Dropshipping: senza partita IVA è possibile? Casi ammessi e casi esclusi

Il dropshipping è ormai un'attività molto seguita in Italia. Ecco una guida per capire cosa è possibile fare con e senza partita IVA.

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Fare dropshipping senza partita IVA in Italia è legale? È una delle domande più frequenti tra coloro che vogliono avviare un’attività di vendita online, attratti dalla possibilità di proporre prodotti senza doverli acquistare e conservare in magazzino. Il dropshipping è infatti un modello sempre più conosciuto nel mondo dell’e-commerce, ma la semplicità con cui può essere avviato dal punto di vista operativo non deve far pensare che si tratti di un’attività priva di obblighi.

La necessità o meno di aprire una partita IVA non dipende semplicemente dal fatto che il venditore possieda fisicamente la merce o dal volume dei primi incassi. È necessario guardare al modo concreto in cui l’attività viene organizzata e svolta.

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Cos’è e come funziona il dropshipping

Il termine “dropshipping” indica un particolare modello di vendita applicato al commercio elettronico. Con questo metodo il titolare ha la possibilità di vendere prodotti senza disporre di questi articoli nel magazzino. Nel modello classico entrano in gioco tre soggetti:

  • il venditore, che gestisce il sito e organizza la vendita;
  • il fornitore, che dispone della merce e provvede alla spedizione;
  • il cliente finale, che effettua l’acquisto.

Quando il cliente acquista un prodotto, il venditore trasmette l’ordine al fornitore, che provvede a preparare e spedire la merce. In questo modo l’attività può evitare i costi legati all’acquisto anticipato delle scorte, allo stoccaggio e alla gestione delle giacenze. Il vantaggio operativo, però, non elimina automaticamente le responsabilità nei confronti del cliente.

“La logistica si esternalizza, la responsabilità no. Se la consegna arriva in ritardo, se il prodotto non è disponibile pur risultando a catalogo, se arriva difettoso, davanti al cliente risponde il venditore”, spiega Alessandro Vercellotti, avvocato del digitale e fondatore di Legal for Digital, studio di consulenza legale specializzato in privacy, e-commerce, IP, tutela della brand reputation, IA e legal tech.

Alessandro Vercellotti

Il venditore potrà eventualmente rivalersi sul fornitore, ma l’efficacia di questa tutela dipende anche dagli accordi contrattuali tra le parti. Per questo, secondo l’avvocato, disponibilità dei prodotti, tempi di spedizione, difetti, garanzie e conseguenze degli eventuali inadempimenti dovrebbero essere disciplinati in modo chiaro nel rapporto con il fornitore.

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Dropshipping senza partita IVA: è legale?

Come chiarisce l’avvocato, non esiste una disposizione che stabilisca, con una formula letterale, che il dropshipping richieda sempre e comunque la partita IVA. La valutazione dipende dalla natura concreta dell’attività e dal modo in cui viene esercitata.

Il punto centrale è quindi capire quando ci si trovi di fronte a una vendita realmente occasionale e quando, invece, l’attività presenti caratteristiche di organizzazione, professionalità e abitualità proprie di un’attività commerciale.

“Un negozio online con un catalogo, un accordo con un fornitore, un sistema di pagamento e delle campagne che portano traffico è organizzato per definizione. Non è una vendita occasionale: è un’impresa che deve ancora aprire”, afferma Vercellotti. In questo caso è necessario aprire la partita IVA per regolarizzare la propria posizione fiscale.

Vendita occasionale e dropshipping: limiti e falsi miti

Uno dei dubbi più diffusi riguarda la possibilità di utilizzare un temporary shop o di avviare l’attività per un periodo limitato senza partita IVA.

Spesso vengono citati il limite dei 30 giorni o la soglia dei 5.000 euro come se rappresentassero una regola generale applicabile alla vendita online e al dropshipping. Secondo Vercellotti, però, questa interpretazione rischia di sovrapporre concetti diversi.

