Se c’è una lezione che i mercati avrebbero dovuto apprendere durante il primo mandato di Donald Trump è che per il Tycoon non esiste distinzione tra il consiglio di amministrazione di una holding e la situation room della Casa Bianca. Ma gli eventi delle ultime ore – dal blitz che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro fino al rinnovato ultimatum a Copenaghen per la Groenlandia – segnano un passaggio ulteriore. Non siamo più di fronte alla politica del “big stick” di rooseveltiana memoria e nemmeno alla semplice diplomazia transazionale. In questo freddo inizio del 2026, Trump guarda al globo non come a un mosaico di Stati sovrani, ma come a un portafoglio di asset: alcuni sottovalutati, altri mal gestiti, tutti potenzialmente acquisibili all’occorrenza.
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Il caso Venezuela
L’operazione fulminea del 3 gennaio, che ha visto le forze speciali statunitensi (o “boots on the ground at a high level”, per usare l’ambigua espressione del presidente) prelevare Maduro per spedirlo in un tribunale di New York, non va letta con le lenti dei neoconservatori anni 2000: non si è parlato di “esportazione della democrazia”, ma della “gestione” di un Paese.
La frase pronunciata da Trump, “We are going to run Venezuela“, ha fatto gelare il sangue alle cancellerie europee, ma ha fatto volare i futures sul greggio. Il Venezuela, agli occhi della Trump Organization, ora coincidente con il governo federale, è una sussidiaria energetica con un management corrotto e incapace che stava distruggendo il valore per gli azionisti, ovvero per gli Stati Uniti e i consumatori mondiali. La rimozione di Maduro suona più come il licenziamento di un CEO inetto; l’obiettivo non è il voto libero a Caracas, ma il flusso di cassa di PDVSA e la stabilità dei prezzi alla pompa per l’elettore del Midwest, che valgono il “commissariamento” di uno Stato sovrano.
La dottrina Monroe 2.0
Gli analisti più attenti hanno notato un dettaglio non trascurabile nel discorso di Trump dallo Studio Ovale. Citando la “cattiva gestione” di Maduro, il presidente ha fatto un riferimento ai creditori esteri del Venezuela. La mossa americana ha un obiettivo sottile: il default selettivo. Prendendo il controllo fisico degli asset petroliferi venezuelani, Washington si prepara probabilmente a dichiarare ingiusto il debito contratto dal regime chavista con Pechino. È una mossa da manuale di diritto fallimentare applicata alla geopolitica: in un colpo solo, Trump si assicura le riserve di petrolio più grandi al mondo e brucia i crediti in mano alla Cina.
Il caso Groenlandia, la guerra dei chip si sposta sui ghiacci
Spostando lo sguardo a nord, la logica non cambia. Le minacce velate, riemerse nelle ultime settimane verso la Danimarca, non sono le boutade di un personaggio eccentrico. Se il Venezuela è “l’azienda da risanare”, la Groenlandia è il “gioiellino” che il concorrente cinese sta accerchiando, per la presenza delle terre rare e per il posizionamento logistico, e che Washington vuole blindare. La guerra dei semiconduttori e delle batterie allo stadio solido è giunta al culmine: l’America non può accettare il rischio di dipendere dalla Cina per il disprosio o il neodimio. Copenaghen si trova nella scomoda posizione di chi non può rifiutare l’offerta, pena dazi o isolamento NATO.
L’Europa e il prezzo della sovranità
La timida reazione dell’Unione europea dimostra tutta la dipendenza di Bruxelles da Washington. Il diritto internazionale, basato sul rispetto della sovranità, vacilla di fronte a un attore che applica le regole del capitalismo predatorio alle nazioni. D’altronde, le grandi compagnie energetiche europee (Eni, Shell) sono già in fila a Houston per accreditarsi presso la nuova amministrazione americana del greggio venezuelano. Bruxelles sa bene che opporsi al “nuovo ordine” significa rischiare dazi punitivi o, addirittura, restare esclusi dalla spartizione delle risorse.
L’irrilevanza dell’UE è ormai un dato certo. Il rischio per l’economia globale nel 2026 è la totale imprevedibilità: se la sovranità è negoziabile come una quota azionaria, nessuno è al sicuro. Oggi tocca al Venezuela, domani quale altro alleato o rivale sarà considerato destinatario di una doverosa ristrutturazione forzata? I mercati possono anche festeggiare nel breve termine la stabilità del petrolio venezuelano o la sicurezza delle terre rare groenlandesi, ma la storia insegna che le acquisizioni ostili lasciano spesso irrisolte le criticità che hanno portato alla crisi. Così, applicare questo modello al mondo intero potrebbe garantire guadagni immediati all’America, ma far fallire l’ordine internazionale per come lo conosciamo.
Siamo di fronte al “Trump Put“, alla garanzia che l’America userà ogni mezzo, lecito o illecito, per sostenere il proprio vantaggio competitivo. Il mondo è in vendita e Donald Trump ha appena dimostrato di essere l’unico compratore con la necessaria liquidità – e l’audacia – per un’offerta irrinunciabile.










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile