Tassazione criptovalute UE, dal 2028 prelievo uniforme su plusvalenze: come funziona e cosa cambia per le partite IVA

Il parlamento europeo punta a un prelievo uniforme sulle criptoattività nel bilancio 2028-2034. Ma tra definizioni fiscali disomogenee, eventi imponibili incerti e questioni di doppia imposizione, la strada è ancora lunga.

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Una tassa europea sulle plusvalenze da criptovalute dovrebbe entrare in vigore dal 2028. I principali gruppi politici del parlamento europeo hanno infatti raggiunto un accordo di massima su un pacchetto di nuove risorse proprie per il bilancio dell’Unione 2028-2034, e tra le misure previste figura un prelievo sulle criptoattività con aliquota uniforme. Restano però aperti nodi fondamentali che renderanno l’attuazione tutt’altro che immediata.

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Tasse sulle croptovalute: perché l’UE cerca nuove entrate

La Commissione europea ha presentato a metà 2025 un piano per il prossimo quadro finanziario pluriennale da circa 1.800 miliardi di euro. Per finanziarlo senza dipendere esclusivamente dai contributi degli Stati membri, l’UE punta su nuove risorse proprie. L’accordo di massima tra PPE, S&D, Renew Europe e Verdi/ALE include una tassa sui servizi digitali delle grandi piattaforme tech, un’imposta sul gioco online, l’estensione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) e, appunto, il contributo sulle plusvalenze crypto.

Al netto degli orientamenti che stanno maturando queste settimane, una base negoziale con il Consiglio potrebbe emergere entro giugno, sebbene la decisione finale richieda l’unanimità degli Stati membri. In altri termini, il percorso è ancora lungo.

Come funziona la tassazione sulle crypto

Il meccanismo prevede un prelievo sulle plusvalenze realizzate sulla vendita di criptoattività (Bitcoin, Ethereum e qualsiasi altra criptovaluta o token) con un’aliquota uniforme a livello europeo, indipendentemente dal Paese di residenza del contribuente.

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Dalle definizioni fiscali al calcolo della plusvalenza: le criticità del sistema

L’esecuzione dell’idea progettuale presenta tuttavia almeno tre problemi strutturali. Il primo riguarda le definizioni fiscali: oggi gli Stati membri trattano le crypto in modo profondamente diverso (come valuta estera, asset finanziario, bene immateriale o persino reddito da lavoro autonomo). Senza un’armonizzazione di base, un sistema di tassazione comunitario coerente è evidentemente difficile da costruire.

Il secondo riguarda gli eventi imponibili. Ovvero, quando scatta esattamente il prelievo? La vendita è il caso più semplice, ma il mondo crypto include anche scambi token-per-token, staking, mining e airdrop. Definire se e quando ciascuna di queste operazioni è tassabile è una precondizione essenziale per un sistema equo, e potrebbe richiedere un lavoro particolarmente complesso.

Il terzo e ultimo problema riguarda il calcolo della plusvalenza: con wallet che accumulano token in momenti e a prezzi diversi, il metodo contabile scelto (FIFO, LIFO o valore medio) può produrre differenze sostanziali nell’imposta dovuta, soprattutto in un mercato ad alta volatilità.

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Crypto: i benefici del regime amministrato

Naturalmente, dinanzi a questa eventualità non sono pochi gli operatori di settore che si stanno muovendo con discreta prontezza. Tant’è che, per capire che aria tira nel comparto, abbiamo intervistato il founder e CEO di Cryptosmart, Alessandro Ronchi, che sottolinea il ruolo della propria azienda nel mercato italiano ricordando, peraltro, di esser stati il primo exchange italiano a lanciare il regime amministrato nel settore crypto, ponendosi come sostituto d’imposta per i propri clienti.

