano saldo e primo acconto. Le scadenze per il versamento coincidono infatti con quelle delle imposte sui redditi: saldo entro il 30 giugno (o il 31 luglio con una maggiorazione dello 0,40%), acconti in due rate, la prima entro il 30 giugno e la seconda entro il 30 novembre. Chi lavora anche con partite IVA o aziende come cliente può applicare in fattura la rivalsa INPS del 4%, che si somma al compenso pattuito”.
Quanto costa il commercialista e gli altri costi reali
Oltre a tasse e contributi, chi apre partita IVA deve mettere in conto alcune voci di spesa fisse che possono impattare in modo rilevante sul proprio budget. La parcella del commercialista per la gestione di una posizione in regime forfettario varia ad esempio in genere da 700 a 1.500 euro l’anno a seconda della complessità della contabilità e dei servizi inclusi (invio fatture elettroniche, calcolo di saldo e acconti, consulenza continuativa).
A questo si aggiungono, quando previsti, i costi di apertura della partita IVA (in molti casi gratuita se effettuata direttamente allo sportello dell’Agenzia delle Entrate) e l’eventuale iscrizione a software gestionali per la fatturazione elettronica.
“Il costo del commercialista va sempre rapportato a quanto si risparmia evitando errori – sottolinea ancora l’esperto –. Una previsione sbagliata sugli acconti, ad esempio, può costare più di un anno intero di parcella. Ricordo in ogni caso che per chi vuole testare l’attività prima di aprire partita IVA, resta percorribile la prestazione occasionale, che però impone un limite di 5.000 euro lordi annui complessivi da tutti i committenti: oltre questa soglia, l’apertura della posizione fiscale diventa obbligatoria”.
Un esempio di calcolo completo
Dunque, un copywriter con codice ATECO 74.90.99, al primo anno di attività e un fatturato di 30.000 euro, sostiene questi costi approssimati:
- imposta sostitutiva al 5%: 1.170 euro;
- contributi INPS gestione separata al 26,07%: circa 6.100 euro;
- parcella del commercialista: tra 700 e 1.500 euro.
Il totale delle uscite fisse si aggira quindi tra i 7.900 e gli 8.800 euro, a cui vanno sommate eventuali spese per strumenti di lavoro, software o formazione, deducibili secondo le regole ordinarie del regime forfettario.










Roberto Rais
Giornalista e autore