Come una carenza del mercato del lavoro ha dato vita a un modello di talent as a service: il caso Cosmico

Future of work: il lavoro cambia, ma cambiano anche le aziende che cercano competenze. Il CEO Francesco Marino racconta un'intuizione da 24 milioni di euro.

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Cresce la domanda di professionisti altamente specializzati, spesso coinvolti in progetti temporanei anziché attraverso il tradizionale rapporto di lavoro subordinato. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, entro il 2030 il 39% delle competenze oggi richieste nel mercato del lavoro subirà una trasformazione, trainata soprattutto dall’intelligenza artificiale, dalla digitalizzazione e dai nuovi modelli organizzativi. Ed è proprio da questa evoluzione che, nel febbraio 2020, nasce Cosmico.

L’obiettivo non era creare un semplice marketplace di freelance, ma ripensare il modo in cui aziende e professionisti altamente qualificati si incontrano. In questa intervista a Partitaiva.it Francesco Marino, CEO e co-founder, racconta come è nata l’idea, come l’ha validata senza automatismi né piattaforme sofisticate, gli errori commessi e perché, secondo lui, il rapporto tra aziende e professionisti sta cambiando radicalmente.

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La scintilla: come nasce un modello di talent as a service

Sei anni dopo, la società è diventata un gruppo internazionale che opera tra Italia e Spagna, specializzato nel talent-as-a-service, con oltre 35.000 professionisti in community e una crescita del fatturato da 500 mila euro nel 2020 a 24 milioni nel 2025.

“Cosmico nasce dall’incrocio di due tendenze che stavo osservando da anni: la crescente carenza di talenti digitali e tecnici da un lato, e il desiderio sempre più diffuso di lavorare in modo flessibile e autonomo dall’altro. Io, Matteo e Simone ci eravamo incrociati e, come spesso succede, l’idea è nata parlando di problemi di mercato reali intorno a un tavolo”, spiega Marino.

Francesco Marino

“Il lancio è stato a febbraio 2020, poche settimane prima che il mondo si fermasse – prosegue il manager -. Quello che inizialmente sembrava un timing sfortunato si è rivelato il contrario: la pandemia ha accelerato esattamente le trasformazioni su cui avevamo scommesso. Il lavoro remoto, la richiesta di competenze digitali, la volontà delle persone di ripensare il proprio rapporto con il lavoro: tutto è esploso in pochi mesi. Noi eravamo già lì.
Il momento in cui ho capito che poteva diventare qualcosa di grande? Quando ho visto la retention: le aziende tornavano a chiederci gli stessi professionisti, e i professionisti continuavano a scegliere noi. Quella continuità è il segnale più forte che esiste”.

Oggi Cosmico collabora con più di 300 aziende clienti e ha costruito un gruppo specializzato nel recruiting e nella gestione dei talenti digitali attraverso un modello che punta sulla continuità delle relazioni più che sulla semplice intermediazione.

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Come validare un’idea di business: prima il servizio, poi la piattaforma

Costruire una soluzione tecnologica senza aver prima verificato il bisogno del cliente significa esporsi al rischio di investire tempo e risorse in qualcosa che nessuno è disposto ad acquistare. In questo Francesco Marino crede fermamente e prima di investire ha scelto di svolgere personalmente tutte le attività operative, trasformandosi nel primo “prodotto” dell’azienda.

“All’inizio io ero l’MVP. Mi sono sporcato le mani. Andavo dai clienti, selezionavo i candidati, gestivo le trattative, emettevo le fatture – spiega il ceo -. Tutto manualmente. Quella fase artigianale è stata la mia scuola: ho capito esattamente cosa funzionava, cosa no, e dove stava il valore reale. Il primo segnale concreto è stato che le aziende non cercavano solo una lista di freelance: cercavano qualcuno che si prendesse la responsabilità dell’intero processo, dalla selezione all’onboarding. Lì ho capito che il modello talent-as-a-service aveva senso. Non una piattaforma passiva, ma un servizio attivo.”

Validando il bisogno prima della tecnologia invece di costruire immediatamente un software complesso, il team ha verificato che esistesse una domanda reale e, soprattutto, quale fosse il problema da risolvere per cui le aziende erano disposte a pagare.

I primi clienti “comprano” il founder, non il prodotto

Per Cosmico i primi clienti non sono arrivati attraverso operazioni di marketing. “All’inizio conta quasi esclusivamente la rete personale e la credibilità individuale – precisa Marino -. I primi clienti ti scelgono perché scelgono te, non il prodotto, che spesso in quella fase non esiste ancora nella forma definitiva. È una cosa che dico sempre: nelle fasi iniziali, gli investitori e i primi clienti comprano il founder, non l’idea”.

Il founder ricorda le fasi iniziali. “Le difficoltà principali erano due: la prima era convincere aziende strutturate che un’alternativa all’assunzione tradizionale fosse percorribile, perché c’era una forte resistenza culturale; la seconda era costruire fiducia nei professionisti, convincerli che avrebbero ricevuto opportunità vere, non promesse”.

“Quello che ha funzionato davvero è stato investire sulla community fin dall’inizio, anche quando non aveva ritorni immediati visibili. Costruire esperienze, online e offline, per i professionisti, aiutarli a crescere, farli stare bene. L’idea di Find your space era il modo in cui costruivamo fiducia. E quella fiducia, nel tempo, è diventata il nostro principale asset competitivo”, continua il founder di Cosmico.

In un mercato in cui la competizione per i talenti è sempre più intensa, creare relazioni durature con i professionisti è il vantaggio competitivo che ha consentito alla società di evolvere da startup a gruppo specializzato nel Future of Work, ampliando progressivamente la propria offerta e preparando il terreno per la fase di crescita successiva.

Da startup a scaleup, ma solo se il fondatore smette di essere il collo di bottiglia

Secondo il report Understanding firm growth OCSE, la crescita di una scale-up è il risultato di un processo di trasformazione dell’impresa che coinvolge struttura organizzativa, management e modello di business, ben prima che si traduca in un aumento di fatturato o dipendenti.

Per Francesco Marino, riuscire a far funzionare l’azienda anche senza la presenza costante del founder, è stato uno dei momenti più importanti nella crescita di Cosmico. “La prima svolta è stata realizzare che non potevo essere il collo di bottiglia di tutto. Quando la piattaforma comincia a funzionare senza che tu debba essere coinvolto in ogni singola operazione, quello è il vero segnale di trazione”, racconta.

Nel caso di Cosmico, il passaggio decisivo è stato definire con precisione il proprio posizionamento. “Sul fronte del business model, il passaggio chiave è stato strutturare il talent-as-a-service come categoria chiara: non un marketplace passivo, non un’agenzia tradizionale, ma un modello ibrido dove noi gestiamo l’intero ciclo del talento quindi selezione, matching, onboarding, delivery. Questo ci ha permesso di avere margini difendibili e una proposta di valore che non si compete solo sul prezzo”, continua.

Una strategia su cui puntano negli anni successivi. “Poi ci sono due leve su cui abbiamo puntato per scalare davvero: la crescita per acquisizioni – Flatmates, Creative Harbour – e l’internazionalizzazione. Siamo arrivati in Spagna e abbiamo strutturato Cosmico come un holding del Future of Work con verticali distinte. Siamo passati da startup a scale-up a gruppo: da 500K euro nel 2020 a 24M di euro nel 2025. Ogni salto ha richiesto di rimettere in discussione le strutture che avevamo appena costruito”.

Errori, bootstrap e fundraising: perché i capitali non sono un traguardo

“Errori? Ne ho diversi. Il primo grande errore è di mentalità: pensare che avere una buona idea sia sufficiente. Non lo è mai – sentenzia Marino -. L’esecuzione vale dieci volte l’idea”. Prima ancora del fundraising, Marino individua infatti questo che è un errore tipico di molti imprenditori: “Abbiamo fatto bene a fare bootstrap i primi due anni. Ci ha dato disciplina. Poi quando abbiamo alzato il primo round, nel 2023, avevamo già qualcosa da mostrare.”

Secondo l’imprenditore, il capitale accelera un modello che funziona, difficilmente riesce a salvarne uno che non ha ancora trovato il proprio mercato. “Un consiglio che do sempre: non raccogliere capitali solo perché puoi farlo. Il fundraising è uno strumento, non un obiettivo. E soprattutto, chi entra nel capitale conta quanto il capitale stesso: lo smart money fa tutta la differenza – prosegue Marino -. Il secondo errore riguarda i test interni: come in tutte le startup, abbiamo investito tempo ed energie in progetti che non hanno mai preso il volo. Se potessi tornare indietro, sarei molto più selettivo nell’allocare risorse“.

Lo stesso approccio emerge anche nella gestione dei collaboratori. “L’ultimo errore che ricordo volentieri è sulla crescita del team: molte startup assumono in modo aggressivo subito dopo un round. Noi abbiamo scelto di non farlo”.

Perché il rapporto tra persone, carriera e lavoro sta cambiando così rapidamente

“Questa è la domanda che mi appassiona di più, perché è quella a cui Cosmico cerca di dare risposta ogni giorno -sostiene Marino -. Infatti ciò che osserviamo direttamente attraverso la nostra community è una trasformazione profonda: non si tratta solo di lavorare da remoto o fare il freelance. È una ridefinizione del contratto psicologico tra persona e lavoro. I professionisti digitali – ma non solo loro, sempre più spesso anche i senior nelle grandi aziende – cercano un equilibrio diverso tra stabilità e autonomia“.

Il che si ripercuote anche sui rapporti di forza tra aziende e professionisti. “C’è un’inversione dell’asimmetria che trovo storica: nel mercato del digitale, è il talento a scegliere l’azienda, e non viceversa. Le organizzazioni che non hanno ancora capito questo continuano a cercare dipendenti fedeli con strumenti del secolo scorso”, commenta.

Secondo la Commissione europea e il World Economic Forum, la velocità con cui evolvono le competenze richieste rende sempre più importante investire nell’apprendimento continuo. Ed è una riflessione che ritorna anche nelle parole del founder. “Perché il lavoro sta cambiando così rapidamente? Perché l’AI sta accelerando l’obsolescenza delle competenze a una velocità che nessuna carriera tradizionale può reggere. Chi costruisce un percorso rigido in un’unica azienda rischia di essere irrilevante nel giro di cinque anni. Chi invece mantiene autonomia, si espone a progetti diversi, aggiorna continuamente le proprie competenze, è un professionista più resiliente, più adattabile, più prezioso – conclude -. Il futuro del lavoro non si aspetta, si costruisce. Ed è quello che stiamo facendo”.

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Foto dell'autore

Natalia Piemontese

Giornalista

Giornalista pubblicista con una specializzazione verticale nell'analisi del mercato del lavoro e delle dinamiche HR. Mi occupo di trasformare scenari socio-economici complessi in asset editoriali, basati sul rigore giornalistico e sulla decodifica dei dati.

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