Legge di Bilancio 2027, ipotesi IRPEF 33% fino a 60 mila euro: chi ci guadagna tra i professionisti

Il beneficio massimo è di mille euro l'anno e riguarda solo chi dichiara un reddito imponibile superiore a 50 mila euro. Per il lavoro autonomo il perimetro è molto più stretto di quanto lascino intendere le simulazioni sulle buste paga.

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L’ipotesi di estendere la seconda aliquota IRPEF ai redditi fino a 60 mila euro è entrata nel dibattito sulla prossima legge di Bilancio dopo alcune dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani e viene indicata dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo come obiettivo di legislatura.

Attualmente non esiste un testo approvato dal Consiglio dei ministri, né una relazione tecnica che certifichi costo, platea e coperture. È un orientamento politico, la cui traduzione in legge dipenderà dallo spazio disponibile nei conti pubblici. L’intervento interesserà le partite IVA?

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Come funzionano oggi le aliquote

Per effetto dell’ultima legge di Bilancio, dal 1° gennaio 2026 la seconda aliquota è scesa dal 35 al 33%. La struttura attuale dell’IRPEF nazionale adesso è a tre scaglioni:

  • 23% sui redditi fino a 28 mila euro;
  • 33% sulla parte compresa fra 28.001 e 50 mila euro, pari a 6.440 euro più il 33 per cento dell’eccedenza;
  • 43% sulla parte che supera i 50 mila euro, pari a 13.700 euro più il 43% dell’eccedenza.

L’ipotesi allo studio sposta da 50 mila a 60 mila euro la soglia oltre la quale scatta il 43%.

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Il tetto di mille euro

Le simulazioni circolate indicano un risparmio compreso fra 100 e 900 euro annui per i redditi fra 51 mila e 60 mila euro, fino a circa mille euro oltre quella soglia. Il valore massimo non dipende da ipotesi di calcolo: discende dalla struttura della misura. La differenza fra le due aliquote è di dieci punti percentuali e si applica a una fascia di diecimila euro. Dieci punti su diecimila euro fanno mille euro e questo è il tetto. In assenza di correttivi, chi dichiara 150 mila euro ottiene lo stesso beneficio di chi ne dichiara 60 mila: mille euro.

Chi resta sotto i 50 mila euro di reddito imponibile non ottiene nulla, perché la sua posizione non cambia.

Chi resta fuori

L’IRPEF si applica al reddito complessivo. Chi aderisce al regime forfettario versa un’imposta sostitutiva dell’IRPEF, delle addizionali e dell’IRAP, con aliquota del 15% o del 5% nei primi anni quando ne ricorrono i requisiti. Per quella platea un intervento sugli scaglioni IRPEF è irrilevante.

E la platea è ampia. Secondo l’Osservatorio sulle partite IVA del dipartimento delle Finanze, nel primo trimestre 2026 sono state aperte 184.895 nuove posizioni, in calo del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste, 104.136 hanno aderito al regime forfettario: il 56,3% del totale, in crescita del 2,6% su base annua. Sull’intero 2025, a fronte di 500.341 aperture, le adesioni al forfettario erano state 242.529, pari al 48,5%.

Si tratta solo delle quote sulle nuove aperture, non delle percentuali delle partite IVA attive. Tuttavia, i dati dicono che più di una nuova attività su due nasce già fuori dal perimetro dell’IRPEF, non che altrettanto valga per l’intera platea esistente.

La composizione settoriale rende il dato ancora più pertinente per chi esercita una professione: nello stesso trimestre il settore delle attività professionali ha registrato il maggior numero di avviamenti di partita IVA. Sull’intero 2025, secondo un’elaborazione di Unimpresa sui dati ministeriali, le attività professionali, scientifiche e tecniche hanno rappresentato la prima voce con 83.051 aperture, pari al 16,6%.

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Chi ci guadagna fra i professionisti

Beneficia della misura solo chi opera in regime ordinario e dichiara un reddito imponibile superiore a 50 mila euro. Inoltre, se per un lavoratore dipendente il reddito imponibile è vicino alla retribuzione lorda, per un professionista è il risultato di una sottrazione: compensi incassati meno costi dello studio, meno contributi previdenziali versati alla cassa o alla gestione separata, deducibili dal reddito.

