Ogni anno l’8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna, che riporta al centro del dibattito il tema della parità di genere. Un gender gap mondiale che, a oggi, richiede 123 anni per azzerarsi, secondo i dati del Global Gender Gap Report 2025. Gli squilibri maggiori si registrano nella rappresentanza politica (162 anni per colmare il divario) e nella dimensione economica (ancora 135 anni). Nonostante l’Italia abbia migliorato la propria posizione in classifica (10 punti in più negli ultimi 10 anni), resta il Paese in cui solo poco più della metà delle donne lavora, a causa della divisione tipicamente maschile del lavoro, della carenza di asili nido e misure di welfare, per ragioni socio-culturali e per la cura dei familiari.
L’autonomia economica resta una delle priorità per l’emancipazione femminile. L’autoimpiego, in questo senso, rappresenta un trampolino di lancio. Affinché funzioni, tuttavia, non basta aprire una partita IVA e fatturare: serve l’educazione finanziaria, che consente di trasformare il reddito in stabilità reale, e serve la consapevolezza delle proprie capacità.
Indice
- Donne e lavoro in Italia: dati e differenze con gli uomini
- L’impatto economico della mancata partecipazione femminile al lavoro
- Autoimprenditorialità femminile: un’opportunità tra le lacune del sistema
- Educazione finanziaria delle donne: Italia fanalino di coda in Europa
- Fondo di emergenza professionale e previdenza per l’emancipazione economica
- Educazione finanziaria e autoimprenditorialità femminile: “Ecco le maggiori difficoltà delle donne”
Donne e lavoro in Italia: dati e differenze con gli uomini
Il divario di genere nel lavoro in Italia va ben oltre le retribuzioni e riguarda soprattutto la partecipazione al mercato del lavoro e la continuità delle carriere. Le differenze emergono già tra i giovani, si ampliano nella fase centrale della vita – quando pesa il lavoro di cura – e diventano particolarmente evidenti dopo i 50 anni.
Secondo i dati dell’ISTAT, il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni si ferma intorno al 53%, contro oltre il 71% degli uomini, con una distanza superiore ai 18 punti percentuali. Il gap emerge soprattutto tra i giovani: l’ingresso nel mercato del lavoro è più difficile per le donne e diventa ancora più evidente nella fascia centrale della vita lavorativa (25-54 anni), quando spesso incidono maternità e responsabilità familiari. In questa fase lavorano circa l’84% degli uomini contro poco più del 64% delle donne. A pesare sul quadro complessivo è anche il livello di inattività: molte donne non risultano né occupate né in cerca di lavoro, spesso perché impegnate nel lavoro di cura.
L’impatto economico della mancata partecipazione femminile al lavoro
Al di là dell’equità sociale inesistente, la minore presenza delle donne nel mercato del lavoro incide sulla crescita economica del Paese. Secondo l’OCSE, se il tasso di occupazione femminile raggiungesse livelli simili a quelli maschili, il PIL dei Paesi avanzati aumenterebbe in modo significativo, grazie all’ampliamento della forza lavoro e della base contributiva. In Italia il divario è particolarmente evidente: secondo l’ISTAT il tasso di occupazione femminile resta circa 20 punti percentuali più basso rispetto a quello maschile. Questa distanza significa meno contribuenti, meno consumi e minori entrate fiscali per lo Stato.
Il fenomeno ha effetti anche sul sistema previdenziale. Con carriere più brevi o discontinue, molte donne versano meno contributi durante la vita lavorativa, riducendo non soltanto la loro pensione, ma anche le entrate del sistema pensionistico e, nel lungo periodo, l’assegno pensionistico medio.
Autoimprenditorialità femminile: un’opportunità tra le lacune del sistema
In Italia, l’autoimprenditorialità rappresenta comunque una strada concreta per molte donne di entrare nel mercato del lavoro o continuare a restare, ad esempio dopo la maternità. Secondo i dati di Unioncamere, nel Paese si contano oltre 1,3 milioni di imprese femminili, pari a circa il 22% del totale delle imprese italiane. Le attività guidate da donne sono diffuse soprattutto nei servizi e nelle professioni e, negli ultimi anni, hanno contribuito in modo significativo alla crescita del tessuto imprenditoriale. In alcune fasi, infatti, le imprese femminili hanno generato oltre il 75% dell’incremento complessivo delle nuove imprese.
