Festa dei lavoratori, autonomi senza diritto all’irreperibilità, dove sono i sindacati?

Cinque milioni di freelance e liberi professionisti lavorano senza tutele sull'orario. Il ddl Sensi disciplina la disconnessione digitale, ma il problema è più profondo: è culturale, è normativo, è politico. E il sindacato ancora non li vede.

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Oggi, 1° maggio, si celebra la Festa dei lavoratori. Si ricordano le conquiste ottenute, i diritti frutto di decenni di battaglie sindacali, le tutele che oggi sembrano ovvie e che ovvie non sono mai state. Si parla di orari, di salari, di sicurezza. Ma si parla ancora troppo raramente di chi queste tutele non le ha mai avute: i lavoratori autonomi, i liberi professionisti, i freelance. Quella fascia sempre più ampia di popolazione che ha scelto – o è stata costretta a scegliere – un rapporto con il lavoro privo di contratto collettivo, di indennità di reperibilità, di qualsiasi orario riconosciuto oltre il quale il silenzio diventa un diritto. Un diritto che, per loro, ha un nome più preciso di “disconnessione”: si chiama irreperibilità e non esiste.

Il report ISTAT: 5 milioni di invisibili

Il report ISTAT pubblicato ieri offre una fotografia ben precisa del mercato del lavoro italiano in oltre 160 anni di storia: il lavoro indipendente rimane in Italia una presenza fondamentale. Il documento certifica che all’inizio del Novecento il 60% dei lavoratori svolgeva un’attività autonoma; oggi quella quota si è assestata a poco più del 20%, ma su una forza lavoro di oltre 24 milioni di occupati, cioè di oltre 5 milioni di persone. Un dato che, ricorda lo stesso ISTAT, colloca l’Italia a livelli significativamente superiori rispetto a Francia e Germania, dove la quota di lavoratori indipendenti è ben più ridotta. Sono consulenti, giornalisti, grafici, sviluppatori, content creator, psicologi, avvocati, copywriter. Professionisti che fatturano, versano contributi, pagano le tasse, ma vivono in un universo normativo che li tratta come se il tempo, per loro, non avesse confini.

Disconnessione e irreperibilità: non è la stessa cosa

Il dibattito pubblico e legislativo si è concentrato quasi interamente sul “diritto alla disconnessione“: la possibilità di staccarsi dagli strumenti digitali fuori orario, di non rispondere a email e messaggi di lavoro. È una tutela reale, necessaria. Ma per il lavoratore autonomo non è sufficiente, perché il suo problema non è solo tecnologico.

Il diritto all’irreperibilità è più radicale: è il diritto a non essere raggiungibili, indipendentemente dal mezzo e dall’aspettativa altrui. Non si tratta solo di spegnere le notifiche, si tratta di non essere tenuti a giustificare la propria assenza, di non dover negoziare ogni volta il diritto a esistere fuori dal proprio ruolo professionale. È una categoria che riguarda il potere, non la tecnologia. E per i lavoratori autonomi è quella che conta davvero, perché il cliente non si aspetta solo che siano connessi: si aspetta che siano disponibili, sempre, come condizione implicita del rapporto.

La reperibilità che non si paga

Per un lavoratore dipendente, la reperibilità è un istituto giuridicamente definito. I periodi in cui il dipendente non è in servizio ma può essere contattato per motivi di lavoro devono essere adeguatamente riconosciuti attraverso un indennizzo in busta paga, come previsto dal contratto nazionale di riferimento. Esistono fasce orarie, esistono accordi, esiste una distinzione netta tra tempo di lavoro, tempo di reperibilità e tempo di riposo.

Per il lavoratore autonomo, questa distinzione non esiste. Il freelance risponde al messaggio WhatsApp del cliente alle 22 non perché lo voglia, ma perché non rispondere potrebbe significare perdere anche quel compenso incerto. Risponde nel fine settimana perché il cliente sa che non c’è un segretario a fare da filtro. Risponde in ferie perché “ferie” è una parola che nel suo lessico professionale ha un significato approssimativo: qualche giorno in meno di lavoro, non un’interruzione garantita dal contratto.

La reperibilità del lavoratore autonomo è invisibile: non viene pagata, non viene negoziata, non viene riconosciuta come prestazione lavorativa. Eppure è lavoro. Essere disponibili a rispondere, monitorare le comunicazioni, tenersi pronti a intervenire ha un costo cognitivo, emotivo e temporale che il mercato scarica sul professionista come se fosse parte naturale della sua condizione.

La cultura della disponibilità improduttiva e le sue conseguenze

Nel lavoro autonomo, la disponibilità costante viene presentata come un valore: professionalità, affidabilità, dedizione al cliente. Chi stabilisce dei limiti viene percepito come meno competitivo. Chi risponde sempre e subito diventa il riferimento di mercato, lo standard implicito al quale tutti gli altri si adeguano per non perdere terreno. Salvo poi non riuscire a gestire tutto nel miglior modo possibile.

Questo standard è un meccanismo che trasferisce sistematicamente il costo del lavoro – in termini di tempo e salute – dal committente al professionista. E produce conseguenze documentate. Secondo i dati INAIL, le denunce per stress lavoro-correlato in Italia sono aumentate del 40% negli ultimi tre anni. Le aziende che promuovono la cultura del “sempre connessi” registrano tassi di burnout del 73% superiori alla media.