Un imponibile di 55 mila euro corrisponde quindi a un volume di compensi sensibilmente più alto. La platea del lavoro autonomo effettivamente interessata dalla misura è più ristretta di quanto la soglia lasci supporre, e si concentra sui professionisti già strutturati.

Sostegno al ceto medio? Il paradosso

Il risultato paradossale è che un professionista in regime forfettario con 85 mila euro di compensi non sarà toccato dalla riforma. L’articolo 1 della legge n.190/2014 stabilisce che il reddito imponibile si determini applicando ai compensi percepiti il coefficiente di redditività indicato nell’allegato 4, differenziato per codice ATECO, e che su quel reddito si applichi un’imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’IRAP, pari al 15%. I contributi previdenziali versati si deducono dal reddito così determinato.

Per le attività professionali il coefficiente è del 78%: 85 mila euro di compensi diventano quindi 66.300 euro di reddito lordo forfettizzato, da cui si sottraggono i contributi. Un imponibile che nel regime ordinario ricadrebbe in pieno nella fascia interessata dalla riforma e che invece resta fuori dall’Irpef per intero.

Un professionista in regime ordinario con 55 mila euro di reddito imponibile, che per arrivare a quella cifra ha fatturato molto di più e sostenuto costi e contributi, ottiene qualche centinaio di euro. Non è un’anomalia della proposta: è la conseguenza di un sistema in cui il lavoro autonomo è distribuito su due binari fiscali separati. Ma spiega perché una misura presentata come sostegno al ceto medio incroci il lavoro indipendente solo di sbieco.

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Le novità fiscali della legge di Bilancio 2026

La legge di Bilancio 2026 è intervenuta con due disposizioni distinte: ha portato dal 35 al 33% l’aliquota del secondo scaglione; ha ridotto di 440 euro, per i contribuenti con reddito complessivo superiore a 200 mila euro, l’ammontare delle detrazioni spettanti per gli oneri detraibili al 19%, escluse le spese sanitarie, oltre alle erogazioni liberali ai partiti politici e ai premi assicurativi contro gli eventi calamitosi.

Il meccanismo, però, non è automatico, perché opera solo se il contribuente ha detrazioni di quel tipo su cui far valere il taglio. Chi supera i 200 mila euro ma non ha oneri detraibili sufficienti conserva il beneficio.

Se un correttivo analogo accompagnasse anche l’estensione a 60 mila euro, l’effetto sui professionisti ad alto reddito andrebbe valutato caso per caso. Secondo le ricostruzioni circolate, l’ipotesi è in campo perché la misura si estenderebbe non solo al milione di contribuenti compresi fra 50 mila e 60 mila euro, ma anche ai 3,3 milioni con redditi superiori.

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Cosa cambierà per le partite IVA

Se l’obiettivo è quello di alleggerire il prelievo sul lavoro indipendente, la soluzione non è l’IRPEF ma la soglia del regime forfettario. Su quel fronte, però, esiste un vincolo strutturale che il dibattito italiano tende a trascurare.

Il regime forfettario è collegato al regime nazionale di franchigia IVA. La direttiva (UE) 2020/285, che si applica dal 1° gennaio 2025, consente agli Stati membri di esentare dall’IVA i soggetti stabiliti nel proprio territorio il cui volume d’affari annuo non superi una soglia nazionale, determinata fino a un massimo di 85 mila euro.

Gli 85 mila euro non sono quindi una scelta discrezionale del legislatore italiano, ma il tetto massimo consentito dalla disciplina europea. Le ipotesi di innalzamento a 100 mila euro, riemerse più volte nel dibattito politico, si scontrano con questo limite: l’unica via sarebbe una revisione della direttiva, oppure lo sganciamento del regime forfettario dalla franchigia IVA, con conseguenze di sistema tutte da valutare.

Il numero dei 100 mila euro che compare nella disciplina europea ha peraltro un significato diverso: è il volume d’affari annuo nell’Unione oltre il quale non si può accedere al regime transfrontaliero di franchigia. Non è una soglia nazionale alternativa.

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Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e al giornalismo digitale.

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