Con uno stanziamento aggiuntivo di 160 milioni di euro, il governo ha confermato l’assegno di inclusione anche nel 2026. Tuttavia, per garantire maggiore stabilità economica ai nuclei in condizioni di vulnerabilità, l’accesso alla misura è stato rivisto. Le modifiche interessano in particolare le modalità di richiesta e le tempistiche di erogazione, con l’obiettivo di eliminare i periodi di carenza economica tra un ciclo e l’altro. Importi e requisiti di accesso restano invece gli stessi.
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A chi spetta l’assegno di inclusione nel 2026
Hanno diritto all’assegno di inclusione (ADI) nel 2026 le famiglie in condizioni di fragilità e bisogno economico. Tra questi, quelli con all’interno: soggetti con disabilità certificata, figli di età inferiore ai 18 anni, anziani con età pari o superiore a 60 anni, individui inseriti in programmi di cura e assistenza dei servizi socio-sanitari territoriali certificati dalla pubblica amministrazione. Inoltre, per avere accesso alla misura, l’ISEE del richiedente non deve essere superiore a 10.140 euro annui, mentre il reddito del nucleo familiare di cui fa parte deve risultare inferiore a 6.000 euro annui (ma sale a 7.560 euro per nuclei composti da over 67 o persone con disabilità grave). Il patrimonio immobiliare massimo ammesso (oltre alla casa di abitazione entro i limiti di franchigia citati sopra) è invece di 30.000 euro.
Come funziona
Il beneficio si ottiene presentando apposita domanda all’INPS e viene erogato per un periodo massimo di 18 mesi, al termine dei quali la misura è rinnovabile per ulteriori 12 mesi. Il riconoscimento non è automatico, ma resta subordinato alla previa verifica del possesso dei requisiti previsti dalla normativa e all’iscrizione alla piattaforma SIISL, per sottoscrivere il patto di attivazione digitale (PAD). Senza questo ulteriore passaggio l’erogazione del beneficio non può essere avviata, anche se la domanda risulta accolta.
Entro 120 giorni dalla firma del PAD, i componenti del nucleo familiare vengono convocati dai servizi sociali del comune di residenza. L’incontro serve per effettuare un’analisi multidimensionale dei bisogni della famiglia e per definire il percorso di inclusione personalizzato. La mancata presentazione alla convocazione senza giustificato motivo comporta la decadenza dal beneficio.
Cosa cambia nel 2026
A differenza del passato, i nuclei familiari possono presentare la domanda di rinnovo già dal mese successivo all’ultimo pagamento ricevuto. La manovra 2026 ha eliminato infatti il mese di stop che precedentemente interveniva dopo i primi 18 mesi di erogazione e dopo ciascun rinnovo. Tuttavia, la prima mensilità spettante dopo il rinnovo è pari al 50% dell’importo ordinario.
Inoltre, per favorire l’accesso alla misura, è stato introdotto un ISEE più vantaggioso specifico per l’ADI (e per altre prestazioni familiari). Infatti, il valore della casa di abitazione di proprietà viene escluso dal calcolo fino a 91.500 euro (precedentemente 52.500 euro), e sale a 120.000 euro per chi risiede nei capoluoghi di città metropolitane. Sono state poi potenziate le maggiorazioni che permettono di abbassare l’ISEE finale in base al numero dei figli. L’incremento dello sconto è pari a +0,15 per ciascun figlio minore e a +0,10 per ogni minore oltre il secondo.
Come fare domanda
La domanda ADI deve essere trasmessa all’INPS esclusivamente in modalità telematica. È possibile procedere autonomamente attraverso il portale dell’Istituto, accedendo con credenziali SPID, CIE o CNS. In alternativa, ci si può rivolgere ai centri di assistenza fiscale (CAF) o ai patronati per ricevere supporto gratuito nella compilazione.
Quanto spetta? Il calcolo
L’Assegno di Inclusione per il 2026 conferma la sua struttura basata sulla combinazione tra reddito familiare, composizione del nucleo e costi per l’abitazione. L’importo totale che spetta a una famiglia non è fisso, ma è il risultato della somma di due quote distinte regolate da parametri specifici. La prima parte del sostegno, la quota A, è destinata a integrare il reddito familiare fino a una soglia di 6.000 euro annui, che corrispondono a 500 euro mensili. Questa soglia viene incrementata a 7.560 euro annui (630 euro al mese) se il nucleo è composto esclusivamente da persone con almeno 67 anni di età o da persone con disabilità grave o non autosufficienti.
A questa cifra si aggiunge la quota B, riservata a chi vive in affitto con un contratto regolarmente registrato. Il contributo copre il canone locativo fino a un massimo di 3.360 euro all’anno (circa 280 euro al mese). Tuttavia, per i nuclei composti solo da over 67 o disabili gravi, il limite per l’affitto è ridotto a 1.800 euro annui, pari a 150 euro mensili.
L’importo finale dipende pesantemente dalla scala di equivalenza, un moltiplicatore che aumenta il valore della Quota A in base ai membri della famiglia. Il richiedente vale sempre 1. A questo valore si aggiunge lo 0,5 per ogni componente con disabilità grave, lo 0,4 per ogni over 60 o per chi ha carichi di cura (come l’assistenza a figli piccoli o disabili). I minorenni aggiungono lo 0,15 ciascuno per i primi due e lo 0,10 dal terzo in poi. Esiste un tetto massimo per questo moltiplicatore fissato a 2,2, che può salire a 2,3 solo in presenza di disabili gravi.













Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it