Il caro energia costa 4 miliardi alle imprese: i settori più colpiti e dove i costi possono aumentare ancora

Lo scenario economico in Italia, soprattutto per le micro, piccole e medie imprese (PMI), si fa sempre più complesso.

Adv

L’incrocio tra le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, lo shock energetico e l’impennata dell’inflazione sta gravando direttamente sui bilanci aziendali, limitando la capacità di pianificazione a medio termine. A complicare il quadro si aggiunge la prospettiva di una politica monetaria restrittiva da parte della Banca centrale europea (BCE), pronta a varare una serie di rialzi dei tassi di interesse nel corso del 2026.

Al momento, l’attenzione degli operatori economici rimane focalizzata sulle trattative diplomatiche tra Stati Uniti e Iran per lo sblocco dello Stretto di Hormuz. Sebbene i negoziati siano nelle fasi finali, senza un ripristino regolare dei trasporti marittimi entro la fine di giugno 2026 potrebbe spingere i prezzi ancora più verso l’alto.

Quanto costa il caro energia alle imprese italiane

Il caro carburante e l’instabilità energetica, innescati dalla crisi nel Golfo, stanno colpendo duramente il tessuto delle micro e piccole imprese italiane.

Secondo i calcoli della CNA (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa), il caro carburanti e l’instabilità energetica, innescati dalla crisi nel Golfo causata dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz hanno generato costi extra complessivi per le piccole imprese tra i 3 e i 4 miliardi di euro annuali.

La mobilità rappresenta la voce di spesa più critica. In Italia circolano circa 4,6 milioni di furgoni e veicoli commerciali leggeri. La CNA ha stimato che se anche solo la metà di questi mezzi subisse un aggravio medio di circa 1.000 euro all’anno, l’impatto totale sui costi del gasolio supererebbe i 2 miliardi di euro.

I settori più colpiti

Le stime della Confederazione evidenziano poi come l’impatto economico vari sensibilmente in base alla tipologia di attività e alla flotta utilizzata. Un artigiano che utilizza un singolo furgone deve affrontare una spesa aggiuntiva di quasi 1.000 euro annui (Fonte: Confederazione). Per le realtà leggermente più strutturate, i costi salgono a circa 1.900 euro per chi possiede due mezzi e sfiorano i 2.900 euro nel caso di tre veicoli.

Il settore dei servizi pubblici non di linea registra rincari superiori ai 1.600 euro per il noleggio con conducente (NCC) e di circa 2.000 euro per i taxi. Tuttavia, la pressione economica è particolarmente evidente per le piccole imprese dedicate al trasporto merci, che vedono i costi annuali crescere di oltre 10.000 euro.

Come sottolineato dal presidente della CNA, Dario Costantini, l’impatto è trasversale e tocca migliaia di attività quotidiane: dalla consegna del pane alla manutenzione delle caldaie, fino all’assistenza tecnica nei piccoli cantieri. A differenza della grande industria, che può difendersi tramite contratti energetici strutturati o l’ottimizzazione della logistica, le piccole imprese subiscono però immediatamente i rincari.

Stretto di Hormuz, perché senza accordo si rischia recessione globale

La radice di questa ondata inflazionistica risiede principalmente nell’interruzione prolungata delle forniture globali di energia e materie prime in Medio Oriente. Ad aprile, l’indice dei prezzi al consumo dell’Eurozona si è attestato al 3%. La stabilità finanziaria globale risente in modo diretto del perdurare dei conflitti internazionali, un fattore che, secondo il vicepresidente della BCE Luis de Guindos, rischia di frenare la crescita e indebolire il sistema economico internazionale.

Inoltre, il capoeconomista della BCE, Philip Lane, ha indicato la necessità di aggiornare le previsioni sull’inflazione. Sebbene i dati iniziali di marzo parlassero di un tasso del 2,6%, le proiezioni più prudenti elaborate dagli esperti suggeriscono che l’indice potrebbe salire fino al 3,5% nello scenario più critico. E un simile incremento dei costi, se non bilanciato da una crescita adeguata, potrebbe accelerare le dinamiche recessive.

La strategia della BCE: in arrivo tre aumenti dei tassi nel 2026

Per contrastare la spinta dell’inflazione e riportare i prezzi sotto controllo, la Banca centrale europea si sta orientando verso una linea di politica monetaria decisamente restrittiva. Gli analisti ipotizzano che nel corso del 2026 si verificheranno fino a tre aumenti complessivi dei tassi di interesse.

Questa impostazione rigida è stata confermata da Isabel Schnabel, esponente del board della BCE, la quale ha dichiarato che il ritocco del costo del denaro a giugno rimarrà una necessità imprescindibile anche qualora si raggiungesse un accordo di pace tra USA e Iran. Lo shock subito dai prezzi energetici a causa del prolungarsi del conflitto, infatti, non consente opzioni di attesa.

Qualora la crisi energetica dovesse peggiorare ulteriormente per via dei ritardi nello sblocco di Hormuz, la BCE potrebbe essere costretta a prendere decisioni persino più severe. Per le imprese italiane, questo scenario si traduce in un automatico incremento dei costi operativi e in una crescente difficoltà nell’accesso al credito e nella pianificazione finanziaria.

Autore
Foto dell'autore

Redazione

Il team editoriale di Partitaiva.it

Siamo un team di giornalisti, consulenti, commercialisti e altri professionisti che ogni giorni si occupano di temi legati al lavoro, fisco, economia, previdenza e finanza.

Lascia un commento

Continua a leggere

Iscriviti alla Newsletter

Il meglio delle notizie di Partitaiva.it, per ricevere sempre le novità e i consigli su fisco, tasse, lavoro, economia, fintech e molto altro.

Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.