Gli attacchi del presidente statunitense Donald Trump contro Giorgia Meloni, scaturiti dopo il G7 in Francia, hanno portato alla cancellazione del Business Forum che si sarebbe dovuto tenere proprio oggi, 22 giugno 2026, a Miami. L’evento avrebbe dovuto vedere la partecipazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, del suo omologo americano Marco Rubio e di una folta rappresentanza di imprese dei due Paesi.
Ora, però, lo stop allarma il mondo produttivo. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha già espresso forte preoccupazione parlando chiaramente di un danno economico causato dalle dichiarazioni del tycoon, con alcuni settori che – ad oggi – risultano essere più esposti al rischio di altri.
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Scontro Trump-Meloni: quali i settori più a rischio
L’inasprimento dei rapporti rischia di congelare collaborazioni scientifiche e industriali ad altissimo valore tecnologico. Il Forum di Miami avrebbe dovuto fare da sponda a un bando di cooperazione scientifica bilaterale da 1,8 milioni di euro all’anno per due anni su settori d’avanguardia quali intelligenza artificiale (costruzione di data center), sviluppo del 6G, calcolo quantistico e biotecnologie.
Sotto osservazione anche il comparto spazio (un mercato globale che supera i 630 miliardi di dollari). Le aziende italiane sono in prima linea nei programmi NASA per la costruzione di moduli abitativi lunari, lander e sistemi di navigazione. Torino rimane il polo di riferimento per i moduli pressurizzati della stazione spaziale internazionale e per le future missioni su Marte, mentre marchi come Prada firmano le tute degli astronauti. Tuttavia, se i rapporti con gli USA dovessero peggiorare non sono da escludere ulteriori complicazioni per il settore. Le restrizioni sul trasferimento di tecnologie sensibili e i potenziali dazi commerciali potrebbero frenare la crescita della filiera nazionale, limitando la partecipazione italiana alle commesse internazionali più strategiche e rallentando i piani di espansione globale delle nostre imprese aerospaziali.
Infine, le tensioni geopolitiche rischiano di riflettersi sugli accordi militari. Il rifiuto del governo italiano di concedere l’uso della base aerea di Sigonella ai jet statunitensi, durante il conflitto con l’Iran, ha suscitato il disappunto del presidente Trump, che sulla piattaforma Truth ha accusato l’Italia di non voler collaborare attivamente.
Sebbene il capo del Pentagono, Pete Hegseth, abbia escluso una riduzione dei 12.300 soldati americani attualmente stanziati in Italia, è stata comunque annunciata una revisione dello schieramento. Questo clima di incertezza e sfiducia rischia di penalizzare importanti progetti bilaterali, come le attività dello stabilimento di Cameri per la manutenzione dei caccia F-35 e i programmi della scuola di addestramento di Trapani-Birgi.
L’export Made in Italy regge
Nonostante i dazi e le frizioni dell’ultimo anno, i dati Istat mostrano che nel 2025 l’export italiano oltreoceano ha sfiorato i 70 miliardi di euro, registrando una crescita del 7,2% e generando un avanzo commerciale record di oltre 34 miliardi di euro (a fronte di 35,4 miliardi di importazioni dagli USA).
Questo exploit ha permesso all’Italia un traguardo storico secondo le elaborazioni OCSE e WTO: il sorpasso sul Giappone nella classifica delle grandi potenze esportatrici globali, posizionando il Bel Paese al quarto posto mondiale dietro solo a Cina, Stati Uniti e Germania.
A rischio gli approvvigionamenti energetici
Se le esportazioni continuano a reggere, la sicurezza degli approvvigionamenti energetici mostra invece elementi di fragilità. Il primo anno del nuovo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca è coinciso con un raddoppio delle importazioni italiane di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti, una risorsa diventata fondamentale per sostituire il metano in arrivo dalla Russia. Attualmente, il GNL americano soddisfa infatti circa un terzo del fabbisogno di gas in Italia.
La strategia di diversificazione energetica portata avanti dal governo italiano si è appoggiata in modo significativo anche sui Paesi del Golfo, in particolare sui legami con gli Emirati Arabi. Questa rete di alleanze, tuttavia, rischia di subire contraccolpi qualora si intensificassero le pressioni politiche da parte di Washington.
I dossier più caldi
Le questioni geopolitiche più delicate si concentrano attorno al petrolio e agli interessi dell’ENI. Dalla Casa Bianca è arrivata la conferma della linea statunitense a favore di un governo unitario in Libia, focalizzato sullo sviluppo degli investimenti petroliferi. Tra i possibili candidati alla guida del Paese africano figurano però personalità vicine alla Cina. Un eventuale spostamento dell’asse politico di Tripoli verso Pechino finirebbe per penalizzare le attività energetiche italiane nell’area.
C’è poi il Venezuela, o meglio le possibili ritorsioni politiche da parte degli Stati Uniti che potrebbero tradursi nell’esclusione di ENI dai progetti strategici e dalle trivellazioni nel Golfo del Messico. Contemporaneamente, le forti tensioni nello Stretto di Hormuz e le pressioni dell’amministrazione Trump complicano i colloqui sul nucleare in corso a Bürgenstock, in Svizzera, dove le delegazioni di Stati Uniti e Iran tentano di raggiungere un difficile accordo in un clima di forte incertezza.
Cosa cambia ora per i mercati e la politica interna
Nonostante la retorica accesa, gli analisti invitano alla cautela e ad escludere panici ingiustificati sui mercati finanziari. Secondo il politologo Ian Bremmer (fondatore di Eurasia Group), lo scontro attuale va letto soprattutto in chiave politica interna per entrambi i leader, piuttosto che come un reale pericolo di rottura strutturale.
Il presidente statunitense è in forte calo nei sondaggi interni, penalizzato anche dalle ricadute economiche della guerra in Iran (molto dannosa per l’Europa). Con le elezioni di midterm alle porte a novembre, i repubblicani rischiano di perdere terreno, riducendo di fatto la prevedibilità e il peso politico a lungo termine dello stesso Trump.
Anche la premier italiana affronta dinamiche interne complesse dopo le difficoltà sulla riforma costituzionale. Poiché Trump è fortemente impopolare in Italia, rispondere colpo su colpo alle sue provocazioni (come il celebre “l’Italia non implora” in risposta alle battute sui selfie del tycoon) è un modo per recuperare consenso nazionale.
A conferma di questa postura indipendente, in vista del prossimo vertice NATO del 7 luglio ad Ankara, il governo italiano ha scelto programmaticamente di non estendere la spesa militare oltre il 2,8% (evitando di certificare un potenziale 3,5% legato agli investimenti in sicurezza generale), sia per non spaventare l’elettorato orientato alle spese sociali, sia per dimostrare a Washington che le scelte italiane non dipendono dalla ricerca dell’amicizia a tutti i costi con la Casa Bianca.
Sebbene la diplomazia tra Meloni e Trump sia finita – con dossier industriali più innovativi che stanno subendo un momentaneo rallentamento politico – il tessuto delle imprese italiane che esportano negli Stati Uniti sembra possedere la solidità e la diversificazione necessarie per navigare indenne questa burrasca passeggera.










Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it