“Il temporary shop viene raccontato come la scorciatoia, di solito con la formula dei 30 giorni e dei 5.000 euro. Quella formula nasce dall’incrocio di due cose diverse, cioè la soglia contributiva prevista per il lavoro autonomo occasionale e la prassi commerciale dei negozi pop up, che è marketing e non un istituto giuridico”, chiarisce l’avvocato.

Per valutare se un’attività possa essere considerata davvero occasionale non è quindi sufficiente fare riferimento, in modo automatico, alla durata dell’esperimento o a una determinata soglia di ricavi. Occorre invece considerare l’effettiva struttura dell’attività.

Un sito stabilmente online, un catalogo di prodotti, un fornitore contrattualizzato, strumenti di pagamento e campagne pubblicitarie sono elementi che rendono più difficile sostenere il carattere occasionale dell’iniziativa.

Gli obblighi verso il consumatore

Un altro aspetto da considerare riguarda il rapporto con il cliente. L’eventuale assenza di una partita IVA non elimina automaticamente gli obblighi che possono sorgere nei confronti del consumatore. Il Codice del consumo, infatti, individua la figura del professionista sulla base dell’attività svolta.

Su questo punto Vercellotti richiama anche la necessità di guardare alla sostanza dell’attività e non soltanto alla forma adottata dal soggetto che vende. “Chi vende senza partita IVA resta professionista agli occhi del cliente, con tutti gli obblighi che ne derivano”, osserva l’esperto.

Tra gli obblighi richiamati rientrano le informazioni precontrattuali, l’indicazione dell’identità e dei recapiti del venditore, la disciplina del diritto di recesso e la garanzia legale di conformità.

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Come aprire partita IVA per il dropshipping

Prima ancora di pensare a una pagina di un e-commerce, creare un inventario e ricercare fornitori di dropshipping in Italia, dovrai disporre di una partita IVA. Per aprirla è possibile procedere in due modi:

  • online sul sito dell’Agenzia delle Entrate;
  • attraverso un commercialista o un consulente autorizzato.

Nel primo caso occorre scaricare gli appositi moduli e seguire una serie di passaggi inserendo i dati della propria attività, scegliendo il regime fiscale più adatto (tra regime forfettario e regime ordinario) e il codice ATECO che identifica l’attività svolta. Si dovrà poi effettuare l’iscrizione alla cassa previdenziale di riferimento per il versamento dei contributi obbligatori.

Il codice ATECO principale per il dropshipping in Italia era il 47.91.10 – Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet. Tuttavia, con l’entrata in vigore della nuova classificazione ATECO, questo codice non è più utilizzabile in quanto sostituito da codici più specifici in base alle categorie di prodotti venduti (abbigliamento, accessori, ecc). 

Alcune interpretazioni valutano anche il codice 73.11.02 – Conduzione di campagna marketing e altri servizi pubblicitari, perché il dropshipping non è un’attività di vendita diretta ma mira a pubblicizzare prodotti venduti da altri soggetti.

Il modello di business

Prima ancora degli aspetti contabili, tuttavia, secondo Vercellotti è necessario definire con chiarezza il modello di business. “La domanda da cui partire riguarda chi vende e in nome di chi. Ci sono modelli molto diversi che vengono chiamati tutti dropshipping. Può esserci, ad esempio, un modello nel quale il titolare dell’e-commerce vende in nome proprio al consumatore, oppure un modello nel quale il soggetto che gestisce il sito svolge un’attività differente, limitandosi a promuovere prodotti o a mettere in contatto soggetti diversi”, fa sapere Vercellotti.

La distinzione non è soltanto teorica. A seconda del modello adottato possono cambiare il ruolo assunto nei confronti del cliente, le responsabilità e il corretto inquadramento dell’attività. Come sottolinea Vercellotti, il commercialista può effettuare una corretta classificazione dell’attività sulla base della struttura reale del business e dei rapporti contrattuali che la regolano.