L’autoimprenditorialità è vantaggiosa se si mettono sul piatto della bilancia una maggiore autonomia nella gestione del tempo, la possibilità di valorizzare competenze professionali che altrimenti rimarrebbero nascoste e senza opportunità, percorsi lavorativi più flessibili rispetto al lavoro dipendente.
I limiti delle imprese femminili
Ciò non basta a superare i limiti del sistema. La maggior parte delle imprese femminili è di dimensioni ridotte e con fatturati contenuti: oltre il 90% ha meno di cinque dipendenti e spesso opera in settori a minore capitalizzazione, secondo Unimpresa. Per questo l’autoimprenditorialità non va considerata una soluzione alle lacune strutturali che il mercato del lavoro riserva alle donne, quanto invece una risposta pragmatica con cui molte di loro cercano di ritagliarsi delle opportunità in un sistema che ne offre ben poche.
C’è un’altra trappola insidiosa che aspetta le donne – e non solo – al varco: la credenza che il fatturato sia indicatore si successo, quando invece andrebbe considerato soltanto un pre-requisito dell’autoimpiego. E che, per di più, coincida con la libertà economica. Invece, ciò che fa la differenza, è quanto rimane realmente disponibile in tasca al netto di tasse, contributi e spese professionali.
Ecco allora che la gestione delle finanze personali, per chi ha partita IVA, diventa una vera competenza professionale, che non riguarda solo il risparmio, ma la capacità di costruire la propria stabilità nel tempo. Da questo punto di vista, investire nell’educazione finanziaria delle donne potrebbe fungere da acceleratore di emancipazione.
Educazione finanziaria delle donne: Italia fanalino di coda in Europa
In Italia le donne non soltanto hanno difficoltà d’accesso al mercato del lavoro, nell’avanzamento di carriera e nel ricevere stipendi adeguati rispetto a quelli dei colleghi uomini. Devono pure fare i conti con una minore consapevolezza finanziaria. Secondo i dati 2025 della Banca centrale europea, in Europa circa la metà dei cittadini ha competenze finanziarie limitate e il 60% di questo gruppo è composto da donne. In Italia, non si arriva neppure al sei in pagella.
Secondo l’Edufin Index 2025, il livello di alfabetizzazione economica nel Belpaese si ferma a 56 punti su 100 (al di sotto della soglia considerata adeguata di 60). E anche in questo caso, le più penalizzate risultano essere le donne. Infatti, nei test di alfabetizzazione economica del TIAA Institute e GFLEC-Global Financial Literacy Excellence Center della George Washington University, le risposte corrette sono meno della metà delle domande, con punteggi medi del 53% tra gli uomini e del 43% tra le donne. Quest’ultime, inoltre, hanno una probabilità inferiore di oltre 10 punti percentuali rispetto agli uomini di comprendere concetti economici di base, come inflazione e rischio finanziario.
Fondo di emergenza professionale e previdenza per l’emancipazione economica
Per molte donne, soprattutto freelance o lavoratrici autonome, costruire una rete di sicurezza finanziaria è il primo passo per imparare a gestire il denaro, dalla costituzione di un fondo di emergenza alla pianificazione della previdenza, passando per strumenti come la pensione integrativa, che serve tra l’altro a ottimizzare il carico fiscale.
Fondo di emergenza professionale
Secondo dati dell’Associazione Civita e FEDUF, solo una donna su quattro prende decisioni finanziarie in famiglia: sono poche, quindi, quelle che possono avere un controllo diretto sul risparmio e sulla pianificazione finanziaria.
Un primo passo verso l’autonomia è la creazione di un fondo di emergenza professionale, utile a coprire periodi senza incarichi o ritardi nei pagamenti. Il cosiddetto risparmio precauzionale è particolarmente importante per chi ha redditi variabili: studi di Banca d’Italia mostrano che chi possiede una maggiore alfabetizzazione finanziaria riesce ad accantonare mediamente tra il 15% e il 20% di risparmi in più per le emergenze rispetto a chi non pianifica. In sostanza, se il fatturato cala o si è costrette a una pausa dal lavoro non pianificata, un fondo di emergenza di questo tipo consente di affrontare il periodo con maggiore serenità e soprattutto di evitare decisioni professionali dettate dall’urgenza economica, come accettare incarichi sottopagati o poco coerenti con il proprio percorso.