Per i lavoratori autonomi, la sofferenza è ancora più difficile da misurare: non c’è un datore di lavoro che denuncia all’INAIL, non c’è un contratto che registri le ore extra, non c’è una busta paga che testimoni le settimane senza riposo. Il disagio rimane sommerso, attribuito alla scelta individuale, alla volatilità del mercato, alla difficoltà nella gestione del proprio tempo, come se il problema fosse, ancora una volta, frutto di una mancanza personale.

Il vuoto normativo e i tentativi di colmarlo

Il quadro legislativo italiano sul diritto alla disconnessione è frammentato e largamente insufficiente. L’unico riferimento è nella legge 81/2017 sul lavoro agile, che prevede il diritto alla disconnessione senza che questo comporti effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi. Ma il diritto alla disconnessione non viene definito a livello di legge quadro: si lascia che siano gli accordi collettivi a definirlo. E gli accordi collettivi, per definizione, riguardano chi un contratto collettivo ce l’ha.

A novembre 2024 è stato presentato al Senato il ddl Sensi, che per la prima volta mira a uniformare la disciplina tra lavoratori dipendenti e autonomi. Il disegno di legge si applicherebbe anche a professionisti e freelance, con l’obbligo per gli ordini e le associazioni professionali di adeguare i rispettivi codici deontologici entro sei mesi dall’entrata in vigore. Definisce come “comunicazione” qualsiasi forma di contatto tramite telefono, mail, messaggistica o piattaforme digitali, e stabilisce il diritto a non riceverne fuori orario, in ogni caso per un minimo di dodici ore dalla fine del turno. In caso di violazione, sanzioni amministrative da 500 a 3.000 euro per ciascun lavoratore interessato.

È un passo nella direzione giusta. Ma anche se dovesse diventare legge, la sua applicazione ai lavoratori autonomi resterebbe subordinata all’adeguamento dei codici deontologici di ordini e associazioni, con tutti i margini di discrezionalità che questo comporta. E soprattutto disciplina la disconnessione digitale, non il diritto all’irreperibilità. Il problema di fondo resterebbe intatto.

Il contratto implicito che nessuno ha firmato

Il lavoratore autonomo che decide di non rispondere fuori orario non viola alcuna legge, non ne ha mai violata una. Ciò che rischia di violare è il contratto implicito che il mercato ha scritto senza consultarlo: quello della disponibilità totale come condizione di accesso al lavoro.

Questo contratto si regge su un rapporto di forza asimmetrico. Il cliente che manda un messaggio alle 23 raramente è in malafede: sa semplicemente che può farlo, che nella maggior parte dei casi riceverà risposta, che non ci sono conseguenze nell’attraversare quella soglia. Il professionista che risponde non lo fa per libera scelta: lo fa perché il costo del non rispondere, in termini di reputazione, di relazione con il cliente, di potenziale perdita del contratto, è percepito come più alto del costo personale di essere sempre reperibile.

Cambiare questa dinamica richiede interventi su più livelli. Sul piano normativo, una legge che riconosca esplicitamente la reperibilità come prestazione lavorativa anche per i lavoratori autonomi, e che ne preveda la retribuzione o la limitazione. Sul piano professionale, codici deontologici che smettano di premiare implicitamente la disponibilità illimitata come sinonimo di qualità. Sul piano culturale, un cambio di paradigma che separi la dedizione al lavoro dalla rinuncia ai propri tempi di vita.

Festa dei lavoratori 2026: dove sono i sindacati?

Il report ISTAT pubblicato ieri non racconta solo i progressi reali del mercato del lavoro in 160 anni. Racconta anche i ritardi, come recita il titolo stesso del documento. E tra i ritardi più evidenti c’è questo: che oltre 5 milioni di lavoratori esercitano la propria attività con confini temporali indefiniti, negoziati caso per caso e sistematicamente dilatati a loro discapito.

Il 1° maggio, nella sua forma tradizionale, celebra un modello di lavoro che copre sempre meno gli occupati italiani. Le conquiste del movimento operaio – le otto ore, il riposo settimanale, le ferie pagate, la reperibilità indennizzata – appartengono a un sistema che il mercato ha progressivamente svuotato, spostando milioni di persone verso forme di autonomia prive di quelle stesse protezioni.

È qui che si pone la domanda più scomoda: dove sono i sindacati? Negli ultimi anni le organizzazioni sindacali tradizionali hanno combattuto battaglie importanti sul fronte dei rinnovi contrattuali, della sicurezza sul lavoro, del salario minimo. Battaglie legittime e necessarie. Ma su cinque milioni di lavoratori autonomi – che non hanno contratto da rinnovare, né busta paga su cui calcolare un minimo, né orario da tutelare – il silenzio è diventato assordante.

Celebrare la Festa dei lavoratori nel 2026 significa anche questo: sostenere che i sindacati, se vogliono restare rilevanti in un mercato del lavoro profondamente trasformato, debbano occuparsi anche di chi non ha mai avuto una tessera da firmare. E che il diritto all’irreperibilità – non solo alla disconnessione – sia la prossima frontiera dei diritti del lavoro. Perché spegnere il telefono senza conseguenze non è un lusso, ma civiltà.

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Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e al giornalismo digitale.

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