Lavoro, occupazione giovani al 70,2% ma l’Italia è ultima per laureati e soffre di sovraistruzione: i dati ISTAT

Dall'identikit della forza lavoro tra i 20 e i 34 anni al nodo della sovraistruzione nei contratti precari e nel part-time : la fotografia della lenta transizione scuola-lavoro in Italia.

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L’ISTAT ha diffuso oggi, 26 maggio 2026, il report Giovani nel mercato del lavoro (riferito all’anno 2024), tracciando un quadro denso di sfide per i professionisti delle risorse umane e per le PMI. Se da un lato il tasso di occupazione dei giovani tra i 20 e i 34 anni usciti dal sistema educativo si attesta al 70,2% , dall’altro emergono forti criticità strutturali: la quota di laureati in Italia è inferiore di ben 11,3 punti percentuali rispetto alla media Ue27, la transizione verso il mondo del lavoro resta sensibilmente più lenta e oltre un lavoratore su tre tra i diplomati (33,0%) si dichiara sovraistruito rispetto alla mansione realmente svolta in azienda.

L’indagine, condotta su un campione di 17.715 individui nella fascia d’età 20-34 anni, mette in luce un forte mismatch tra le competenze disponibili e l’effettiva capacità di assorbimento del mercato. Per il tessuto produttivo delle PMI si tratta di una mappa fondamentale per comprendere dove si concentra il talento e perché l’allocazione delle risorse umane fatichi a trovare un equilibrio efficiente.

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Il capitale umano in Italia: pochi laureati e transizione lenta

La platea dei giovani tra i 20 e i 34 anni residenti in Italia conta 9 milioni e 101 mila persone. Analizzando la distribuzione dei titoli di studio emergono i primi segnali di un deficit competitivo rispetto ai partner europei:

  • il 17,5% della popolazione giovanile ha conseguito al più un titolo secondario inferiore;
  • il 57,5% possiede un titolo secondario superiore (diploma);
  • appena il 25,1% ha raggiunto un titolo terziario (laurea).

Il gap con l’Europa

La bassa percentuale di laureati posiziona l’Italia nettamente al di sotto della media Ue27 (-11,3 punti). Inoltre, chi decide di entrare nel mercato riscontra tempi di inserimento lunghi. Il divario occupazionale con l’Europa si riduce solo con il passare degli anni dal conseguimento del titolo: per i laureati da meno di tre anni il tasso di occupazione è del 74,2% (contro l’84,9% europeo), mentre si allinea quasi del tutto (87,4% contro 89,8%) per chi ha terminato gli studi da oltre un triennio.

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Perché i diplomati si fermano? La forte volontà di entrare in azienda

Per le PMI che faticano a reperire personale, i dati ISTAT rivelano una tendenza interessante: il 60,7% dei giovani con un diploma utile all’accesso universitario sceglie deliberatamente di non proseguire gli studi terziari. Le ragioni principali aprono uno spazio di riflessione per il welfare aziendale e le politiche di recruiting:

  • il desiderio di lavorare è la motivazione prevalente, dichiarata da oltre 6 diplomati su 10. Questa spinta è più marcata tra gli uomini (69,4%) rispetto alle donne (57,9%);
  • le responsabilità familiari incidono in modo significativo sulle donne (12,6% delle rinunce allo studio contro il 5,7% degli uomini).

Anche l’abbandono universitario precoce (che riguarda il 6,2% dei diplomati) è guidato in Italia dalla volontà di lavorare (24,5% dei casi contro il 12,1% della media Ue27) e da motivi personali o familiari (24,3% rispetto al 15,2% europeo).

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I tassi di occupazione: la mappa del mercato fuori dal sistema educativo

Escludendo i giovani ancora inseriti in percorsi di istruzione, il tasso di occupazione si attesta al 70,2%, con un trend nel tempo non positivo. La formazione protegge dalla disoccupazione (che scende dal 17,1% di chi ha la terza media al 7,2% dei laureati), ma permangono divari strutturali legati al genere e al territorio.

L’andamento dell’occupazione, espresso in valori percentuali, mostra evidenti disparità geografiche e demografiche.

