Quasi la metà delle piccole e medie imprese europee dichiara di avere difficoltà a trovare personale qualificato. Eppure, solo una su sette ha provato ad assumere lavoratori da fuori dell’Unione europea negli ultimi due anni. È il dato più rilevante emerso dallo studio Barriers for European SMEs in Recruiting Workers from Outside the EU, pubblicato dalla Commissione europea, che mette in luce un cortocircuito nel mercato del lavoro: da una parte le imprese hanno bisogno di manodopera, dall’altra le procedure per ottenerla da Paesi terzi restano un ostacolo troppo alto per molte realtà di piccole dimensioni.
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PMI, la carenza di personale è diventata la norma
Secondo lo studio, il 46% delle PMI europee ha segnalato difficoltà nel reperire personale con le competenze adeguate nel corso degli ultimi 24 mesi. La percentuale sale al 70% tra le imprese che hanno effettivamente cercato di assumere nello stesso periodo. In altri termini, per chi è attivamente sul mercato del lavoro, la difficoltà nel reperire risorse umane qualificate è diventata un’esperienza ordinaria.
Il fenomeno non è però omogeneo. I dati della Commissione mostrano infatti delle variazioni significative tra i diversi Stati membri, a conferma che le tensioni nel mercato del lavoro sono influenzate anche da fattori strutturali locali, come l’invecchiamento demografico, la distribuzione settoriale e le politiche nazionali di immigrazione.
Perché così poche PMI si rivolgono a lavoratori extra-UE?
A fronte di una carenza diffusa, solo il 14% circa delle PMI ha tentato di reclutare lavoratori da Paesi terzi. Il gap tra il bisogno percepito e l’azione concreta è ampio, e lo studio ne individua le ragioni principali.
In particolar modo, il 54% delle imprese giudica difficile o molto difficile l’intero processo di assunzione da Paesi non comunitari. Tra i principali ostacoli segnalati ci sono:
- procedure di reclutamento e immigrazione complesse (31% delle risposte);
- difficoltà nel trovare i candidati adatti (25%);
- scarsa conoscenza dei servizi di supporto disponibili (solo il 15% delle PMI ne è a conoscenza).
È proprio quest’ultimo dato ad essere uno dei più interessanti: soltanto il 14% delle PMI ha effettivamente ricevuto supporto istituzionale nel processo di assunzione internazionale. Una quota che indica quanto il sistema di orientamento alle imprese – pur esistendo – fatichi a raggiungere chi ne avrebbe bisogno.
Chi ci riesce: integrazione e retention più semplici del previsto
I dati non dipingono tuttavia un quadro esclusivamente negativo, ma restituiscono anche un quadro meno pessimistico di quanto ci si potrebbe aspettare. Tra le PMI che sono riuscite ad assumere lavoratori da Paesi terzi, l’esperienza è generalmente positiva: il 61% ha dichiarato di non aver incontrato particolari difficoltà nell’integrazione in azienda, e il 62% non ha segnalato problemi nel trattenere i lavoratori nel tempo.
La percezione che le barriere siano insormontabili, quindi, è in parte smentita dai fatti. Il problema principale non sembra essere l’esito del processo, quanto l’accesso a esso: burocrazia, costi e mancanza di informazioni scoraggiano le imprese prima ancora che inizino.
“Il vero nemico delle nostre PMI non è l’assenza di candidati qualificati, ma un deficit comunicativo che rende il mercato del lavoro internazionale un territorio inesplorato e temuto – spiega Erika Verzaro, responsabile editoriale di ticonsiglio.com -. Come osserviamo quotidianamente nella nostra attività di orientamento al lavoro, la barriera non è quasi mai di natura culturale o professionale, ma puramente procedurale. Le imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni, si sentono sole di fronte a una burocrazia che percepiscono come un labirinto. Il dato emerso dallo studio della Commissione è un monito chiaro: per colmare il divario occupazionale non servono solo incentivi economici, ma una vera e propria ‘alfabetizzazione normativa’ che rassicuri le aziende sulla fattibilità dei processi e sulle reali ricadute positive in termini di integrazione e retention”.
Quali supporti potrebbero fare la differenza
Lo studio ha poi chiesto alle PMI di indicare quali forme di assistenza sarebbero più utili per facilitare il reclutamento internazionale. Anche in questo caso, le risposte ci forniscono qualche utile spunto, stabilendo con chiarezza le priorità:
- supporto finanziario (31%);
- informazioni e guida sulle procedure di reclutamento e immigrazione (25%);
- assistenza nel trovare candidati (23%);
- supporto per l’integrazione in azienda (20%);
- supporto per immigrazione e trasferimento (18%).
Il dato sul supporto finanziario come prima priorità indica che i costi del processo (visti, pratiche amministrative, eventuali spese di trasferimento) sono un peso rilevante soprattutto per le realtà più piccole, che non dispongono di uffici per le risorse umane dedicati a questo scopo, né di risorse per affidarsi a consulenti specializzati.
Cosa si può fare: le proposte sul tavolo
Di qui, l’ultimo passo. Lo studio indica infatti alcune direzioni percorribili per superare i problemi lamentati. Sul lato istituzionale, si guarda a una semplificazione delle procedure di immigrazione per finalità lavorative, a sportelli unici che mettano insieme informazioni su visti, riconoscimento dei titoli di studio e contributi e a programmi di matching tra domanda delle imprese e offerta di lavoratori nei Paesi di origine.
Sul fronte delle PMI, le associazioni di categoria potrebbero svolgere un ruolo più attivo nel diffondere informazioni e nell’aggregare le esigenze di più imprese, abbattendo i costi unitari di un processo che, gestito singolarmente, risulta spesso proibitivo.
Resta comunque aperto il tema del riconoscimento delle qualifiche professionali: uno dei nodi più critici per chi opera in settori regolamentati, dove un titolo ottenuto fuori dall’UE non equivale automaticamente all’abilitazione a esercitare. Su questo punto, l’Unione europea ha già avviato lavori di armonizzazione, ma il percorso è ancora lungo.











Roberto Rais
Giornalista e autore