La Casa Bianca ha confermato nuovi dazi del 10% sui beni importati – nel territorio USA – da ben 8 nazioni europee, accusate di aver cooperato con la Groenlandia (contro l’America). La misura entrerà in vigore il 1° febbraio 2026 e minaccia di destabilizzare l’export dell’Eurozona, mettendo a rischio commesse industriali e stabilità dei prezzi. Con conseguenze anche per l’Italia.
Nell’ultima riunione d’emergenza dei Ventisette, organizzata per discutere sulla possibile risposta comunitaria alla minaccia dei dazi, si è discusso di possibili contro-dazi. Il Fondo monetario internazionale avverte sulla necessità di trovare una soluzione che “mantenga aperto il sistema commerciale”. La premier Giorgia Meloni si schiera contro le sanzioni, ma ribadisce che l’aumento dei dazi nei confronti delle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia sia “un errore”.
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Nuovi dazi USA per la Groenlandia: i Paesi colpiti
Nella lista nera del Dipartimento del commercio USA sono finiti Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. Questi Paesi sono accusati di aver “ostacolato gli interessi di sicurezza nazionale americana” per aver inviato truppe in Groenlandia durante un’esercitazione militare (denominata Arctic endurance) a sostegno della sovranità danese. Gli Stati Uniti considerano l’Artico una zona di loro interesse, per questo l’invio di truppe senza un coordinamento a guida americana è stato interpretato da Washington come un’ingerenza.
L’Italia non è attualmente nella lista, pertanto i prodotti esportati in USA sono al momento esenti dai dazi. Tuttavia, potrebbe essere colpita indirettamente.
Cosa rischia l’Italia
Il rincaro delle tariffe doganali negli Stati Uniti comporta un aumento immediato dei costi di sdoganamento per alcuni prodotti europei, con effetti a ritroso lungo tutta la filiera produttiva. Il rischio principale per l’Italia non è il dazio in sé (che non paga direttamente), ma la contrazione degli ordini da parte di quelle aziende che collaborano con le imprese italiane e che hanno sede nelle nazioni colpite dalle nuove tariffe di Donald Trump.
Per esempio, se il comparto delle automotive tedesco vede calare le vendite negli USA a causa del rincaro del 10% sui prodotti esportati, è possibile che i grandi colossi operanti in questo settore decidano di tagliare le commesse ai propri fornitori di componentistica (molti dei quali – tra l’altro – si trovano in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna). Indirettamente, quindi, a perdere saranno anche loro. E le cose potrebbero peggiorare, soprattutto perché il presidente USA non ha escluso un possibile scatto dell’aliquota al 25% dal 1° giugno 2026, in mancanza di un accordo.
Come hanno reagito i mercati
La reazione delle borse europee non si è fatta attendere, con Milano che peggiora a -1,8%. Il DAX di Francoforte e il CAC 40 di Parigi sono in negativo fin dall’apertura, il dollaro ha mostrato segni di volatilità, mentre l’euro rimane debole a causa delle incertezze sulla crescita manifatturiera europea nel primo semestre del 2026. Per questo gli investitori temono una frammentazione del commercio transatlantico che alimenti una nuova ondata inflattiva.
Sul fronte dell’energia il petrolio è ancora in calo. Il Wti scende a 59,10 dollari al barile (-0,6%) e il Brent a 63,66 dollari. Scivola il gas a 33,95 euro al megawattora (-7,8%). Non si arresta la corsa dell’oro che guadagna l’1,4% a 4.665 dollari all’oncia e l’argento a 93,20 dollari (+2,9%).
La risposta di Bruxelles e i rischi per i professionisti italiani
La Commissione europea intanto sta ultimando una lista di contro-dazi su beni e servizi statunitensi per un valore stimato di 93 miliardi di euro. La misura non colpirà solo le merci fisiche. Si ipotizzano restrizioni operative per le big tech americane che forniscono servizi digitali e infrastrutture cloud in Europa.
Di fatto, però, quest’escalation potrebbe tradursi in un aumento dei costi operativi per le startup e le partite IVA che utilizzano software di gestione e advertising di fornitori USA. Pertanto, le associazioni di categoria hanno già sollecitato il governo a richiedere un tavolo di crisi a Bruxelles per proteggere l’export nazionale.








Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it