Tasso di occupazione dei giovani (20-34 anni) non più in istruzione e formazione

Caratteristica Socio-DemograficaTasso di occupazione totale (%)Secondario inferiore (%)Secondario superiore (diploma) (%)Terziario (laurea) (%)
TOTALE70,256,271,182,2
Genere
Maschi77,469,578,884,7
Femmine61,935,461,080,6
Area geografica
Nord81,469,782,188,7
Centro74,967,274,182,3
Mezzogiorno54,041,155,470,7

Il Mezzogiorno mostra le difficoltà maggiori: l’occupazione giovanile scende al 54%, a fronte di un tasso di disoccupazione che tocca il 20,5% (contro il 6,3% del Nord). Di contro, un dato eccellente per l’equità organizzativa nelle imprese riguarda il genere: all’aumentare del livello d’istruzione il divario uomo-donna si azzera quasi, passando da ben 34,1 punti percentuali di scarto per i titoli più bassi a soli 4,1 punti tra i laureati.

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Il nodo della sovraistruzione nelle PMI: dove si concentra il mismatch

La notizia più critica per chi gestisce le risorse umane riguarda la sovraistruzione: il 33% dei diplomati e il 24,8% dei laureati ritengono di svolgere un’attività per cui sarebbe bastato un titolo inferiore. Il gap con l’Europa è forte soprattutto tra i diplomati (33,0% in Italia contro il 22,8% della media Ue27). L’analisi statistica rivela che il fenomeno non è omogeneo ma si concentra in specifiche situazioni contrattuali e settoriali:

  • il mismatch è massimo tra i collaboratori e prestatori d’opera occasionali (49,9% di diplomati e 43,1% di laureati sovraistruiti) e nei contratti a tempo determinato (40,7% e 29,5%). Si riduce sensibilmente tra i lavoratori autonomi (21,2% e 20,0%) e nei contratti a tempo indeterminato (28,9% e 22,6%);
  • chi si trova in regime di part-time (spesso involontario) accusa una forte sovraistruzione, ovvero oltre il 40% tra i diplomati e circa un terzo tra i laureati;
  • l’agricoltura (46,9% diplomati, 82,2% laureati), il comparto alberghiero e della ristorazione (47,9% e 58,1%) e il commercio (36,1% e 49,5%) registrano le percentuali di mismatch più elevate. Al contrario, i settori di istruzione e sanità mostrano la massima coerenza, con tassi di sovraistruzione minimi (rispettivamente 11,3% e 10,2%).
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Indirizzi di studio e coerenza aziendale: le aree più stabili

La scelta dell’indirizzo scolastico e universitario determina in modo netto il successo dell’incontro tra domanda e offerta. I dati ISTAT mostrano che i percorsi tecnici e professionalizzanti (vocational) proteggono maggiormente dal rischio di sottoinquadramento rispetto a quelli generalisti (licei): la sovraistruzione colpisce il 40,8% di chi ha un titolo generalista, ma scende sotto a un terzo per i diplomi professionalizzanti, toccando il livello minimo del 25,6% negli indirizzi STEM. Anche a livello universitario, l’area disciplinare fa la differenza nella corrispondenza con il lavoro svolto:

  • l’area medico-sanitaria e farmaceutica sperimenta la sovraistruzione minima, ferma al 10,9%,
  • l’area STEM si attesta al 21,1%;
  • l’area umanistica e dei servizi sale al 28,9%;
  • l’area socio-economica e giuridica raggiunge il 31%.

La percezione di coerenza tra il programma di studi e l’attività lavorativa reale in Italia vede ampi margini di miglioramento: solo il 31,2% dei diplomati definisce il proprio percorso “molto o moltissimo attinente” al lavoro attuale (nell’Ue27 la media è del 46,6%). Tra i laureati la situazione è decisamente migliore: il 62,2% rileva un’ottima attinenza complessiva , trainata dalle eccellenze di sanità e welfare (81,6%) e dell’area STEM informatica e ingegneristica (76,6%). Le maggiori difficoltà di inserimento coerente si registrano invece nelle discipline artistiche e umanistiche (50,7%) e nelle scienze sociali e comportamentali, dove appena il 47,4% dei laureati lavora in un campo strettamente affine ai propri studi.

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