L’INPS ha pubblicato il Rendiconto sociale 2025, il documento che fotografa annualmente lo stato di salute del mercato del lavoro italiano attraverso i dati raccolti dall’Istituto. I numeri su occupazione, tipologie contrattuali, retribuzioni e struttura delle imprese, pur partendo da una prospettiva previdenziale, offrono indicazioni utili anche a chi lavora con partita Iva come fornitore, consulente o collaboratore di aziende direttamente influenzate da queste dinamiche.
Il rapporto, oltre a misurare la tenuta complessiva dell’economia, evidenzia tendenze strutturali (dalla prevalenza di micro e piccole imprese alla crescita dei contratti flessibili) che contribuiscono a tracciare il contesto in cui si muove quotidianamente anche il lavoro autonomo.
Indice
Quante sono le micro e piccole imprese in Italia
Nel 2025 il prodotto interno lordo italiano, valutato ai prezzi di mercato correnti, si attesta su circa 2.258 miliardi di euro, secondo quanto riportato dal Rendiconto sociale Inps. Un dato che conferma la tenuta del sistema economico nazionale, anche se va letto insieme agli indicatori occupazionali per avere un quadro completo.
Guardando alla composizione del tessuto produttivo, il rendiconto conferma una caratteristica strutturale nota dell’economia italiana: la netta prevalenza di micro e piccole imprese. Le aziende con un numero di addetti compreso tra 1 e 9 sono oltre 4,6 milioni, mentre quelle con un organico tra 10 e 49 dipendenti superano le 209mila unità.
Per chi opera con partita Iva, il dato non è certo nuovo. Bensì, è diretta espressione di ciò che i lavoratori toccano con mano tutti i giorni: il mercato di riferimento per molti freelance e professionisti è composto in larghissima parte da realtà di piccole dimensioni, spesso interessate a collaborazioni flessibili piuttosto che ad assunzioni dirette.
Sul fronte settoriale, l’industria in senso stretto resta il comparto che assorbe la quota maggiore di forza lavoro, con il 17,5% degli occupati. Seguono il settore che raggruppa attività finanziarie, assicurative, servizi alle imprese e intrattenimento, al 12%, e il commercio, fermo al 9,3%. Tre ambiti che, da soli, indicano dove si concentrino oggi le maggiori opportunità lavorative nel Paese, comprese quelle che passano attraverso forme di collaborazione autonoma.
Come sono cambiati occupazione e disoccupazione
Il tasso di occupazione nazionale nel 2025 si attesta al 62,5% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, in leggero miglioramento rispetto al 62,2% dell’anno precedente. Il tasso di disoccupazione scende al 6,2%, contro il 6,5% del 2024, mentre il tasso di inattività si ferma al 33,3% – una categoria che comprende non solo le persone che non cercano lavoro, ma anche studenti e pensionati.
Più articolato il quadro che emerge dal confronto tra assunzioni e cessazioni dei rapporti di lavoro:
- tra il 2023 e il 2024 le cessazioni sono aumentate di circa l’1%;
- le assunzioni si sono mantenute sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente;
- il saldo netto resta comunque positivo, con 363.230 unità in più;
- crescono i contratti a tempo determinato e quelli stagionali, mentre si registra una lieve flessione di quelli a tempo indeterminato;
- i lavoratori a tempo parziale nel settore privato non agricolo restano fermi al 27,6%.
L’insieme di questi dati restituisce l’immagine di un mercato del lavoro che continua a muoversi verso forme contrattuali più flessibili, un contesto in cui anche le collaborazioni con partita Iva trovano spesso spazio.
“I dati sull’occupazione – spiega Erika Verzaro, responsabile editoriale di Ticonsiglio.com – confermano ciò che osserviamo continuamente nella nostra attività di orientamento: il calo del tasso di disoccupazione è un segnale positivo, ma va letto insieme alla crescita dei contratti a termine e stagionali. In sostanza il lavoro c’è, ma cambia forma”.
I riflessi di quanto sopra non sono certo marginali. “Non è un fenomeno neutro: significa che una fetta crescente di lavoratori si muove in un mercato sempre più frammentato, dove la stabilità è spesso un obiettivo lontano – prosegue Verzaro – Un mercato che si flessibilizza non è necessariamente un mercato che migliora: senza politiche attive capaci di accompagnare questa trasformazione, il rischio è che la crescita occupazionale continui a tradursi in un lavoro più precario, non in un lavoro più dignitoso”.
Quanto vale ancora il divario retributivo di genere
Il Rendiconto dedica ampio spazio anche al divario retributivo tra uomini e donne, un tema che riguarda da vicino anche chi fattura come libero professionista, considerando che le dinamiche del mercato del lavoro dipendente influenzano in parte anche i compensi richiesti o praticati nel lavoro autonomo.
Nel settore privato, la retribuzione media giornaliera femminile è passata da 77,6 euro nel 2022 a 79,8 euro nel 2023, fino a 82,6 euro nel 2024. Quella maschile, nello stesso periodo, è salita da 104,4 a 107,5 fino a 111,1 euro. Andamento simile si osserva nel settore pubblico, dove le retribuzioni femminili sono passate da 110,5 a 113,5 euro tra 2022 e 2024, contro un range che per gli uomini va da 141,2 a 142,7 euro. Il divario, pur in presenza di una crescita nominale per entrambi i generi, resta significativo in termini percentuali.
Un dato che merita attenzione riguarda il potere d’acquisto: nonostante la crescita nominale delle retribuzioni nel triennio considerato, l’inflazione cumulata del 15,4% ha eroso il valore reale di questi incrementi. Un elemento da tenere presente anche da parte di chi, lavorando come partita Iva, si confronta periodicamente con clienti o committenti sull’adeguamento dei propri compensi.
Dove si concentrano i NEET in Italia
Un ultimo capitolo del rendiconto riguarda i giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione, i cosiddetti NEET. A livello nazionale rappresentano il 13,3% della popolazione tra i 15 e i 29 anni, ma con differenze territoriali marcate: la Sicilia guida questa classifica con il 22,8%, seguita dalla Campania al 21,6%.
All’estremo opposto si colloca il Trentino-Alto Adige, con appena il 6,1%. La Lombardia, regione più popolosa d’Italia e tra quelle con i tassi di occupazione più alti, registra un valore dell’8,5%, sensibilmente sotto la media nazionale.












Roberto Rais
Giornalista e autore