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Gli altri adempimenti per avviare un e-commerce in dropshipping

Aprire la partita IVA non esaurisce tutti gli obblighi collegati all’avvio di un’attività di vendita online. Il modello di business deve infatti essere accompagnato dagli ulteriori adempimenti applicabili alla vendita a distanza.

Vercellotti richiama in particolare la necessità di valutare gli adempimenti amministrativi, le informazioni da pubblicare sul sito, le condizioni generali di vendita e il contratto con il fornitore.

Le condizioni di vendita, in particolare, dovrebbero essere coerenti con il modello di dropshipping effettivamente utilizzato e disciplinare correttamente il rapporto con il consumatore.

Anche il contratto con il fornitore assume un ruolo importante: disponibilità dei prodotti, tempi di spedizione, gestione dei difetti e delle garanzie, identificazione dei soggetti coinvolti e possibilità di rivalsa sono alcuni degli aspetti che possono essere rilevanti.

Il consiglio del legale è di affrontare questi aspetti prima del lancio del progetto e non dopo le prime contestazioni da parte dei clienti.

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Dropshipping senza partita IVA: rischi e conseguenze

Avviare un e-commerce senza un corretto inquadramento può comportare conseguenze sotto diversi profili. È importante distinguere, in particolare, gli aspetti fiscali e contributivi da quelli amministrativi e dagli obblighi nei confronti del consumatore.

Vercellotti segnala, restando al di fuori del piano fiscale, possibili conseguenze legate agli adempimenti previsti per la vendita a distanza e alle pratiche commerciali scorrette. Le eventuali sanzioni dipendono dalla specifica violazione commessa e non possono quindi essere ricondotte a un unico importo valido per ogni situazione.

Un’attività di dropshipping dovrebbe inoltre prestare attenzione agli obblighi informativi nei confronti del cliente, alle condizioni di vendita, al diritto di recesso, alla gestione delle consegne e alla correttezza delle informazioni commerciali pubblicate sul sito.

L’idea che sia possibile avviare un e-commerce in modo completamente informale per poi regolarizzare tutto solo in un secondo momento può quindi esporre a rischi che vanno oltre il solo profilo fiscale.

Come sintetizza Vercellotti, il dropshipping può essere un modello efficace dal punto di vista commerciale, ma non deve essere considerato una scorciatoia rispetto agli obblighi di chi vende online. “Il dropshipping fatto bene resta un ottimo modello. Chi lo fa pensando che sia una scorciatoia, sposta soltanto il rischio dal magazzino al contenzioso”.

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Laura Pellegrini

Giornalista e content editor

Dopo la Laurea in Comunicazione e Società, ho iniziato la carriera da freelance collaborando con diverse realtà editoriali. Ho scritto alcuni e-book sui bonus e ad oggi mi occupo della redazione di articoli di economia, risparmio e lavoro.

2 commenti su “Dropshipping: senza partita IVA è possibile? Casi ammessi e casi esclusi”

  1. Salve, è possibile fare dropshipping con un accordo diverso tra le due aziende private? Mi spiego…
    Situazione ordinaria: il fornitore emette fattura a dropshipper, che a sua volta la emette al cliente finale con ricarico.
    È possibile un accordo diverso del tipo fornitore che non si fida del venditore e quindi pretende l’incasso direttamente dal cliente finale, per poi girare il guadagno concordato al dropshipper? (tipo una percentuale sul ricavo, tolte spedizione del prodotto etc etc).
    Essendo un accordo tra le parti, regolamentato da contratto, non credo crei problemi…
    E nemmeno vedo legislazione in merito…
    Grazie

    Rispondi
    • Buonasera,
      in questo caso non si tratterà di dropshipping, ma il contratto sarà di tipo diverso. In genere, se non vi sono norme contrarie alla legge, gli accordi commerciali sono sempre possibili. E’ una situazione da valutare.

      Grazie per averci scritto

      Rispondi

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