Trentaquattro chilometri di mare. È il punto meno ampio dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio e quasi un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto. Bastano pochi giorni di blocco per causare variazioni sostanziali nei mercati che si trovano a distanza di migliaia di chilometri, aumenti dei costi di trasporto e di assicurazione, congestione delle rotte alternative e ritardi a catena nelle filiere produttive. Il risultato per le famiglie e le imprese italiane è sotto gli occhi di tutti: carburanti più cari, bollette in salita, piani industriali da rifare e incertezza destabilizzante.
Non è una novità. Questo schema si ripete ciclicamente ma, tutte le volte, viene trattato come fosse un’eccezione, un’emergenza.
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Lo shock energetico che cambia i conti delle imprese
La guerra in Medio Oriente ha mandato all’aria in poche settimane il clima di timida fiducia che si respirava a inizio anno, quando l’inflazione – all’1,9% nell’eurozona – era sotto controllo e la crescita, seppur lenta, segnava un segnale positivo. Le dimensioni del nuovo shock energetico non sono ancora valutabili, ma i numeri di marzo non sono rassicuranti. Il 15 marzo il ministero delle Imprese e del Made in Italy rilevava un prezzo medio alla pompa self service di 1,84 euro al litro per la benzina e 2,07 euro al litro per il gasolio sulla rete stradale nazionale. Il governo è poi intervenuto con un taglio temporaneo delle accise di 25 centesimi: una misura emergenziale della durata di venti giorni, non certo una scelta definitiva né risolutiva.
Per le imprese il quadro è ancora più preoccupante sul medio periodo. Goldman Sachs sostiene che in uno scenario di conflitto prolungato il greggio potrebbe stabilizzarsi oltre i 100 dollari al barile, con un’inflazione nell’area euro che la BCE teme possa superare il 4%. L’OCSE prevede per il 2026 un’inflazione nei Paesi del G20 superiore di 1,2 punti percentuali rispetto alle stime pre-crisi, con effetti diretti sui costi di produzione e sui margini aziendali. Chi ha contratti energetici a prezzo variabile – condizione comune tra le PMI italiane – ha già visto un’impennata dei costi nelle ultime settimane.
Il circolo vizioso è sempre lo stesso: il caro energia si riflette sui costi di produzione, che fanno lievitare i prezzi finali che, a loro volta, erodono i consumi. L’erosione dei consumi, poi, frena la crescita.
La dipendenza dal fossile: il vero problema strutturale
Dietro ogni crisi energetica c’è sempre sullo sfondo la dipendenza dai combustibili fossili importati. Secondo i dati Nomisma, i Paesi europei dipendono complessivamente dalle importazioni di combustibili fossili per oltre il 55% del loro fabbisogno energetico. L’Italia, priva di riserve interne significative di petrolio e gas, si trova ogni volta nella posizione peggiore: è un acquirente costretto su mercati che non controlla, a prezzi che non è in grado di determinare e in scenari geopolitici su cui non ha rilievo.
Il precedente ucraino aveva già mostrato la fragilità del sistema. Nel 2022 i prezzi del gas naturale salirono oltre i 300 euro al megawattora, portando l’inflazione dell’eurozona fino al 10,6% nell’ottobre 2022. Oggi la pressione è minore, ma il meccanismo di trasmissione agli indici dei prezzi al consumo è lo stesso. Gli analisti stimano, nello scenario più probabile di instabilità prolungata, un’inflazione annuale tra il 2,2% e il 2,6% entro l’estate. In termini di costi per le famiglie, si traduce in una spesa annuale aggiuntiva compresa tra i 500 e i 750 euro.
Per le imprese, il danno non è solo economico. La volatilità energetica si riflette nell’impossibilità di pianificare correttamente gli investimenti, il listino prezzi e gli approvvigionamenti. L’incertezza è essa stessa un costo e, spesso, quello più alto.
Fonti rinnovabili non sono ideologia, ma vantaggio competitivo
Per anni si è sostenuto che le fonti rinnovabili fossero troppo costose, inadatte a sostenere il sistema industriale. Ma il mercato globale ha già emesso il suo verdetto. Secondo l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), il 93% della nuova potenza elettrica installata nel mondo nel 2024 era rinnovabile e fotovoltaico ed eolico sono oggi più convenienti dei fossili.
