Sempre più giovani lasciano l’Italia, aziende rimaste senza lavoratori: quanto costa la fuga dei cervelli al Paese

Come il precariato blocca l'innovazione delle imprese e la crescita economica

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Resto al Sud 2.0

L’emigrazione giovanile in Italia ha smesso di essere un semplice fenomeno sociologico per trasformarsi in una vera e propria emergenza macroeconomica. Nel contesto attuale, segnato da precariato strutturale e profonda instabilità economica, il sistema produttivo nazionale sta pagando un conto molto salato. L’allarme è stato lanciato a Paestum, in occasione della quinta edizione della Conferenza nazionale delle Camere di commercio.

I giovani in fuga dall’Italia costano allo Stato miliardi di euro

Nell’ultimo decennio, il numero di giovani di età compresa tra i 20 e i 34 anni che hanno abbandonato l’Italia è quasi raddoppiato, passando da 37mila a 70mila unità all’anno, con un incremento dell’85%. Oggi il Paese perde 8 giovani ogni mille residenti, un tasso che è più del doppio rispetto alla Germania e superiore anche alla Spagna.

Questa mobilità in uscita è stata quantificata economicamente dal CNEL attraverso un’elaborazione incrociata tra flussi migratori, livelli di istruzione e capacità produttiva attesa: tra il 2011 e il 2024, il capitale umano emigrato ha generato un’ampia perdita finanziaria pari a 159,5 miliardi di euro, l’equivalente del 7,5% del PIL nazionale.

L’economia e la società italiana si trovano ad affrontare un profondo squilibrio generazionale, caratterizzato da un lato da una massiccia perdita di competenze e potenziale economico verso l’estero, dall’altro da una difficoltà strutturale del mercato del lavoro interno nell’integrare e valorizzare le nuove generazioni.

Indicatore economico / demograficoImpatto e valore registrato
Capitale umano emigrato (2011-2024)159,5 Miliardi di € (7,5% del PIL)
Incremento emigrazione 20-34 anni+85% nell’ultimo decennio (da 37k a 70k/anno)
Produttività aziende con giovani under 35+7,2% di crescita rispetto alla media
Posizioni under 30 difficili da coprire48% del totale programmato
Occupati Over 50 negli ultimi vent’anniRaddoppiati (dal 20% al 40%)

Il paradosso italiano: le aziende cercano giovani ma la forza lavoro invecchia

Le imprese italiane hanno oggi consapevolezza del valore delle nuove generazioni, ma devono fare i conti con un’impossibilità cronica di trattenerle all’interno dei confini nazionali. I dati evidenziano che le aziende capaci di attrarre e fidelizzare talenti under 35 registrano un incremento della produttività del 7,2%. Le imprese con più giovani, inoltre, corrono più velocemente delle altre, segnando una crescita del fatturato e dell’occupazione superiore di 1,5 punti percentuali.

Nonostante questo evidente vantaggio competitivo, la struttura demografica del mercato del lavoro si sta muovendo nella direzione opposta. Negli ultimi vent’anni, la quota degli occupati over 50 è raddoppiata, passando dal 20% a circa il 40% del totale. Al contrario, la presenza degli under 35 è letteralmente crollata, scivolando dal 35% a meno del 25%.

I limiti dell’invecchiamento aziendale

L’invecchiamento della forza lavoro incide direttamente sui meccanismi interni dell’innovazione aziendale. Le rilevazioni mostrano dei limiti anagrafici precisi oltre i quali la spinta al cambiamento subisce una netta flessione. La propensione a rinnovare le dinamiche interne cresce fino a una media anagrafica degli occupati di 36 anni, per poi contrarsi.

La capacità di immettere nuovi beni e servizi sul mercato tocca invece il suo picco a 42 anni, dopodiché flette vistosamente.

Questo si traduce in una forte difficoltà di reclutamento: le imprese destinano circa il 28% delle assunzioni programmate agli under 30, ma lo scorso anno ben il 48% di queste posizioni è risultato difficile da coprire, principalmente (nel 31% dei casi) a causa della totale assenza di candidati.

Come ha spiegato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete: “Le nuove generazioni vivono con minori barriere culturali, territoriali e sociali rispetto al passato. Grazie a esperienze come l’Erasmus si sentono naturalmente cittadini europei e valutano opportunità, salari e qualità del lavoro su scala internazionale. Valorizzare la loro creatività e la loro capacità innovativa richiede uno sforzo condiviso tra imprese, istituzioni e sistema formativo”.

Se il livello dei salari rimane un nodo centrale nell’attuale scenario di instabilità, la reale capacità di retention delle PMI dipende in modo significativo anche da fattori organizzativi meno visibili come i benefit e altri strumenti di welfare aziendale. Quando questi elementi vengono meno, i giovani professionisti più qualificati tendono a utilizzare l’esperienza in azienda come un mero trampolino di lancio, spostando il proprio vantaggio produttivo verso l’estero.

Il deficit STEM

Le prospettive future per il sistema produttivo si complicano ulteriormente sul fronte delle competenze tecniche avanzate. Secondo i monitoraggi del sistema Excelsior (svolti congiuntamente da Unioncamere e ministero del Lavoro), nel triennio compreso tra il 2026 e il 2029 l’Italia rischia di registrare un deficit di oltre 13mila laureati STEM all’anno, in particolare ingegneri, economisti e medici.

Attualmente, solo uno studente su quattro sceglie percorsi di laurea in ambito STEM, posizionando l’Italia decisamente al di sotto della media europea, con un divario ancora più profondo per quanto riguarda la componente femminile. Gli Istituti tecnici superiori (ITS) post-diploma si confermano modelli formativi dall’ottima efficacia pratica, scontando tuttavia un limite strutturale legato al numero ancora troppo ristretto di giovani coinvolti.

Quanto vale invertire la rotta?

Di fronte a questo scenario, Unioncamere ha provato a calcolare il valore economico di un’inversione di tendenza: se l’Italia riuscisse a favorire il rientro anche solo della metà dei giovani tra i 20 e i 34 anni emigrati negli ultimi cinque anni – pari a poco più di 250mila persone – si genererebbe un ritorno economico diretto stimato in 12 miliardi di euro, l’equivalente di circa mezzo punto percentuale di PIL nazionale.

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