Concordato preventivo biennale per forfettari, il fatturato può far saltare l’accordo: i casi di interruzione

Una guida per capire come funziona il meccanismo e cosa accade quando gli affari superano le soglie fissate dalla normativa.

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Il concordato preventivo biennale (CPB) rappresenta uno strumento di semplificazione e programmazione fiscale. La sua efficacia però non è assoluta e può venire meno in presenza di specifiche circostanze, come il superamento di determinate soglie di ricavi o compensi. Per i contribuenti che utilizzano il regime forfettario, per esempio, esistono regole specifiche riguardanti il fatturato che, se non rispettate, possono far saltare l’accordo. E a chiarirle è stata recentemente l’Agenzia delle Entrate.

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Concordato preventivo biennale: come funziona l’adesione per i forfettari

Il concordato preventivo biennale (CPB) è un accordo tra il contribuente e l’Agenzia delle Entrate che permette di fissare in anticipo le tasse da pagare per i due anni successivi. È rivolto ai contribuenti di minori dimensioni, come i titolari di partita IVA in regime forfettario o quelli soggetti agli indici sintetici di affidabilità fiscale (ISA).

Nel dettaglio, il Fisco formula una proposta basata sui dati dell’anno precedente (ad esempio, il 2023 per il biennio 2024-2025) e, se il contribuente la accetta, il reddito concordato rimane la base per il calcolo delle tasse per due anni, indipendentemente da quanto si guadagnerà effettivamente in quel periodo. Questa è la regola generale, che ammette però un’eccezione. La normativa stabilisce infatti che l’accordo cessa di avere efficacia a partire dal periodo d’imposta in cui si verifica il superamento del limite dei ricavi previsto per il regime forfettario, maggiorato del 50 per cento.

Il superamento della soglia

Di conseguenza, il superamento dei 100.000 euro di fatturato comporta l’immediata fuoriuscita dal regime forfettario, ma permette di mantenere validi gli effetti del concordato. Invece, se i guadagni dovessero oltrepassare i 150.000 euro (100.000+50%), si determinerebbe non solo la fine definitiva del regime forfettario, ma anche la cessazione immediata dell’accordo con il Fisco.

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Passaggio al regime semplificato: cosa cambia per il CPB

Un aspetto affrontato dall’Agenzia delle Entrate riguarda l’irrilevanza della scelta contabile effettuata dal contribuente nell’anno di applicazione del concordato. Molti professionisti e imprese che hanno applicato il regime forfettario nel 2023 hanno poi optato per il regime semplificato nel 2024. A tal proposito, l’amministrazione finanziaria ha specificato che il passaggio facoltativo al regime semplificato non impedisce l’accesso al CPB né ne modifica le regole di cessazione.

L’applicazione rigorosa della soglia dei 150.000 euro anche a chi è passato al regime semplificato risponde a un principio di equità. Se a questi contribuenti venissero applicate le soglie previste per i soggetti ISA, si verificherebbe una disparità di trattamento ingiustificata rispetto a chi ha mantenuto il regime forfettario puro per tutto il 2024.

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Cosa fare in caso di fuoriuscita dal CPB

Nel momento in cui si verifica la causa di cessazione per superamento del limite dei 150.000 euro, il contribuente deve riconsiderare la propria posizione fiscale per l’anno in corso. Non essendo più validi gli effetti della proposta concordataria accettata, il reddito non potrà più essere determinato in modo fisso sulla base dei dati del 2023.

Quindi, il reddito da dichiarare va calcolato secondo le regole ordinarie del regime effettivamente applicato (ad esempio, il regime semplificato tramite il quadro RE per i lavoratori autonomi). Inoltre, l’IRPEF si applica sul reddito realmente conseguito, perdendo i vantaggi dell’imposta sostitutiva legata al concordato. In questo senso, è senz’altro utile anche la verifica della documentazione contabile prodotta durante l’anno per garantire la corretta tassazione analitica dei compensi.

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