I dati raccontano di una crescita che c’è ma che resta modesta, per quanto costante. L’Italia non è sull’orlo del collasso ma è incapace di esprimere il proprio potenziale intrappolato in una stagnazione ormai prolungata. Gli italiani restano prudenti ma mantengono alto il morale, secondo l’ultimo rapporto di ISTAT sull’indice di fiducia dei consumatori e delle imprese, grazie a segnali di tenuta del mercato del lavoro, inflazione in rientro e investimenti legati al PNRR (malgrado in dirittura d’arrivo).
Ma dove sta andando davvero l’economia italiana? Quali sono i trend 2026? Partitaiva.it ha analizzato i principali indicatori macroeconomici, supportati da dati ufficiali e testimonianze autorevoli, per capire lo stato di salute del Paese e le prospettive per i prossimi anni.
Indice
Crescita economica e PIL: l’Italia avanza a passo lento
La crescita economica dell’Italia rimane strutturalmente inferiore rispetto alla media europea, con un PIL che, secondo le più recenti previsioni OCSE, resterà comunque sotto l’1% annuo nei prossimi anni. Un PIL reale di circa +0,7% nel 2025 che potrebbe proseguire su un percorso simile nei prossimi anni (+0,6% nel 2026 e +0,7% nel 2027).
Secondo il Censis – nel suo 59esimo rapporto sulla società italiana – lo Stato spende più per pagare gli interessi sul debito che per investimenti o servizi sociali. Questo mette sotto pressione il welfare e la sanità e fa aumentare l’incertezza su futuro economico e protezione sociale.
Inflazione e consumi stabili
Dopo l’impennata inflazionistica del biennio 2022-2023, l’Italia sta vivendo una fase di graduale normalizzazione dei prezzi. Per il 2026, le stime dell’Istat indicano un’inflazione in rallentamento, con un indice generale dei prezzi al +1,4% (rispetto al +1,7% del 2025). Un rientro favorito dal calo dei prezzi energetici, che porta il PIL verso una crescita stimata dello 0,8%. Tuttavia, la discesa dell’inflazione non ha cancellato gli effetti accumulati sul costo della vita; la ripresa della spesa delle famiglie resta moderata (+0,9%).
Salari in recupero, ma il potere d’acquisto fa più fatica
Il tema dei salari resta centrale nel dibattito economico del 2026. Sebbene si preveda una crescita delle retribuzioni contrattuali (salite del +2,9% su base annua a fine 2025), il guadagno reale per le famiglie è ancora in fase di assestamento. Partite IVA e imprese devono confrontarsi con un mercato interno in cui seppure la capacità di spesa dei consumatori sia in lieve ripresa, resta frenata da una maggiore propensione al risparmio dovuta all’incertezza.
Mercato del lavoro e occupazione
Il mercato del lavoro rappresenta uno degli aspetti più solidi dell’economia italiana recente. Il tasso di disoccupazione ha continuato a scendere, con le proiezioni della Banca d’Italia che per il 2026 indicano un valore intorno al 6,1%. L’occupazione beneficia della stabilità dei contratti, con una crescita che prosegue seppur a ritmi più contenuti rispetto al passato. Nonostante questi progressi, permangono criticità strutturali, per cui persistono disparità regionali e livelli elevati di disoccupazione giovanile, con zone come il Mezzogiorno che soffrono di tassi significativamente più alti.
Debito pubblico e finanza statale
Il debito pubblico continua a rappresentare la principale vulnerabilità dell’Italia, con un rapporto debito/PIL che per il 2026 il MEF stima al 137,6%. Un segnale positivo arriva però dal fronte del deficit (indebitamento netto), che secondo il piano strutturale di bilancio dovrebbe scendere al 2,8%, rientrando finalmente sotto la soglia europea del 3%. L’elevato stock di debito rende il Paese sensibile all’andamento dei tassi e l’attuazione del PNRR resta l’unico sostegno per la fiducia dei mercati e la crescita nel medio periodo.
Produttività e demografia
Se si guarda oltre il breve periodo, i problemi più seri emergono sul fronte della crisi demografica. Le previsioni Istat confermano che la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) è destinata a ridursi drasticamente, con una perdita stimata di circa 7,7 milioni di individui entro il 2050. Questo declino, unito a una produttività del lavoro che cresce a ritmi inferiori rispetto ai partner europei, mette a rischio la sostenibilità del sistema.