L’indipendenza energetica attraverso le rinnovabili non è, dunque, una scelta ideologica: è una scelta strategica. Un’impresa che produce la propria energia – attraverso impianti fotovoltaici, partecipazione a comunità energetiche rinnovabili, accordi di fornitura da fonti pulite – elimina dal proprio bilancio uno dei costi maggiori e la voce più incerta. Non dipende dal Brent, non teme troppo le tensioni geopolitiche nel Golfo Persico, non aspetta misure emergenziali che arrivano sempre in ritardo e non sono mai risolutive. L’eventuale eccedenza di energia prodotta, tra l’altro, può essere ceduta in rete, trasformando un costo fisso in una fonte di ricavo aggiuntivo.
Lo sviluppo delle rinnovabili e delle interconnessioni energetiche può inoltre rafforzare il ruolo dell’Italia come nodo nel sistema elettrico europeo e come partner nelle iniziative di cooperazione nel bacino del Mediterraneo, aprendo scenari inediti per il Mezzogiorno che, con la sua irradiazione solare tra le più elevate d’Europa, potrebbe diventare un polo di generazione e di esportazione energetica invece di restare una periferia economica.
I ritardi dell’Italia e il gap con gli obiettivi 2030
Nonostante ciò, l’Italia avanza troppo lentamente nel suo piano di transizione energetica e i numeri non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche. Il 2024 si era chiuso con 6,8 GW di nuova capacità fotovoltaica installata, un risultato superiore del 30% rispetto al 2023, che aveva fatto sperare in un cambio di passo strutturale. Il 2025 ha in parte smentito quelle aspettative: secondo i dati Terna, nel corso dell’anno sono stati installati 213.200 impianti fotovoltaici per 6,4 GW di potenza, circa 400 MW in meno rispetto all’anno precedente. A fine 2025 la capacità fotovoltaica complessiva ha raggiunto 43,5 GW su oltre 2 milioni di impianti operativi – il 52% della potenza rinnovabile totale installata nel Paese – mentre la capacità rinnovabile complessiva si attesta tra 80,5 e 81,5 GW, ancora molto lontana dal traguardo di 131 GW fissato dal PNIEC al 2030.
La distanza da colmare è di circa 50 GW in meno di cinque anni. Per rispettare gli obiettivi, l’Italia dovrebbe installare stabilmente circa 10 GW all’anno fino alla fine del decennio: un ritmo superiore sia ai risultati del 2024 che a quelli – in leggero calo – del 2025. Il Rapporto 2024 dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) avverte che, con gli attuali trend, al 2030 la quota di rinnovabili potrebbe fermarsi al 35,9%, contro il target europeo vincolante del 42,5%. Le stime più prudenziali di TEHA Group indicano che, senza interventi decisi su rete e sistemi di accumulo, l’Italia potrebbe fermarsi intorno al 50% di generazione elettrica da fonti rinnovabili, contro valori ben superiori previsti dalla pianificazione. Un segnale positivo viene però dal comparto storage: nel 2025 sono stati installati 145.910 nuovi impianti di accumulo integrato su fotovoltaico, per 1,83 GWh di capacità aggiuntiva.
Non si tratta di un ritardo indolore. E i principali ostacoli sono ben noti: la frammentazione normativa tra Stato e Regioni che genera contenziosi e incertezza per gli investitori; le reti di trasmissione, soprattutto lungo la dorsale Sud-Nord, non reggono i volumi di energia rinnovabile prodotta al Centro-Sud; i sistemi di accumulo, seppur in crescita, restano sottodimensionati rispetto alle necessità di flessibilità della rete. Ogni anno trascorso a velocità ridotta è un anno in più di dipendenza dai mercati fossili, di bollette esposte alle turbolenze geopolitiche, di competitività mancata rispetto ai Paesi europei che fanno meglio.
Il quadro normativo c’è, ma si procede a rilento
Eppur si muove. Il decreto legislativo n.5 del 9 gennaio 2026 ha recepito la direttiva UE 2023/2413, ridefinendo il quadro normativo italiano per accelerare lo sviluppo degli impianti da fonti rinnovabili, semplificare le procedure relative alle autorizzazioni e garantire maggiore stabilità alla rete elettrica. Per il settore industriale, il decreto prevede un incremento medio annuo di almeno 1,6 punti percentuali della quota rinnovabile tra il 2026 e il 2030.
Le norme ci sono. Quello che manca è la velocità di esecuzione: le autorizzazioni continuano a bloccarsi per anni tra ricorsi e burocrazia, le reti di trasmissione non sono ancora pronte ad assorbire grandi volumi di energia intermittente, i sistemi di accumulo restano sottodimensionati. Le imprese che installano oggi impianti fotovoltaici, aderiscono a comunità energetiche o sottoscrivono contratti di fornitura da rinnovabili non sono più “innovative”: sono imprese che stanno colmando un gap.










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile