Sebbene nel 2026 la disoccupazione abbia toccato i minimi storici, con un numero record di occupati, il salario reale nel nostro Paese continua a scendere. Secondo l’OCSE, infatti, l’Italia detiene il primato negativo, tra le grandi economie avanzate, per il mancato recupero del potere d’acquisto degli stipendi logorati dall’inflazione.
Per ritornare ai livelli, seppur contenuti, del 2021, è necessario recuperare il terreno perso rispetto a cinque anni fa, ovvero prima della spinta inflazionistica. E, in tal senso, il report OECD employment outlook 2026 offre un quadro dettagliato, non solo quantificando la misura della perdita ma anche definendo l’aumento necessario per colmarla.
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Stipendi fermi ma occupazione record: i dati su lavoro e salario reale in Italia a confronto
Analizzando i dati, a maggio 2026 il tasso di disoccupazione italiano è sceso al 5%, raggiungendo un minimo storico e allineandosi alla media OCSE del 4,9%, mentre nel primo trimestre del 2026 il tasso di occupazione ha segnato un record arrivando al 62,8%.
Con la contrazione del numero di disoccupati – pari a 1,5 punti percentuali nell’arco di un anno – l’Italia si inserisce nel ristretto gruppo dell’Europa meridionale (assieme a Spagna, Portogallo e Grecia) dove le persone senza un lavoro continuano a diminuire. Tuttavia, la forza dimostrata dal mercato del lavoro non si è trasferita sulle retribuzioni, lasciando irrisolto il nodo del potere d’acquisto eroso dall’inflazione del 2022 che non è ancora stato ripristinato.
Rispetto agli altri Paesi OCSE, in Italia i salari reali sono risultati inferiori del 6,1% nel primo trimestre del 2026 rispetto al primo trimestre del 2021. Pur mostrando le retribuzioni reali un incremento dell’1,3% su base annua nel primo trimestre 2026, questo risultato è stato determinato quasi esclusivamente dal ritorno a una bassa inflazione. A parità di potere d’acquisto rispetto al 2021, l’economista Andrea Garnero, co-curatore del rapporto OECD, ha quantificato questo divario salariale come l’equivalente di aver lavorato 20 giorni gratis.
Quanto pesa la pressione fiscale
Da quello che è emerso, il problema principale non risiede nello stipendio lordo, un ambito in cui le retribuzioni medie mostrano dinamiche differenti. Il vero divario si crea a causa delle tasse e dei contributi: a parità di lordo, la busta paga netta subisce l’effetto di un cuneo fiscale – ovvero la differenza tra quanto costa un dipendente all’azienda e quanto riceve effettivamente in tasca – che si colloca tra i più alti tra i Paesi sviluppati. Questa forte tassazione riduce la somma reale a disposizione dei lavoratori, rendendo ancora più difficile per le famiglie far fronte al costo della vita.
Previsioni 2026 2027: le tendenze sui salari secondo l’OCSE
La debolezza degli stipendi sembra destinata a proseguire anche nei prossimi mesi. Secondo le proiezioni dell’OCSE, infatti, il potere d’acquisto subirà un’ulteriore contrazione dello 0,9% nel 2026, mentre per il 2027 si stima una ripresa appena accennata, ferma allo 0,2%.
A frenare la risalita delle retribuzioni concorrono diverse cause, come i recenti rincari delle bollette e delle materie prime energetiche che continuano a spingere l’inflazione, riducendo il valore reale degli stipendi. Inoltre, nel 2026 l’aumento dell’occupazione mostra i primi segni di rallentamento, mentre il calendario dei rinnovi dei contratti collettivi nazionali prevede poche scadenze nel 2027, pertanto gli interventi di adeguamento delle buste paga al costo della vita saranno pochi il prossimo anno.
Donne e giovani i più penalizzati
Nonostante il dato record, il tasso di occupazione del 62,8% si attesta ancora 9,3 punti percentuali al di sotto della media OCSE (pari al 72,1%), confermandosi tra i valori più bassi di tutta l’area. Il divario risulta marcato soprattutto per le donne e i giovani, mentre la crescita dell’occupazione ha mostrato un rallentamento negli ultimi mesi, a differenza di quanto avvenuto nelle altre nazioni del Sud Europa.
A livello geografico, nelle zone d’Italia con le maggiori difficoltà economiche, il tasso di disoccupazione è oltre quattro volte più alto rispetto alle aree più virtuose (il doppio rispetto agli altri Paesi sviluppati). Sebbene dall’inizio degli anni 2010 la distanza tra le varie regioni si sia ridotta di circa il 10%, il divario di partenza resta strutturale e ancora molto alto.
I flussi migratori interni non riescono a riequilibrare la situazione. Chi lascia le aree a bassa occupazione è solitamente più giovane, ha un livello di istruzione più alto e spesso ha già un impiego rispetto a chi decide di restare. Questo fenomeno rischia di impoverire ulteriormente i territori di origine, privandoli proprio del capitale umano e delle competenze necessarie per rilanciarsi.










Federica Petrucci