Salario minimo, in Italia solo il “salario giusto”: le nuove regole di calcolo dello stipendio

L’evoluzione normativa e giurisprudenziale in Italia sta ridefinendo il concetto di equa retribuzione, spostando il baricentro dai semplici minimi tabellari verso il concetto di contratto leader.

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Sebbene il dibattito politico su una soglia legale fissa (il tanto discusso salario minimo a 9 euro) sia rimasto a lungo in stallo in Italia, il decreto Lavoro 2026 e le recenti sentenze della Corte di Cassazione hanno cambiato il quadro normativo di riferimento, introducendo il concetto operativo alternativo di “salario giusto“. Per le PMI e i consulenti del lavoro, questo significa che il rischio non è più legato a una futura legge, ma a una realtà giuridica già in vigore che impone l’adeguamento ai contratti leader.

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In Italia arriva il salario giusto: cos’è e quali sono le differenze rispetto al salario minimo

A differenza di altri Paesi europei, l’Italia non ha adottato un salario minimo orario universale. Ha invece formalizzato l’obbligo per ogni datore di lavoro di garantire una retribuzione non inferiore ai minimi tabellari dei CCNL comparativamente più rappresentativi del settore (i cosiddetti contratti leader).

Si tratta di una delle novità previste dal decreto Lavoro 2026, che di fatto conferma quanto già ribadito dalla giurisprudenza (Cassazione n. 32123/2025), ovvero che in caso di retribuzioni che non garantiscono una vita dignitosa al lavoratore, il giudice può d’ufficio disapplicare i contratti usando i CCNL leader o indicatori statistici come riferimento, pubblicati entro il 30 settembre di ogni anno dal CNEL per ciascuno dei 47 settori produttivi censiti.

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Il rischio dei contratti pirata per le PMI

Anche se un’azienda non è iscritta a un’associazione datoriale firmataria o applica un contratto pirata, è tenuta a garantire i minimi economici del contratto leader di riferimento. Molte piccole imprese, infatti, hanno adottato in passato contratti siglati da organizzazioni minori per ridurre il costo del lavoro. Oggi, questa scelta rappresenta una passività finanziaria latente, poiché i lavoratori possono opporsi e richiedere arretrati fino a 5 anni (dalla fine del rapporto) basati sui minimi del contratto leader.

Questo fa scattare anche i recuperi contributivi INPS, che richiede i contributi sulla paga base teorica del contratto leader, indipendentemente dalla paga effettivamente erogata. Inoltre, il rispetto del salario giusto è diventato requisito essenziale per partecipare a bandi e ottenere sgravi fiscali. La violazione comporta l’esclusione dai benefici pubblici.

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Salario minimo: cosa prevede l’Europa

La politica europea sul salario minimo è governata dalla Direttiva (UE) 2022/2041, che non impone una cifra unica per tutti gli Stati membri, ma stabilisce un quadro comune per garantire che le retribuzioni siano adeguate e dignitose.

L’Unione Europea riconosce che i sistemi nazionali sono profondamente diversi. Per questo motivo, la direttiva agisce su due binari. Infatti, per gli Stati che hanno già una soglia fissata per legge (come Francia, Germania o Spagna), la UE impone criteri di aggiornamento periodici basati sul potere d’acquisto, sul costo della vita e sui livelli di produttività. Per i paesi come l’Italia, dove i salari sono determinati dai sindacati e dalle associazioni datoriali, la UE chiede di rafforzare la contrattazione. L’obiettivo è raggiungere una copertura dell’80% dei lavoratori tramite contratti collettivi.

Perché in Italia non c’è il salario minimo?

L’Italia ha dovuto allinearsi alla Direttiva UE 2022/2041. Poiché la copertura della contrattazione collettiva in Italia è superiore all’80%, lo Stato non è obbligato a una legge sul salario minimo orario, ma deve promuovere la trasparenza salariale.

22 dei 27 Stati membri dell’UE hanno un salario minimo legale. Gli unici a non averlo sono Italia, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia, che si affidano esclusivamente alla contrattazione tra le parti sociali.

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Che cosa si intende per salario minimo

Per stabilire se un salario è dignitoso, l’Europa suggerisce agli Stati membri di utilizzare dei valori di riferimento internazionali (anche se non vincolanti per legge):

  • Il 60% del salario medio lordo;
  • Il 50% del salario medio lordo.

Questi parametri servono a garantire che chi lavora a tempo pieno non si trovi in una condizione di povertà relativa (i cosiddetti working poor).

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