La Commissione europea conferma il blocco degli incentivi europei per gli impianti di fotovoltaico aziendale che utilizzano componenti di fornitori considerati “ad alto rischio”. Al momento, gli enti italiani (GSE, MASE e MIMIT) non hanno ancora recepito operativamente le nuove linee guida di Bruxelles. Tuttavia, la direzione da prendere è stata già tracciata e le imprese che intendono accedere a fondi e finanziamenti UE dovranno rispettare le nuove condizioni.
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Fotovoltaico, perché l’Europa blocca gli incetivi?
Il fulcro della questione non sono i pannelli in sé, ma gli inverter, i dispositivi intelligenti che convertono l’energia prodotta in corrente utilizzabile e che sono costantemente connessi alla rete per permettere il monitoraggio e gli aggiornamenti software. E proprio questa connettività, sebbene utile alla gestione tecnica, apre il fianco a rischi di cybersicurezza. Secondo l’Unione, la dipendenza tecnologica da produttori situati in nazioni extra-UE (come Cina, Russia, Corea del Nord o Iran) potrebbe esporre il sistema energetico a manipolazioni esterne.
Le preoccupazioni principali riguardano l’accesso ai dati e la possibilità che soggetti stranieri monitorino flussi operativi sensibili, ma anche lo spegnimento da remoto. Infatti, come spiegato dalla portavoce della Commissione, Siobhan McGarry, la decisione di limitare gli incentivi per componenti prodotti da fornitori ritenuti non sicuri è stata presa anche per prevenire il rischio di interruzione delle infrastrutture critiche dell’UE da parte di attori stranieri.
I fornitori considerati ad “alto rischio”: la lista dei Paesi
Secondo le recenti direttive della Commissione europea e le dichiarazioni ufficiali rilasciate, i Paesi considerati ad alto rischio per la sicurezza delle infrastrutture energetiche critiche sono: Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Tra questi, il problema principale è rappresentato dalla Cina, che sola detiene l’80% della quota di mercato mondiale degli inverter.
In particolare, aziende come Huawei e ZTE sono leader globali nel settore degli inverter e dei sistemi di accumulo. E una dipendenza così marcata da un singolo fornitore extracomunitario è considerata un pericolo per l’autonomia energetica dell’UE.
La replica di Huawei
In una nota ufficiale, Huawei ha accusato la Commissione di agire senza fatti specifici o prove tecniche. Nello stesso comunicato, ha parlato di una discriminazione basata sull’origine che viola i principi del commercio internazionale e della libera concorrenza.
Le conseguenze per le imprese italiane
Per l’Italia, la situazione è complessa. A fine 2025, la sola Huawei ha dichiarato di aver installato nel nostro Paese 4,5 GW di inverter e 2 GWh di sistemi di accumulo. Considerando che la potenza fotovoltaica totale in Italia si aggira sui 33,6 GW, il produttore cinese gestisce circa il 13% dell’intero parco nazionale.
Le imprese che già utilizzano tecnologie extra-UE (nello specifico di produzione cinese) hanno la possibilità di richiedere un’esenzione, ma ogni situazione verrà valutata singolarmente dalla Commissione europea. Il termine ultimo per ricevere una decisione definitiva è fissato per il 1° novembre 2026, data entro la quale verrà stabilita la criticità dei singoli impianti.
Le piccole e medie imprese che intendono beneficiare di futuri fondi europei dovranno invece monitorare con attenzione la propria catena di approvvigionamento. L’attenzione alla sicurezza informatica non riguarderà solo i progetti finanziati con fondi pubblici, ma si estenderà progressivamente a tutto il mercato privato. La revisione del Cybersecurity act potrebbe inoltre introdurre restrizioni più severe su tutti gli acquisti aziendali. Di conseguenza, dispositivi come gli inverter prodotti da fornitori non allineati agli standard di sicurezza europei rischierebbero di diventare inutilizzabili o non conformi alle leggi vigenti.













Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it