Olimpiadi, fine del PNRR e costi energetici: le incognite per le imprese
Oltre ai dati macroeconomici tradizionali, l’orizzonte del 2026 è segnato da eventi specifici che potrebbero spostare gli equilibri del tessuto produttivo. Partitaiva.it ha chiesto alla dott.ssa Sara Silano, editorial manager di Morningstar, di analizzare quei fattori che agiscono “dietro le quinte” dell’economia ufficiale, con particolare attenzione all’eredità dei grandi eventi e alla transizione post PNRR, per capire quali siano i rischi di contrazione reali nel breve periodo.
“Vorrei porre l’attenzione su due elementi: l’impatto delle Olimpiadi invernali 2026 e la conclusione del PNRR a giugno 2026. Le Olimpiadi potrebbero dare una spinta positiva al PIL, ma gli esperti dicono che sarà limitata. Si stima un impatto economico complessivo di circa 5 miliardi di euro, tenendo conto di spese per l’organizzazione, flussi turistici, infrastrutture e attività connesse e indotte – precisa l’esperta -. La conclusione del PNRR potrebbe influire negativamente sui livelli di attività economica. Secondo le stime elaborate dalla società di ricerca, AnalisiEconomica, c’è la possibilità di una contrazione del PIL reale, ossia corretto per l’inflazione. La proiezione degli economisti per settembre 2026 mostra un -0,04%, considerando un’inflazione attesa all’1,20%”.
Per le piccole e medie imprese – così come per i liberi professionisti – la competitività non si gioca solo sulla domanda di mercato, ma soprattutto sulla struttura dei costi fissi. Un indicatore determinante per chi opera nel manifatturiero o nel terziario avanzato è il differenziale dei costi energetici rispetto ai competitor europei, che dice molto sulla capacità di restare sul mercato nonostante le pressioni inflattive.
“Le imprese italiane sostengono un costo più alto per l’energia rispetto a quelle europee. Secondo le elaborazioni di Confindustria, pubblicate lo scorso 24 novembre, il divario sarebbe di circa il 30%. Nel primo semestre 2025, le aziende italiane hanno pagato 278 EUR/MWh (Megawattora), contro i 242 della Germania, i 183 della Francia, 171 della Spagna e i 216 della media europea – spiega Silano – . Le differenze derivano dal prezzo della materia prima, dai costi di rete e di dispacciamento più elevati e da minori compensazioni sui costi indiretti ETS (Emission trading system). Questi costi sono riferiti al sistema di aiuti di Stato nell’ambito dell’Unione europea, che rimborsa parzialmente le imprese energivore e/o esposte al rischio di delocalizzazione per i costi delle emissioni di CO2 trasferiti sui prezzi dell’energia elettrica”.
Gestione del risparmio e protezione del capitale: boom su titoli di Stato
In uno scenario di crescita debole persistente, emerge per i professionisti il problema della protezione del patrimonio e della corretta gestione dei risparmi. In un contesto dove le politiche monetarie cercano di bilanciare il costo del debito pubblico e il rendimento reale per il cittadino, diventa fondamentale individuare quali strumenti possano realmente difendere il potere d’acquisto nel tempo, evitando le insidie dei tassi artificialmente bassi.
“I risparmiatori italiani hanno riscoperto i titoli di Stato negli ultimi anni, grazie a tassi di interesse allettanti ed emissioni a loro dedicate come il BTP Valore. Una minaccia è rappresentata dalla repressione finanziaria, ossia quelle politiche economiche e monetarie volte a tenere i tassi artificialmente bassi, in modo da ridurre il costo del debito pubblico – conclude l’editorial manager -. Per contrastrarla, gli strumenti di investimento comunemente utilizzati sono l’oro, gli immobili e le azioni. Attenzione, però, l’oro ha raggiunto livelli record, quindi va trattato con un po’ di cautela perché le quotazioni sono circa tre volte superiori alla media di lungo termine”.










Natalia Piemontese
Giornalista