Con il nuovo Testo unico sulla riscossione, in caso di notifica di cartelle esattoriali, la gestione dei contenziosi col Fisco richiede maggiore attenzione da parte di professionisti e PMI. Il rischio, altrimenti, è di perdere la possibilità di opporsi, per esempio ricorrendo alla prescrizione, che però non opera automaticamente. È il contribuente infatti a doverla eccepire, con un’istanza di autotutela o un ricorso al giudice competente, rispettando scadenze e tempistiche, sulle quali proprio recentemente la Corte Costituzionale si è pronunciata.
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Prescrizione cartelle esattoriali: come funziona
Il termine di prescrizione di un debito fiscale non è uguale per tutti i debiti. Dipende dalla natura della somma richiesta. Se il Fisco non invia alcun atto interruttivo entro questi termini, il debito si estingue in 10 anni se si tratta di imposte erariali dello Stato (IRPEF, IVA, IRES), imposte di registro, ipotecarie e catastali. Per i tributi locali (IMU, TARI, TOSAP), le sanzioni amministrative (multe stradali) e i contributi previdenziali (INPS e INAIL) il termine è invece di 5 anni. Solo per il bollo auto invece la scadenza è fissata al 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento.
In questo arco di tempo, però, maturano gli interessi di mora, ma con regole diverse rispetto al passato, poiché aggiornate dal nuovo Testo unico sulla riscossione.
Cosa cambia
Per anni, lo Stato ha applicato tassi elevati sui debiti dei contribuenti e tassi irrisori (tra il 2% e il 2,5%) sui rimborsi dovuti a chi vinceva un ricorso. Con il nuovo Testo unico, invece, viene introdotto il principio di simmetria. In base alle nuove regole, la misura degli interessi dovuti dall’Erario sui rimborsi d’imposta viene allineata a quella degli interessi che il contribuente deve pagare alle casse statali in caso di debito.
Inoltre, i tassi non sono più congelati, ma aggiornati annualmente tramite decreto del MEF in base ai rendimenti dei titoli di Stato. Per il 2026, mentre il tasso legale è all’1,60%, gli interessi legati alla riscossione oscillano tra il 5% e il 6%. Questo significa che, in caso di contenzioso vinto, la somma rimborsata manterrà un valore finanziario coerente, evitando penalizzazioni economiche dovute alla durata del giudizio. Tuttavia, se prima aspettare che una cartella cadesse in prescrizione era una strategia a basso costo, oggi quell’attesa può costare più cara.
Per questo è importante ricordare che l’estinzione del debito non opera automaticamente, ma è il contribuente a doverla eccepire attraverso un atto di opposizione.
La Corte Costituzionale salva la prescrizione a 10 anni per IRPEF, IRES e IVA
Con la sentenza n. 85 depositata il 19 maggio 2026, la Corte Costituzionale ha respinto i dubbi di incostituzionalità sollevati in merito alle tempistiche di riscossione del Fisco, stabilendo che il termine decennale è legittimo. È stata infatti confermata la validità dell’articolo 2946 del codice civile (che fissa la prescrizione ordinaria a 10 anni) applicato alla riscossione dei crediti erariali dello Stato.
I giudici hanno ribadito che non esiste nessuna disparità con i tributi locali. Il fatto che i tributi locali (come IMU, TARI o le sanzioni amministrative) si prescrivano in soli 5 anni non rende incostituzionale il termine di 10 anni per quelli statali. Rientra nella libertà (discrezionalità ) del legislatore stabilire scadenze diverse a seconda della natura del tributo.
Come difendersi
L’eccezione di prescrizione di un debito non è rilevabile d’ufficio ma va inserita formalmente in un ricorso da presentare alla Corte di Giustizia tributaria. In questo documento, il difensore (avvocato, commercialista o consulente) dovrà ricostruire la cronistoria, ovvero indicare la data dell’ultima notifica valida ricevuta, dopo di che dimostrare che tra l’atto e il nuovo avviso di pagamento sono passati più di 3, 5 o 10 anni, a seconda del tributo. A questo punto è possibile chiedere l’annullamento e sollecitare il giudice a dichiarare estinto il debito per intervenuta prescrizione.
Quali atti interrompono la prescrizione delle cartelle esattoriali
L’interruzione della prescrizione è l’effetto per cui il timer che porta all’estinzione del debito viene azzerato e ricomincia a correre da capo. In base alle regole attuali e alle precisazioni del Testo unico sulla riscossione, non ogni comunicazione del Fisco ha questo potere: l’atto deve essere una notifica formale che manifesti la volontà di riscuotere il credito.
Oltre alla notifica della cartella di pagamento – che è l’atto che avvia il primo termine di prescrizione (3, 5 o 10 anni a seconda del tributo) – i principali atti che interrompono la prescrizione per professionisti e PMI sono i seguenti:
- intimazione di pagamento, l’atto interruttivo per eccellenza. Viene notificato quando è già trascorso più di un anno dalla notifica della cartella esattoriale e avverte il contribuente che ha solo 5 giorni per pagare prima che inizi l’esecuzione forzata;
- preavviso di fermo amministrativo o di ipoteca;
- pignoramento, sia presso terzi (ad esempio sui conti correnti o sui crediti verso clienti) che per beni mobili o immobili;
- cartella di pagamento successiva alla prima, purché faccia riferimento allo stesso debito.
Infine, anche se il contribuente presenta una domanda di rateizzazione, questo atto viene interpretato come un riconoscimento del debito (che interrompe la prescrizione e impedisce di contestarla per tutto il periodo della dilazione).












Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it