Il 23 gennaio, a Villa Pamphilj, Giorgia Meloni e Friedrich Merz hanno sancito quello che molti osservatori definiscono un punto di svolta nella governance europea. Oltre duemila imprese italiane operano stabilmente in Germania generando quasi 90 miliardi di euro di fatturato. L’interscambio commerciale tra i due Paesi ha toccato 156 miliardi nel 2024, il terzo valore più alto di sempre nonostante una contrazione del 4% rispetto al 2023. Ma i primi nove mesi del 2025 mostrano segnali di ripresa: le esportazioni italiane verso la Germania crescono del 2,9%, le importazioni dell’1,6%. Numeri che raccontano un’interdipendenza profonda, ma anche una vulnerabilità condivisa di fronte alla crisi del modello economico europeo.
L’alleanza tra Roma e Berlino non è solo strategica. Segna un cambio di paradigma nella governance economica continentale: due potenze manifatturiere in difficoltà cercano una risposta comune che privilegia il pragmatismo nazionale rispetto all’ortodossia di Bruxelles. Con la Francia politicamente debole e l’Unione percepita come rigida e ideologica, i due governi hanno deciso di “fare da soli”.
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Il nuovo volto della Germania: chi è Friedrich Merz
Friedrich Merz non è Angela Merkel. Il cancelliere tedesco, insediatosi il 6 maggio 2025 dopo la vittoria elettorale della CDU-CSU con il 28,6% dei voti, rappresenta l’esatto opposto della sua storica rivale di partito. Sessantanove anni, passato da BlackRock Germany, economicamente liberale e socialmente conservatore, Merz fu estromesso dalla politica proprio da Merkel nel 2009. Il suo ritorno al potere suona come una sorta di vendetta: l’archiviazione dell’era merkeliana e del suo centrismo.
Le sue posizioni economiche sono in netta discontinuità: Merz ha riformato il freno al debito costituzionale – lo Schuldenbremse introdotto paradossalmente dalla stessa CDU nel 2009 – per sbloccare 500 miliardi di investimenti in difesa e infrastrutture; ha promesso tagli alle tasse alle imprese e una drastica riduzione della burocrazia. Sul Green Deal ha una posizione ben chiara: vuole rimuovere il divieto ai motori termici previsto per il 2035, e ha persino chiesto scusa agli altri Paesi europei per l’errore strategico tedesco sull’uscita dal nucleare.
Il contesto economico nazionale in cui si muove Merz è comunque critico. La Germania è in recessione per il terzo anno consecutivo, con il PIL calato dello 0,2% nel 2024; il modello economico basato sul gas russo a basso costo e sull’export massivo verso Cina e Stati Uniti è collassato. Il settore automotive, pilastro dell’industria tedesca, è in crisi profonda: Volkswagen ha annunciato il taglio di 35.000 posti di lavoro entro il 2030. La produzione industriale fatica a ripartire, e gli investitori guardano Berlino con crescente pessimismo.
Da outsider a protagonista: l’ascesa di Meloni
Il fronte italiano non sembra di certo migliore, ma mostra segnali nuovi. Il governo Meloni si presenta oggi come tra i più stabili in Europa. Un dato che ribalta decenni di narrazione sull’instabilità cronica della politica italiana. La presidente del Consiglio ha operato una trasformazione sorprendente: da euroscettica dichiarata a protagonista della scena continentale. Non a caso il Telegraph l’ha votata leader globale più influente del 2025 e Mario Monti ha dichiarato che “Meloni potrebbe diventare leader europea di una nuova fase dell’unificazione”.
Cosa prevede l’asse Roma-Berlino
L’agenda economica condivisa con Merz è stata formalizzata nel non-paper che sarà presentato il 12 febbraio a Bruxelles. Sono quattro i suoi pilastri: semplificazione burocratica massiccia, rafforzamento del mercato unico, rilancio dell’automotive con neutralità tecnologica, politica commerciale basata sulla reciprocità e non solo sull’apertura unilaterale. Insomma, un messaggio chiaro contro l’approccio ideologico ai temi ambientali, contro le regole che penalizzano l’industria europea a vantaggio dei competitor globali.
Le fratture con Bruxelles: frammentazione del mercato unico e aiuti di Stato
Ma questo asse bilaterale nasconde rischi importanti per l’Unione. Il primo è la frammentazione del mercato unico. Il non-paper Roma-Berlino propone una drastica deregolamentazione per eliminare quelli che definisce “dazi interni” pari al 44% per il commercio di beni e al 110% per i servizi. Numeri impressionanti, ma fuorvianti. Come evidenziano diversi economisti, questi ostacoli non derivano dall’eccesso di regolazione europea, bensì dal mancato recepimento o dal rigetto delle norme comunitarie da parte dei governi nazionali. Emblematico è proprio l’esempio italiano delle concessioni balneari, da proposito delle quali Roma ha ignorato per anni le direttive UE creando rendite di posizione locali.
La deregolamentazione proposta dall’asse non eliminerebbe quindi le barriere, ma legittimerebbe la frammentazione del mercato unico in tanti mercati nazionali o addirittura locali, proteggendo imprese inefficienti e vanificando l’unico vero vantaggio competitivo europeo.
Il secondo nodo è ancora più insidioso: gli aiuti di Stato. Germania e Italia chiedono un allentamento dei vincoli comunitari, ma le conseguenze sarebbero asimmetriche. Berlino, con la riforma del freno al debito, può liberare 500 miliardi di investimenti nazionali. Roma, con un debito pubblico al 137% del PIL, non ha spazi fiscali comparabili. Il risultato? La Germania finanzia massicciamente la propria industria della difesa e i settori innovativi connessi, mentre l’Italia resta a guardare. Come ha lasciato intendere Merz qualche mese fa, l’obiettivo tedesco è costruire “il più forte esercito nazionale dell’Europa”, una politica puramente nazionale che svuota di significato l’integrazione continentale.
Questa maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato potrebbe finire per vanificare il pur positivo fondo per la competitività previsto nel bilancio europeo 2028-34. A che serve un fondo comune se poi ciascuno può sovvenzionare le proprie imprese nazionali senza limiti? Il mercato unico si trasformerebbe in un’arena di competizione tra campioni nazionali finanziati con denaro pubblico, dove vince chi ha più spazio fiscale. Sapendo, tra l’altro, che in questa gara l’Italia partirebbe già sconfitta.
La strategia contro i dazi americani
Un ulteriore paradosso è rappresentato dalla risposta alla minaccia americana. I dazi imposti dall’amministrazione Trump – fino al 50% su prodotti legati ad acciaio e alluminio, tariffe pesanti sull’automotive – stanno già impattando sull’export tedesco. Nei primi undici mesi del 2025 le esportazioni tedesche di beni verso gli Stati Uniti sono crollate del 7,8% rispetto allo stesso periodo del 2024, invertendo una tendenza di crescita media annua del 5% registrata tra il 2016 e il 2024. Il settore automotive ha accusato il colpo più duro con un -14%, seguito da macchinari e chimico con -9,5% ciascuno. Questi tre comparti rappresentano oltre i due terzi del crollo complessivo.
Italia e Germania, che insieme rappresentavano nel 2024 il 42,5% dell’export dell’Unione europea verso gli Stati Uniti per un valore di 226 miliardi, si trovano ora in prima linea in una guerra commerciale che rischia di ridisegnare permanentemente i rapporti transatlantici. Secondo l’Istituto economico tedesco, senza una riduzione dei livelli tariffari una ripresa duratura delle esportazioni verso gli USA è improbabile nel breve termine. Secondo un sondaggio della Camera di Commercio Italo-Germanica condotto a gennaio 2025, il 60% delle imprese prevede una rimodulazione strutturale dei rapporti economici tra Europa e Stati Uniti.
Eppure, gli strumenti proposti dall’asse Roma-Berlino – deregolamentazione nazionale e aiuti di Stato senza freni – rischiano di indebolire la coesione europea proprio quando servirebbe compattezza per resistere alle pressioni trumpiane. Una confederazione frammentata di stati nazionali, ciascuno con le proprie regole e i propri campioni sovvenzionati, diventa il bersaglio ideale delle prepotenze di Washington. Vassalli divisi sono più facili da controllare di un’unione coesa.
L’export di armamenti
L’Italia è entrata nell’accordo multilaterale sull’export di armamenti con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, segnalando l’intenzione di giocare un ruolo più attivo sul piano industriale e militare. Le sinergie tra i due Paesi sono determinanti: la Germania resta il primo mercato di destinazione dell’export italiano, con un interscambio bilaterale nei primi 11 mesi del 2025 che supera i 146 miliardi e aumenta di oltre il 2% rispetto all’anno precedente.
Gli scenari futuri
Tuttavia il pragmatismo dell’asse Roma-Berlino può aprire spazi positivi. La fine della “ricetta unica per tutti” di Bruxelles potrebbe accelerare dossier strategici bloccati da anni: difesa comune, politica energetica, sovranità tecnologica. Siamo di fronte a un’Europa più intergovernativa e meno comunitaria e l’asse Roma-Berlino è da considerarsi un sintomo, non una causa.
Cosa accadrà nei prossimi 12-24 mesi? Possiamo pensare a uno scenario ottimistico, con maggiore flessibilità burocratica, accelerazione su infrastrutture e difesa, “protezione condivisa” dai dazi americani e una sorta di compensazione che consenta di utilizzare le risorse residue del PNRR, evitando la corsa contro il tempo. Ma possiamo anche pensare a uno scenario più pessimistico (e più plausibile): una corsa agli armamenti su sussidi nazionali che l’Italia non può permettersi, l’indebolimento della coesione interna delle UE e una confederazioni debole di stati nazionali troppo piccoli per contare e troppo divisi per resistere.










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile