Blocco Stretto Hormuz, allarme recessione: cosa rischia l’Italia se finiscono le scorte di carburante

Mentre l’Europa ha imparato a gestire la crisi del gas dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, la situazione del petrolio appare molto più critica.

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Mappa geopolitica Stretto di Hormuz blocco navale 2026

Il destino economico dell’Europa è oggi appeso a un sottile lembo di mare: lo Stretto di Hormuz. Quello che un tempo era uno snodo di vitale importanza per il commercio globale è diventato il teatro di una confusa e pericolosa battaglia navale tra Stati Uniti e Iran, lasciando il Vecchio Continente in una posizione di estrema vulnerabilità. Ad oggi, quella che si rischia è una vera e propria recessione causata dall’esaurimento delle scorte di petrolio e carburanti. Per le imprese e le PMI italiane, il problema non è solo un aumento dei costi.

Il blocco dello Stretto di Hormuz, tra minacce e smentite

A mantenere la situazione di stallo è l’escalation di tensione che vede protagonisti la Casa Bianca e Teheran. Da un lato, il presidente Donald Trump si è detto pronto a riaprire il canale con la forza attraverso l’operazione denominata “project freedom”, mentre il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha rincarato la dose dichiarando: “Abbiamo il pieno controllo, lo stiamo aprendo”.

Dall’altro lato, però, l’Iran risponde con smentite categoriche e controminacce. La cronaca recente riporta colpi di avvertimento, barchini dei Pasdaran in azione e il coinvolgimento di navi commerciali, come una petroliera sudcoreana colpita nei giorni scorsi. Le regole d’ingaggio sono cambiate radicalmente: le forze USA sono ora autorizzate a colpire immediatamente qualsiasi minaccia proveniente da postazioni missilistiche o imbarcazioni iraniane.

I settori più a rischio

Se i flussi attraverso Hormuz non torneranno rapidamente alla normalità, la tenuta dell’industria europea sarà compromessa. A differenza del gas, le istituzioni europee non hanno una visione aggiornata in tempo reale sulle riserve strategiche e commerciali di petrolio, distribuite in modo frammentario tra depositi privati, porti e aeroporti.

L’Europa naviga a vista e non ha la capacità di compensare le carenze con una produzione interna o alternativa, rendendo il razionamento dei carburanti una prospettiva concreta.

Un dato paradossale emerge dall’attuale crisi: con la chiusura dello Stretto, gli Stati Uniti sono diventati i maggiori esportatori di petrolio, con 250 milioni di barili spediti all’estero nelle ultime nove settimane (fonte: Bloomberg) . Tuttavia, questo balzo dell’export sta mettendo sotto pressione le stesse scorte americane, che si stanno esaurendo rapidamente.

Per l’Europa, chi paga il prezzo più alto è chi è più dipendente dalle importazioni. Senza una soluzione diplomatica o militare che garantisca la sicurezza dei transiti, il rischio di uno shock energetico senza precedenti rimane la sfida principale per i professionisti e il sistema produttivo del continente.

Lo scontro sul patto di stabilità e il rischio recessione

Le borse europee hanno già reagito negativamente alle notizie dal Golfo arabico. Secondo i principali previsori economici – tra cui la BCE e il FMI – un prolungamento dello stallo porterebbe l’eurozona dritta verso la recessione.

Nonostante il prezzo del gas sia tornato a salire e la benzina viaggi verso i 2 euro al litro, i vertici della UE (con in testa il commissario Valdis Dombrovskis e la presidente Ursula von der Leyen) sostengono che non ci siano ancora le condizioni per una sospensione del patto di stabilità.

Bruxelles stima che lo shock di Hormuz taglierà il PIL europeo dello 0,4-0,6%, portando la crescita del 2026 all’1,2%. Per la Commissione, questo è un “rallentamento stagflazionistico”, non una recessione tale da giustificare lo stop alle regole fiscali. La clausola di salvaguardia, infatti, si attiva solo in caso di “grave recessione economica” dell’intera area euro.

La risposta politica

“La libertà di navigazione e il fatto che lo Stretto di Hormuz non diventi una strada a pedaggio è una condizione sine qua non, una necessità assoluta”, ha dichiarato Kyriakos Pierrakakis, ministro greco dell’Economia e presidente dell’Eurogruppo. Anche la risposta diplomatica guidata dal presidente francese Emmanuel Macron punta alla riapertura pacifica, ammonendo contro possibili speculazioni o “profitti eccessivi” che gli europei non sarebbero disposti a tollerare.

lo spettro del gas russo

Lo scontro politico si sta infiammando anche sulle soluzioni alternative. Mentre la UE spinge su rinnovabili e nucleare, alcune forze politiche e industriali (tra cui l’alert lanciato dall’AD di Eni, Descalzi) suggeriscono che, se Hormuz resta chiuso, l’Europa potrebbe essere costretta a rivedere persino i tabù sul gas russo per evitare il collasso industriale.

La situazione è complessa anche perché senza la flessibilità del patto di stabilità, i governi non possono tagliare le accise o sussidiare le PMI senza violare i trattati. Per questo è concreto il rischio che l’austerità forzata, unita allo shock energetico, trasformi il rallentamento in una recessione reale entro l’autunno.

La posizione dell’Italia

La situazione economica dell’Italia appare oggi particolarmente complessa, stretta tra vincoli normativi europei e una congiuntura internazionale sfavorevole. Il primo ostacolo è rappresentato dal monitoraggio dell’Unione europea. A causa di un deficit stimato al 3,1% per il 2025 (secondo i dati ufficiali sulla sorveglianza fiscale UE), il Paese si trova sotto procedura per deficit eccessivo. Questa condizione non è solo formale, ma limita concretamente i margini di manovra: trovarsi in questa posizione impedisce infatti di attivare la cosiddetta “clausola di salvaguardia nazionale”, che rappresenta l’unico strumento di flessibilità a disposizione dei singoli Stati per gestire eventuali emergenze di bilancio.

Sul fronte interno, le prospettive di espansione sono estremamente contenute. Bankitalia, nelle sue ultime proiezioni economiche, stima una crescita del PIL ferma allo 0,5% per il 2026. Questo scenario, già di per sé fragile, resta però condizionato da variabili geopolitiche esterne: l’eventuale mancata riapertura dello Stretto di Hormuz entro l’estate potrebbe infatti azzerare completamente la crescita, portando il Paese verso una stagnazione economica.

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