Gestione separata INPS: perché i contributi non sono un “fondo perduto”
Le donne, anche quando versano contributi, spesso escono dal lavoro con pensioni inferiori rispetto agli uomini. Per questo è fondamentale comprendere il funzionamento del meccanismo previdenziale. Molte lavoratrici autonome iscritte alla gestione separata dell’INPS percepiscono i contributi come una spesa senza ritorno, anche perché l’aliquota supera il 26% del reddito imponibile.
In realtà, il sistema pensionistico italiano è contributivo: ogni versamento alimenta il proprio montante previdenziale. Il nodo riguarda piuttosto la discontinuità delle carriere, che colpisce più spesso le donne e può tradursi in pensioni future più basse. È proprio per questo che negli ultimi anni si parla sempre più spesso di previdenza complementare, che permette di trasformare un obbligo fiscale in una strategia di sicurezza economica nel lungo periodo.
Pensione integrativa: donne freelance a oggi solo il 38,4% degli iscritti
I versamenti ai fondi pensione sono deducibili dal reddito imponibile IRPEF fino a 5.300 euro all’anno dal 2026, permettendo di ridurre subito il carico fiscale e allo stesso tempo costruire una pensione integrativa. Eppure questi strumenti restano ancora poco utilizzati e spesso sconosciuti soprattutto al femminile.
Secondo i dati della commissione di vigilanza sui fondi pensione, gli iscritti sono circa 9,6 milioni, ma la partecipazione tra autonomi e freelance è molto più bassa rispetto ai lavoratori dipendenti. Sempre secondo i dati COVIP, le donne rappresentano solo il 38,4% degli iscritti ai fondi pensione complementari in Italia, mentre gli uomini costituiscono oltre il 61% del totale, evidenziando un gap di genere anche nell’accesso a strumenti chiave di sicurezza economica per il futuro.
Educazione finanziaria e autoimprenditorialità femminile: “Ecco le maggiori difficoltà delle donne”
La disparità di genere sul piano economico non è fatta soltanto di numeri, ma anche di convinzioni e abitudini radicate nel tempo che finiscono per condizionare le scelte e i risultati delle donne con partita IVA. Per questo, negli ultimi anni, sono cresciuti i servizi di consulenza finanziaria, i corsi di educazione economica, i programmi di coaching e la diffusione di contenuti formativi online dedicati esclusivamente alle donne. Stivale Rosso-Finanza al Femminile è uno dei maggiori progetti dedicati alla diffusione dell’educazione finanziaria delle donne, nato su iniziativa di Silvia Morino e Rossella Pilotti che, a Partitaiva.it, raccontano le difficoltà più frequenti che incontrano.
Tra le criticità più frequenti, la trappola del poco tempo. “Molte freelance lavorano meno ore o accettano progetti meno remunerativi per gestire carichi familiari (figli o anziani), portando a entrate inferiori e, nel lungo termine, a un gap pensionistico significativo”, esordiscono le esperte. E poi c’è la difficoltà nel riconoscere il valore del proprio lavoro. “Esiste una tendenza documentata a sottostimare il valore del proprio lavoro. Molte professioniste applicano tariffe inferiori a quelle dei colleghi uomini per timore di perdere il cliente o perché non si sentono all’altezza”, aggiungono.
A pesare, infine, c’è anche la mancanza di educazione finanziaria specifica per il lavoro autonomo. “Spesso ci si concentra molto sul fatturare e poco sulla gestione dei flussi di cassa, sul quantificare il tempo impiegato in rapporto a quel compenso, sugli investimenti o sulla pianificazione fiscale”, precisano.
I consigli su listino prezzi e fondo di libertà
Le professioniste consigliano di non creare mai un listino prezzi secondo il proprio istinto, ma di analizzare con precisione i costi fissi, il tempo di gestione, i competitors e il valore generato per il cliente. “Bisogna ricordare sempre che, per le freelance, i prezzi devono coprire pure le ‘spese’ per i giorni di malattia e ferie”, raccomandano.
Le consulenti di Stivale Rosso consigliano vivamente di costruire un proprio fondo di libertà: “Non è un semplice risparmio per le emergenze, ma un capitale separato a cui dedicare una percentuale fissa di ogni compenso ricevuto. Serve ad avere il potere contrattuale per dire ‘no’ a clienti tossici, progetti sottopagati che finiscono per togliere valore alla professionalità. Si tratta del primo passo verso una vera autonomia. Perché quando si hanno le spalle coperte finanziariamente, le decisioni smettono di essere dettate dalla necessità e iniziano a essere guidate dalla propria visione imprenditoriale”, concludono.










Natalia Piemontese
Giornalista