Le criptovalute entrano nella dichiarazione dei redditi e nell’ISEE 2026: cosa sapere se si investe in valute digitali

Niente più soglia di esenzione di 2.000 euro sulle plusvalenze: da quest'anno ogni guadagno derivante da criptovalute va dichiarato nel 730 precompilato, senza eccezioni. E non è l'unica novità.

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La stagione della dichiarazione dei redditi è iniziata e, con essa, cominciano a fare effetto le nuove regole per i quasi 3 milioni di italiani che detengono crypto-asset, introducendo obblighi più stringenti e sanzioni più pesanti per chi non si adegua. Novità che derivano direttamente dalla legge di Bilancio 2025, che ha modificato il quadro normativo sulla fiscalità delle cripto-attività. Gli effetti sono immediati, già sulla dichiarazione relativa all’anno di imposta 2025 e anche per chi si avvale del 730 precompilato, disponibile dallo scorso 30 aprile: c’è tempo fino al 30 settembre 2026 per presentarlo in autonomia o tramite Caf e professionisti abilitati.

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Criptovalute in dichiarazione dei redditi, scompare la soglia di esenzione: cosa cambia

Fino allo scorso anno, le plusvalenze da criptovalute erano esenti da tassazione se non superavano i 2.000 euro. Dal 1° gennaio 2025, però, quella soglia non esiste più. Pertanto, qualsiasi guadagno realizzato tramite la cessione di valute digitali è soggetto all’aliquota del 26%, la stessa applicata a azioni e obbligazioni.

“L’eliminazione della soglia di esenzione è il cambiamento più impattante per i piccoli investitori – spiega Alessandro Ronchi, CEO di Cryptosmart -. Chi aveva l’abitudine di fare piccole operazioni pensando di stare sotto la soglia si troverà a fare i conti con obblighi dichiarativi che prima non aveva. Il rischio è che molti si trovino impreparati”.

La cessione di criptovalute non riguarda però solo la vendita in euro, perché anche lo scambio tra due criptovalute diverse (per esempio, quando si vuole convertire Bitcoin in Ethereum) genera una plusvalenza o una minusvalenza da dichiarare. Un aspetto che spesso sfugge anche a chi conosce le basi della fiscalità crypto.

Alessandro Ronchi
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Il quadro W: cos’è e cosa va dichiarato

Il punto di riferimento per i contribuenti con redditi da criptovalute è il quadro W del 730 precompilato, che ha sostituito il vecchio quadro RW. È questo, infatti, lo spazio dedicato al monitoraggio fiscale e al calcolo delle imposte su tutte le attività svolte tramite valute digitali.

Nel quadro W vanno indicati tre elementi:

  • il valore di partenza, ossia il costo sostenuto per l’acquisto o il valore al 1° gennaio 2025; 
  • il valore finale, corrispondente al prezzo di mercato al 31 dicembre 2025 oppure al momento della vendita; 
  • il periodo di possesso, rilevante per il calcolo dell’imposta sulla cripto-attività (Ic). 

Oltre alle eventuali plusvalenze, il quadro W prevede un’imposta patrimoniale annua dello 0,2% sul valore degli asset detenuti, indipendentemente dall’esistenza di guadagni, per un prelievo che è analogo all’imposta di bollo sui conti titoli.

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Il quadro T: dove si dichiarano le plusvalenze

Le plusvalenze realizzate tramite la cessione di valuta digitale trovano invece spazio nel quadro T. Nel dettaglio:

  • il rigo T41 è destinato alle plusvalenze non affrancate; 
  • il rigo T42 riguarda quelle che hanno subito un processo di affrancamento; 
  • il rigo T43 accoglie le perdite, che riducono l’imponibile e possono essere compensate. 

“La struttura del 730 è stata migliorata rispetto agli anni precedenti, ma resta complessa per chi non ha familiarità con il settore – fa sapere Ronchi -. Il consiglio è sempre quello di rivolgersi a un professionista, soprattutto se si hanno operazioni su più exchange o wallet privati. La compilazione fai da te espone a errori difficili da correggere in seguito”.

