Il voto digitale in Italia esiste solo dove non conta: cosa ci insegna il referendum sulla giustizia

Il voto digitale in Italia non manca per ragioni tecniche. Manca per scelta.

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Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 ha consegnato al Paese un risultato storico. Non tanto per il merito del quesito — la riforma della giustizia bocciata con il 53,7% dei No — ma per un dato che nessun sondaggista forse aveva previsto: l’affluenza che ha sfiorato il 59%. In un’epoca in cui si parla continuamente di disaffezione politica e astensionismo, i cittadini italiani sono andati a votare in massa. Cosa succederebbe se il voto digitale in Italia diventasse finalmente realtà?

Il vero risultato del referendum sulla giustizia 2026: l’affluenza al 58,9%

Quando si analizza il risultato il referendum sulla giustizia, sarebbe un errore fermarsi al 53,7% di No, così come fantasticare sulle sue interpretazioni: il quesito non riguardava l’espressione della preferenza per opposizione o maggioranza al governo. Il dato che merita più attenzione — e che dovrebbe entrare nell’agenda politica con urgenza — è l’affluenza alle urne: il 58,93% degli aventi diritto si è recato ai seggi, secondo i dati definitivi di Eligendo, la piattaforma del Viminale.

Per capire la portata di questo numero, basta confrontarlo con i referendum più recenti. Nell’anno precedente, i cinque referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza avevano raggiunto solo il 30,5% di affluenza e in quell’occasione era previsto il quorum. Stavolta il quorum non c’era, eppure gli italiani sono andati alle urne in misura doppia rispetto all’anno precedente.

I giovani più vicini di quanto si pensi

Il dato sui giovani è particolarmente significativo: tra gli under 34, il No ha ottenuto il 61,1%, mentre tra gli over 55 la distribuzione è stata più equilibrata, con il Sì al 50,7%. I giovani, la generazione che viene sempre indicata come la più distante dalla politica istituzionale, ha scelto di partecipare. Questo ci dice una cosa fondamentale: i cittadini italiani non sono apatici come spesso vengono dipinti e non lo sono soprattutto i giovani. Semplicemente, i cittadini si mobilitano quando percepiscono che la posta in gioco sia alta e che il loro voto possa davvero cambiare qualcosa. Come teorizzò l’economista Albert Otto Hirschman, le persone scelgono di far sentire la loro voce e di partecipare solo quando credono che questo possa incidere sulla realtà. Altrimenti scelgono l’exit: l’astensione.

Partecipare al voto in Italia? Ancora un percorso a ostacoli

Eppure siamo un Paese in cui si può aprire una partita IVA online, firmare un contratto con firma digitale, inviare la dichiarazione dei redditi attraverso smartphone, ma in cui, per esercitare il diritto di voto — il diritto democratico per eccellenza — bisogna ancora presentarsi fisicamente al seggio nel comune di residenza, con tessera elettorale e documento d’identità, in orari prefissati, in due giorni lavorativi.

Per chi lavora fuori sede, per chi si trova momentaneamente all’estero, per chi ha difficoltà di mobilità, per chi ha un’agenda ricca di impegni, votare significa organizzare un viaggio, rinunciare a una giornata di lavoro, affrontare costi e complessità logistiche che spesso portano alla rinuncia. E poi ci sono le complessità amministrative, la scarsa informazione e le difficoltà economiche. Barriere note, documentate e mai rimosse. In un contesto in cui la digitalizzazione ha trasformato ogni altro settore della vita civile e professionale, il procedimento elettorale resta ancorato a logiche obsolete.

Il voto digitale in Italia esiste già, ma solo per votazioni “non politiche”

L’aspetto paradossale è che le piattaforme tecnologiche per votare online in modo sicuro, verificabile e conforme alle normative esistano già, funzionino e vengano utilizzate in diversi Paesi. In Italia si registrano circa 45.000 operazioni di voto online, con circa 18 milioni di votanti coinvolti e 3.500 enti pubblici e privati che vi ricorrono. Università statali, ordini professionali, associazioni di categoria, sindacati, fondi previdenziali: tutti votano online con SPID o CIE, con piena validità giuridica e con tassi di partecipazione che spesso superano di gran lunga quelli delle equivalenti procedure cartacee.

Oltre il 70% degli atenei italiani ha già adottato piattaforme di voto digitale per eleggere rettori, rappresentanti studenteschi e membri degli organi accademici. Il principale ostacolo al voto online in Italia per le elezioni politiche e i referendum non è dunque tecnologico, ma politico. Quello che manca è la volontà di estendere questo strumento alla democrazia rappresentativa.

L’Europa ha già deciso: voto elettronico entro il 2030

L’Europa ha già fissato un obiettivo. Con il Digital Compass 2030, la Commissione europea ha stabilito di garantire entro il 2030 che la vita democratica e i servizi pubblici online siano completamente accessibili a tutti, comprese le persone con disabilità, anche attraverso il voto elettronico.

Si tratta di un impegno formale che l’Italia ha sottoscritto insieme agli altri Stati membri. Un impegno che fissa una scadenza precisa — quattro anni — e che richiede oggi investimenti, sperimentazioni e, soprattutto, decisioni politiche. In Italia, nel dicembre 2023, il ministero dell’Interno ha condotto una simulazione di voto online per gli italiani residenti all’estero, che non ha prodotto alcun esito concreto né una valutazione di impatto resa pubblica. Una prova tecnica rimasta nel cassetto. La distanza tra gli obiettivi europei e la realtà italiana, ancora una volta, è evidente. E ogni anno di ritardo è un anno in cui milioni di cittadini che potrebbero partecipare alle decisioni sono costretti a rinunciarvi.

Democrazia digitale: gli argomenti contrari e perché non reggono più

Le obiezioni al voto digitale in Italia si ripetono da anni: rischio di brogli, vulnerabilità informatiche, possibilità di coercizione del votante, mancanza di trasparenza nello scrutinio. Sono obiezioni legittime, certo. Ma vale la pena chiedersi: questi rischi sono davvero superiori a quelli insiti nel sistema cartaceo, con tutto il suo carico di errori umani, voti annullati per cavilli formali, conteggi manuali che si protraggono per ore?

La sicurezza delle procedure di voto è condizionata dal grado di fiducia che i cittadini ripongono nel sistema e la fiducia si costruisce con trasparenza e sperimentazione, non con l’immobilismo. Non ci sono più motivi sufficientemente validi per ostacolare il voto elettronico, a fronte di tecnologie mature e misure di sicurezza in continuo aggiornamento. Dal punto di vista costituzionale, l’articolo 75 della Costituzione italiana prevede i referendum abrogativi vincolanti, ma un’estensione delle forme di consultazione digitale richiederebbe integrazioni normative specifiche. La strada è percorribile.

Il caso Estonia

L’Estonia ha introdotto il voto online nel 2005. Da allora, la partecipazione elettorale è cresciuta in modo costante e oggi oltre la metà degli elettori estoni vota da remoto ad ogni consultazione nazionale. Lì l’amministrazione pubblica ha deciso di fidarsi dei propri cittadini.

Il referendum sulla giustizia ha dimostrato che quando gli italiani percepiscono che il loro voto conta, vanno a votare in massa, trasversalmente, anche su materie tecniche e complesse. Dobbiamo dunque smettere di concepire l’astensionismo come un “vizio nazionale”. Adesso è ora di abbassare il costo della partecipazione, con strumenti digitali già disponibili e identità verificate tramite SPID e CIE, e di promuovere la democrazia diretta.

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Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e al giornalismo digitale.

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