Alessandro Ronchi

“In pratica – afferma Ronchi – il regime amministrato consente all’investitore di delegare interamente all’exchange tutti gli adempimenti fiscali legati alle operazioni in criptovalute: calcoliamo in automatico le plusvalenze realizzate, applichiamo direttamente l’imposta sostitutiva prevista dalla normativa italiana e la versa all’Erario per conto del cliente. Il vantaggio per l’utente è sostanziale: non è più necessario compilare il quadro RT della dichiarazione dei redditi, né tenere traccia manualmente dei singoli carichi fiscali, né preoccuparsi di metodi contabili come FIFO, LIFO o costo medio. La fiscalità viene gestita in modo trasparente, automatico e conforme, alleggerendo l’investitore da uno degli aspetti più complessi e onerosi della detenzione di criptoattività”.

“Si tratta – aggiunge Ronchi – di un servizio che avvicina il mondo crypto agli standard di tutela e semplificazione già consolidati nel settore finanziario tradizionale, e che riteniamo possa rappresentare un modello virtuoso anche nella prospettiva di una futura armonizzazione fiscale europea”.

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Partite IVA e liberi professionisti: cosa cambia

Per chi opera con partita IVA e ha investito in criptovalute, o le accetta come forma di pagamento, la proposta europea si sovrappone a un quadro fiscale nazionale già in evoluzione, in cui è stato previsto, per esempio, che le plusvalenze crypto superiori a 2.000 euro siano tassate al 26% come redditi diversi di natura finanziaria, con obbligo di dichiarazione nel quadro RT. Un prelievo europeo aggiuntivo aprirebbe il tema della doppia imposizione, su cui la proposta attuale non fornisce ancora risposte.

Chi riceve compensi in criptovalute nell’ambito della propria attività professionale, inoltre, deve già oggi distinguere tra il momento della ricezione, che genera reddito professionale, e l’eventuale plusvalenza successiva alla conversione. Con il sistema europeo bisognerà necessariamente tenere conto di questa distinzione, pena distorsioni significative per i professionisti del settore digitale.

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Tracciabilità e controlli: il ruolo della blockchain

Vi è poi l’evidenza che le criptovalute hanno una caratteristica unica rispetto ad altri asset: ogni transazione è registrata in modo permanente sulla blockchain, in linea di principio tracciabile. Il regolamento europeo MiCA ha già introdotto obblighi di identificazione per i prestatori di servizi in criptoattività (CASP), costruendo un’infrastruttura che potrebbe essere sfruttata anche a fini fiscali.

La copertura, però, rimane parziale: i wallet non custodiali, in cui l’utente detiene direttamente le proprie chiavi private, sfuggono a questi obblighi, e alcuni protocolli di privacy rendono deliberatamente opache certe transazioni.

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Chi guadagna e chi rischia di perdere

Paesi come Malta ed Estonia, che hanno costruito ecosistemi normativi favorevoli alle crypto, osservano con particolare attenzione la proposta: la questione di come ripartire le entrate tra gli Stati membri (in base alla residenza del contribuente, al luogo di registrazione dell’operatore o al volume di transazioni) non è ancora risolta, e ha implicazioni politiche rilevanti oltre che tecniche.

Dal lato degli operatori, una tassazione uniforme potrebbe essere letta come un passo verso il riconoscimento istituzionale del settore. Il rischio, però, è che un prelievo mal calibrato, sommato alle tassazioni nazionali esistenti, spinga investitori e aziende fuori dall’Unione.

Sul tema interviene ancora Ronchi, che accoglie con favore l’orientamento europeo. “Riteniamo corretto un percorso di armonizzazione fiscale all’interno dei Paesi europei, con un’aliquota sulle plusvalenze parificata in tutti gli Stati membri – conclude il CEO di Cryptosmart -. Solo un quadro omogeneo può restituire certezza agli investitori, evitare arbitraggi tra giurisdizioni e dare al settore quella stabilità normativa di cui ha bisogno per crescere in modo sano. La direzione tracciata dal Parlamento europeo va in questo senso, anche se la strada per un’applicazione coerente è ancora lunga e richiederà un lavoro tecnico approfondito sulle definizioni fiscali e sugli eventi imponibili”.

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Roberto Rais

Giornalista e autore

Giornalista e autore, consulente e coordinatore editoriale, collabora con agenzie di stampe e società editoriali italiane ed estere specializzate in economia e finanza, gestione di impresa e organizzazione aziendale.

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