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Criptovalute anche nell’ISEE

Una delle novità più rilevanti e meno note riguarda l’inclusione delle criptovalute nel calcolo dell’ISEE. Da quest’anno, infatti, il valore del portafoglio di valute digitali detenuto al 31 dicembre 2025 deve essere inserito nella dichiarazione sostitutiva unica (DSU) tra le voci che compongono il patrimonio mobiliare.

Per chi detiene crypto-asset di valore significativo, l’effetto può essere tutt’altro che trascurabile, visto e considerato che un Isee più alto può precludere o ridurre l’accesso a prestazioni come il bonus nido, l’assegno unico universale o altre agevolazioni legate al reddito familiare.

“Questo è l’aspetto che sorprende di più le persone quando lo spieghiamo – osserva Ronchi -. Molti considerano le criptovalute come un investimento separato dalla propria situazione economica complessiva. Non è più così: adesso entrano nel calcolo ISEE, con effetti concreti su tutta una serie di benefici pubblici”.

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Criptoattività, cosa succede a chi non le dichiara e le sanzioni

Si noti, infine, che omettere la dichiarazione nel quadro W non è certo una scelta priva di conseguenze. Le sanzioni per il mancato monitoraggio fiscale variano dal 3 al 15% dell’importo non dichiarato. E la percentuale raddoppia nel caso in cui gli asset siano custoditi presso exchange o wallet localizzati in Paesi considerati paradisi fiscali o non collaborativi: in quel caso, i termini di accertamento dell’Agenzia delle Entrate si allungano da 5 a 10 anni.

C’è poi un altro rischio che riguarda chi non è in grado di dimostrare il costo di acquisto delle proprie criptovalute. In assenza di documentazione, il fisco assume che il costo di acquisto sia pari a zero: l’aliquota del 26% verrebbe quindi applicata sull’intero ricavato della vendita, trasformando un guadagno in una perdita netta.

“La documentazione è fondamentale – sottolinea Ronchi -. Ricevute di acquisto, screenshot dei wallet, estratti degli exchange: ogni transazione deve essere tracciabile. Purtroppo molte persone non hanno conservato nulla, soprattutto chi ha comprato criptovalute diversi anni fa quando la normativa era ancora nebulosa.”

Un tema che Ronchi evidenzia con un interesse evidentemente diretto e da protagonista, considerato che ricorda che il proprio Crypstosmart è stato il primo exchange in Italia ad aver introdotto il regime amministrato nel comparto delle criptovalute, assumendo così il ruolo di sostituto d’imposta nei confronti della propria clientela. “Concretamente il regime amministrato permette all’investitore di affidare completamente all’exchange tutti gli obblighi fiscali connessi alle operazioni in criptovalute: provvediamo a calcolare automaticamente le plusvalenze maturate, applichiamo direttamente l’imposta sostitutiva prevista dalla normativa italiana e la versiamo all’erario per conto del cliente”, aggiunge l’esperto.

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Aliquota al 33% dal 2027: cosa si deve sapere già ora

Spingendoci un po’ più avanti, condividiamo anche come la legge di Bilancio 2025 abbia fissato un inasprimento in arrivo: dal 1° gennaio 2026, l’aliquota sulle plusvalenze da cripto-attività salirà al 33%. Gli effetti si vedranno sulla dichiarazione dei redditi 2027, non sull’attuale. Fanno eccezione i token di moneta elettronica in euro conformi al regolamento europeo sulle cripto-attività (MiCA), che manterranno l’aliquota al 26%.

“L’obiettivo della norma è spingere gli investitori verso strumenti più regolamentati e meno speculativi – conclude Ronchi – Dall’altra parte, un’aliquota al 33% è piuttosto elevata rispetto agli standard europei e potrebbe scoraggiare investimenti nel settore da parte di chi oggi è ancora indeciso. Sarà importante monitorare gli effetti nei prossimi mesi”.

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Roberto Rais

Giornalista e autore

Giornalista e autore, consulente e coordinatore editoriale, collabora con agenzie di stampe e società editoriali italiane ed estere specializzate in economia e finanza, gestione di impresa e organizzazione aziendale.

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